Il 19 maggio è iniziato il più grande festival piemontese: il Torino Fringe Festival, dedicato al teatro off e alle arti performative che, fino al 31 maggio proporranno spettacoli diffusi in diverse parti della città. Il programma è davvero vasto e noi di MOW, giovedì 21 maggio, siamo stati al Late Night Fringe Show, al Circolo Amici della Magia di Torino. Uno spettacolo notturno presentato durante i primi giorni del Fringe Festival. Alla conduzione trasmessa su “frequenze occupate” una coppia esplosiva: Massimiliano Loizzi e Cecilia Bozzolini, nonché direttrice artistica del festival, e ideato con la collaborazione di RIchard Rizzo.
Al Late Night diversi ospiti: Laura Pozone che ha eseguito un monologo dissacrante sul patriarcato e Alessandro Ciacci, il comico di Riccione che non le manda a dire e Natalino Balasso con il suo contributo video di umorismo surreale.
Ma anche Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, celebri autori di Boris, che hanno scritto un vero e proprio codice linguistico nella storia delle serie tv. Durante lo show hanno raccontato aneddoti del backstage della serie e spiegato perché oggi, in una cultura così intrisa nel politicamente corretto, non sarebbe più possibile produrla.
Il Late Night Show è un contenitore vivo, che si lascia seguire con entusiasmo, nonostante l’ora tarda. Ah, se arrivano i controlli, scappate. E se vi chiedono chi vi ha dato il permesso di stare lì, voi fate il nome di Fassino. Chi c’era sa, chi non c’era, potrà sapere. Il prossimo appuntamento con Late Night Fringe Show è, infatti, previsto per domani, giovedì 28 maggio, sempre al Circolo Amici della Magia, dalle ore 23:45, con ospiti: Laura Formenti e Giuseppe Scoditti. Un’altra serata di intrattenimento intelligente che non manca di stuzzicare la politica.
Noi di MOW abbiamo intervistato Cecilia Bozzolini, conduttrice del Late Night, ma soprattutto direttrice artistica del Torino Fringe Festival.
Perché avete scelto proprio "Metropolis" come chiave di lettura del presente?
Abbiamo scelto Metropolis perché ci sembrava importante quanto quel film, girato cento anni fa e ambientato proprio nel 2026, parlasse di questo presente con una precisione quasi incredibile. Fritz Lang immaginava una città spaccata tra élite e masse invisibili, tra tecnologia e alienazione, tra progresso e disuguaglianza. Ci siamo chiesti: quanto siamo davvero lontani da quel futuro? Il festival nasce proprio da questa domanda. Non volevamo usare la fantascienza come estetica, ma come lente critica sul contemporaneo.
In che modo il festival dialoga con temi come intelligenza artificiale e precarietà?
Il Fringe dialoga con questi temi prima di tutto attraverso gli artisti. Molti spettacoli parlano di lavoro intermittente, burnout, identità digitali, solitudine urbana, algoritmi, iperconnessione. L’intelligenza artificiale non viene raccontata solo come innovazione tecnologica, ma come qualcosa che modifica il linguaggio, le relazioni, persino il modo in cui percepiamo noi stessi. E la precarietà oggi non è soltanto economica: è emotiva, esistenziale, relazionale. Il teatro indipendente intercetta tutto questo in maniera molto diretta, perché spesso nasce proprio da chi vive queste contraddizioni sulla propria pelle.
Durante il Late Night Fringe Show non è mancata la satira: quanto conta oggi il teatro come spazio politico e sociale, oltre che artistico?
Tantissimo. Credo che il teatro abbia ancora una funzione profondamente politica, non nel senso ideologico del termine, ma come spazio vivo di confronto. La satira, in questo, è fondamentale perché riesce a rendere accessibili anche temi molto complessi. Durante il Late Night Fringe Show volevamo proprio creare un luogo in cui cultura e intrattenimento potessero convivere senza diventare superficiali. Oggi siamo bombardati da contenuti velocissimi, ma abbiamo sempre più bisogno di luoghi in cui fermarci a guardare la realtà con spirito critico. Il teatro può ancora farlo, forse proprio perché avviene dal vivo, davanti a corpi reali.
Che rapporto ha il festival con la città di Torino?
Il rapporto con Torino è strutturale. Il Fringe non usa la città come semplice contenitore di eventi: la attraversa, la mette in relazione, la trasforma temporaneamente in una mappa culturale diffusa. Gli spettacoli entrano in circoli, locali, spazi non convenzionali, quartieri diversi, creando incontri tra pubblici che normalmente non si incrociano. Torino è una città molto teatrale, ma anche molto riflessiva, a volte persino trattenuta. Il Fringe prova a introdurre un elemento di vitalità, di contaminazione, di rischio. E credo che negli anni si sia creato un rapporto molto forte di appartenenza reciproca.
Cosa distingue davvero un Fringe Festival da un festival teatrale tradizionale?
La differenza principale è che il Fringe nasce storicamente come spazio di libertà e sperimentazione. È un ecosistema più fluido, meno gerarchico, più vicino alla ricerca e ai linguaggi emergenti. Nei festival tradizionali spesso il pubblico vede spettacoli già consolidati; in un Fringe puoi assistere anche a qualcosa di imperfetto ma radicalmente vivo. C’è un rapporto diverso con il rischio artistico. E poi c’è una dimensione molto forte di comunità: artisti, operatori e pubblico condividono gli stessi spazi, gli stessi tempi, le stesse notti. È un’esperienza molto immersiva.
Qual è la sfida più difficile nell’organizzazione del Fringe?
Tenere insieme sostenibilità economica e libertà artistica. Il teatro indipendente vive una fragilità strutturale enorme, e organizzare un festival così diffuso significa affrontare continuamente limiti produttivi, logistici, burocratici. Allo stesso tempo però non vogliamo perdere l’identità del Fringe, che è fatta di accessibilità, apertura e possibilità di sperimentare. La sfida è costruire un sistema che resti vivo senza diventare omologato o esclusivo.
Che tipo di artisti cercate oggi?
Cerchiamo artisti che abbiano uno sguardo. Non necessariamente grandi produzioni o nomi affermati, ma persone che abbiano urgenza, autenticità, una voce riconoscibile. Ci interessa molto chi riesce a trovare linguaggi contemporanei senza inseguire semplicemente le mode. E ci interessa anche il coraggio di esporsi: oggi spesso i lavori più forti sono quelli che riescono a trasformare esperienze intime in qualcosa di collettivo.
Quali temi emergono più spesso dalle candidature ricevute?
Negli ultimi anni emergono moltissimo i temi della salute mentale, dell’identità, della crisi del lavoro, delle relazioni affettive e della difficoltà di immaginare il futuro. Ma c’è anche un ritorno molto forte del corpo e della necessità di presenza reale, forse come reazione a un mondo sempre più virtuale. E poi noto una grande esigenza di ironia: anche quando gli spettacoli affrontano temi durissimi, spesso lo fanno attraverso linguaggi comici o grotteschi.
Se dovessi descrivere il Fringe 2026 con una sola immagine, quale sarebbe?
Una grande città illuminata di notte, attraversata da persone diversissime che si muovono contemporaneamente verso luoghi nascosti: un circolo, un seminterrato, un cortile, un club. Sopra, schermi, insegne, rumore, velocità. Sotto, esseri umani che continuano a incontrarsi dal vivo per ascoltare storie. Ecco, credo che il Fringe 2026 sia questa tensione continua tra ipertecnologia e bisogno umano di presenza.