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La benedizione

La polemica di Masneri e Minuz contro i “baby opinionisti” (tra Prati, Giuliani, Zavalani e Cornelio) mi ricorda certi film in cui i vecchi nobili suprematisti parlavano dei “ne*ri”

Riccardo Canaletti

28 giugno 2026

Un po’ di paternalismo, un mezzo (il quotidiano cartaceo) diverso dal loro (i social) per combatterli e la dimostrazione di non averci capito niente. Ma l’idea di poter giudicare dall’alto dei ragazzi che si muovono nel presente non è semplicemente da boomer, e merita qualche parola in più

Un articolo uscito su Il Foglio e firmato da Michele Masneri e Andrea Minuz merita qualche parola. L’ultimo dei due autori, per mio limite, non ricordo mai cosa abbia fatto esattamente, dovrei cercare (come ho fatto) su Google, per capire quel che produce, come tira a campare. Questo non per dirne male, ma per scusarmi se mancherò di presentarlo come si deve. Con Masneri è più facile: un bimbo di Arbasino, una sorta di Antonio Monda che non esce dall’Italia (o meglio: da Roma e Milano). I due, insieme, hanno discusso dei giovani opinionisti che arrivano dai social (tipo barbari), le “facce d’angelo su TikTok”. 

Con un leggero ritardo discettano di Edoardo Prati, creatura del “Fazioverso”, un “Gianni” di “Sapore di sale”, “l’intellettuale logorroico e un po’ rachitico” che fa apparire Paola Iezzi e che legge Giovan Battista Marino: “Tutto insieme ma con garbo, rassicurazione, pacatezza”. Si va avanti parlando degli altri, Raffaele Giuliani, Riccardo Pedi, Gino Zavalani, Giorgiomaria Cornelio, definito “altro letterato appena maggiorenne, classe ’97”, particolare che fa venire qualche dubbio anche sulle competenze matematiche dei dei autori. Non approfondirei. 

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Il modo in cui parlano di questi ragazzi mi ricorda quello dei ricchi nobili in alcuni vecchi film visti in certi pomeriggi estivi, quando sorseggiando sotto un’enorme finestra dai bicchieri di cristallo lor signori discutevano dei neri, schiavi e non, come se fossero sostanzialmente una massa indistinta che destava curiosità e un po’ li repelleva. Così gli “influencer culturali” diventano un unico amalgama da deridere, che è possibile liquidare con un articolo, come se tutti loro fossero un unico essere, un’idra incapace di intendere e di volere. Dei bambini. 

Certo, questa pedopolemica deve aver soddisfatto la smania dei due autori e di parte del pubblico, rapito dalla capacità di Masneri e Minuz di citare e mischiare l’alto e il basso, con queste associazioni (pardon! Correspondances) un tanto al chilo pop e non, platealmente postmoderne. Ma poi? A cosa è servita questa discussione? A dire che i giovani ne hanno di strada da fare? A dire che i vecchi (si fa per dire) hanno ancora qualcosa da dire. A rimarcare la differenza insormontabile tra un certo modo di pensare la cultura e l’atteggiamento performativo dei “nativi digitali”? Avvertono anche: “I bambini prodigio spesso fanno una bruttissima fine”. Sì, evidentemente come moltissimi adulti.  

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