Gino Paoli ci lascia oggi. E a lasciarci è anche una voce fuori dal coro, nella musica e nei racconti di cose che “non si possono dire in tv”.
Una delle sue ultime e popolari partecipazioni in televisione è stata al Festival di Sanremo 2023, in qualità di ospite. Prima di cantare, Gino l’aveva sparata grossa di fronte al pubblico impettito dell’Ariston: “La moglie di Little Tony aveva fatto un piccinìo di amici, li aveva fatti tutti in casa di Tony”. Raccontare un’orgia su Rai 1, gettando Amadeus e Gianni Morandi in preda al panico, in diretta tv. Anche questo era Gino Paoli, soprattutto.
Uno spirito libero che non voleva insegnarci proprio niente.
Un ribelle per vocazione, un nemico della censura.
Politicamente scorretto, come lo definiremmo oggi.
La parvenza da burbero sì, ma capace di riversare poesia nei suoi brani che hanno scritto la storia della musica italiana e che hanno vestito le voci femminili più amate d’Italia.
Una sigaretta in bocca, zero peli sulla lingua e tante canzoni da scrivere e da cantare.
Sin da bambino avverso allo studio, inizia ad attraversare il mondo dell’arte. Dalla pittura fino alla musica.
Gino Paoli appartiene alla cosiddetta “scuola genovese” insieme a grandi nomi della musica italiana come Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese, Joe Sentieri, i fratelli Reverberi e Fabrizio De andrè, ma anche Luigi Tenco, con il quale fonderà un gruppo: I Diavoli del Rock.
I suoi primi 45 giri non riscuotono successo. La svolta arriva con La gatta nel 1960, partito male e finito in classifica nelle settimane seguenti. Un successo che attira l’attenzione di Mogol; l’autore proporrà a Mina di cantare una canzone dell’artista, quella che lo consacrerà al grande pubblico per mezzo della sua penna e della voce di Mina che unite conquistano le classifiche.
Paoli per Mina trasforma un bordello ne Il cielo in una stanza: un amore puro che nasce dal “fango” di un luogo impensabile e rompe le pareti e il soffitto con una ballad delicata e romantica. Numerose le collaborazioni che si susseguono con grandi nomi della musica.
Conosce poi Ornella Vanoni e dalla loro relazione nasce anche una collaborazione artistica. Senza fine, Anche se, Me in tutto il mondo: tra i brani più amati dei due. Gino Paoli e Ornella Vanoni, ci lasciano a distanza di pochi mesi. “La mia vita è cambiata incontrandolo”, aveva dichiarato lei.
Paoli era un seduttore poetico in jeans e camicia, maestro di malinconia elegante e ironia disarmante.
L’immagine di Gino è quella di lui al mare, su uno scoglio, con la camicia leggermente sbottonata e i capelli scombinati, la sigaretta immancabile, la chitarra addosso e lo sguardo furbo, un po’ malinconico e un po’ irriverente.
L’idea è quella di un artista che non si limita a cantare l’amore, lo ruba per trasformarlo in una canzone, incrociando parole semplici e rinunciando al barocco.
Il baffo bianco e il fumo che gli fa da cornice. Le donne lo adorano, gli uomini lo ammirano.
Ma Gino ha in sé ogni sfumatura dell’artista, la sua sensibilità gli fa subire i cazzotti della vita. Nel 1963 tenta il suicidio sparandosi un colpo di pistola al petto. Il proiettile gli buca il cuore, ma non lo scalfisce: gli organi vitali non vengono toccati. Tuttavia la rimozione prevede un’operazione rischiosa, quindi il proiettile rimane lì, incastrato nel cuore di Gino.
“Ogni suicidio è diverso, e privato. È l'unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l'amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l'unico, arrogante modo dato all'uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero”.
Era riuscito a raccontare un momento drammatico con la poesia di cui era capace. L’impotenza di fronte ai fatti della vita e alla morte cui ora è giunto. Ma se è vero, come diceva Gino, che noi non possiamo decidere, che la vita e la morte ci fregano, lui - lasciandoci le sue canzoni e il suo sguardo libero - le ha fregate un po’ di più.