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24 settembre 2026

The Invite, quattro persone in una stanza e tutto quello che non diciamo sull’amore

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

24 settembre 2026

"The Invite" utilizza una semplice cena tra due coppie per raccontare la fragilità delle relazioni contemporanee. Con uno sguardo ironico e disarmante, il film attraversa desiderio, depressione, matrimonio e paura della solitudine, ricordandoci che anche l'amore, a volte, è un esercizio di imperfetta sopravvivenza.
The Invite, quattro persone in una stanza e tutto quello che non diciamo sull’amore

Ma allora si può ancora parlare di amore, depressione, fallimento e sesso senza apparire volgari, sciatti o, peggio ancora, terribilmente noiosi? A giudicare da The Invite di Olivia Wilde la risposta è sì, eccome se è sì. Perché con un cast stellare composto da Seth Rogen, Penélope Cruz, Edward Norton e dalla stessa Wilde, la regista imbastisce una commedia sull’amore e sullo stare assieme dove si ride, si piange, ci si arrabbia e, soprattutto, si empatizza fortissimo con quattro esseri umani che sembrano diversissimi e invece, a guardarli bene, sono tutti impegnati nella stessa complicatissima operazione: capire che cosa farsene della propria vita e della persona che hanno accanto.

Al centro di The Invite ci sono infatti due coppie che più diverse, almeno apparentemente, non potrebbero essere. Da una parte Joe e Angela, interpretati da Seth Rogen e Olivia Wilde, sposati, genitori di una figlia e ormai incastrati in una quotidianità fatta di piccoli rancori, battute ripetute troppe volte, silenzi e frustrazioni. Lui è un musicista fallito che ora insegna musica, brontolone, depresso, ancora incapace di fare davvero i conti con quello che avrebbe voluto essere. Lei è una donna che sembra non aver mai fatto veramente nulla della propria vita perché terrorizzata dalla possibilità di fallire. Dall’altra parte ci sono Piña e Hawk, Penélope Cruz ed Edward Norton, una psicoterapeuta e sessuologa e un ex vigile del fuoco che sembrano vivere invece sulle nuvole, liberissimi, innamorati, sessualmente appagati e apparentemente privi di tutte quelle sovrastrutture che hanno trasformato il matrimonio dei loro vicini in una specie di prigione arredata molto bene.

Una coppia non funziona, l’altra forse funziona fin troppo bene. E in mezzo ci sono tanti non detti, bocconi amari ingoiati, tristezze sopite, dolori e perdite che hanno segnato le vite di tutti. Perché ci si innamora per caso, ci si mette assieme per pazzia, si rimane assieme per noia e magari non ci si lascia per paura. Oppure perché l’idea di separarci potrebbe fare paura a nostra figlia. E allora continuiamo. Giorno dopo giorno, stanza dopo stanza.

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Una coppia un po' fredda anche nei colori... @Echo Group

Come perno di tutto questo c’è, infatti, una casa. “Our House”, verrebbe da cantare con Crosby, Stills, Nash & Young. Una casa bella, grande, piena di oggetti, fotografie, libri, mobili, ricordi e cose accumulate negli anni, ma anche piena di trappole e insidie dello stare assieme. Angela si trincera nella cucina, Joe nel suo studio. Ognuno possiede una porzione di quella casa e contemporaneamente sembra aver perso il possesso della vita che dovrebbe svolgersi al suo interno. Si sta assieme da soli, si è da soli assieme. E Wilde è bravissima a utilizzare gli spazi proprio per raccontare questa distanza, facendo dell’appartamento non semplicemente il luogo in cui si svolge The Invite ma quasi un quinto personaggio, una mappa sentimentale di un matrimonio che ha smesso da tempo di sapere dove andare.

Così quello che dovrebbe essere un semplice invito dei vicini del piano di sopra diventa progressivamente un’escavazione dentro le ansie del quotidiano, le nostre paure, i desideri che non abbiamo il coraggio di confessare e quelli che magari non sappiamo nemmeno più di avere. Ma anche dentro le nostre piccolezze, le cose buffe che facciamo quando pensiamo che nessuno ci stia guardando, i tic di coppia che crediamo invisibili agli altri e che invece, appena vengono osservati dall’esterno, diventano improvvisamente enormi. E terribilmente riconoscibili. Ed è qui che The Invite fa centro, perché parla moltissimo di sesso senza che il sesso diventi mai una provocazione fine a se stessa. Parla del desiderio come qualcosa che può tenere insieme due persone ma anche separarle, della curiosità, della gelosia, della paura di non piacere più e soprattutto del terrore di scoprire che la persona che abbiamo accanto possa desiderare ancora qualcosa, semplicemente qualcosa che non siamo noi. La sceneggiatura di Rashida Jones e Will McCormack riesce a essere brillante, cattiva e tenerissima, con quella capacità da grande commedia americana di far arrivare una risata esattamente nel momento in cui qualcosa sta facendo male.

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...e l'altra cromaticamente caliente @Echo Group

E proprio la scrittura, nella sua quasi assoluta perfezione e pulizia, rappresenta forse anche uno dei pochissimi punti in cui The Invite rischia di strafare. Alcuni passaggi sono recitati “fin troppo bene”, con un ritmo sostenutissimo, quasi da battibecco intimo perfettamente coreografato, che noi seguiamo come spettatori non paganti di qualcosa a cui probabilmente non dovremmo nemmeno assistere. Funziona, certo, e funziona spesso magnificamente, ma a volte la precisione dei tempi, delle risposte e delle battute è talmente chirurgica da risultare persino un po’ esagerata, facendo intravedere dietro quelle quattro persone la macchina perfettamente oliata della sceneggiatura.

Un’esagerazione che, del resto, ritorna anche nel modo in cui il film costruisce le sue due protagoniste femminili. Da una parte viene continuamente esaltata la sensualità prorompente di Penélope Cruz, ed è evidentemente una scelta voluta, intendiamoci, perché Piña deve irrompere nella vita di Angela anche come incarnazione di tutto ciò che lei pensa di non essere più. Dall’altra viene però quasi programmaticamente sottostimata l’avvenenza, altrettanto evidente, di Olivia Wilde, che nell’economia della storia dovrebbe essere percepita come la donna “non attraente”, o quantomeno come una donna che non riesce più a considerarsi tale. Il film lascia emergere chiaramente come Angela abbia una percezione profondamente problematica del proprio corpo e della propria desiderabilità, accompagnata da un’ansia più generale che investe praticamente ogni aspetto della sua esistenza, e questo rende naturalmente coerente il confronto con Piña. Rimane però una costruzione talmente marcata da risultare, anche qui, un po’ troppo sbandierata: bisogna quasi dimenticarsi che quella donna che il film vorrebbe farci vedere come spenta, invisibile e poco desiderabile ha il volto e il corpo di Olivia Wilde.

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I protagonisti di The Invite @Echo Group

Olivia Wilde accompagna tutto questo con una regia precisissima, piena di idee, inquadrature ricercate eppure naturali, movimenti e punti di vista che trasformano continuamente lo spazio domestico senza mai far percepire la natura quasi teatrale dell’impianto. C’è qualcosa della vecchia Hollywood e contemporaneamente qualcosa di profondamente contemporaneo in The Invite, soprattutto nella fiducia quasi sfacciata che il film ripone nella scrittura, negli attori, nei dialoghi e nei loro corpi. Non servono grandi eventi perché accada qualcosa: basta che quattro persone si siedano nella stessa stanza e comincino finalmente, forse per la prima volta, a dirsi la verità.

E gli attori sono semplicemente magnifici. Olivia Wilde trova una Angela quadrata, nevrotica, fragile, buffa e dolorosamente umana. Seth Rogen è brontolone e adorabile, capace di far convivere nello stesso sguardo una battuta e una depressione che sembra accompagnarlo da anni. Penélope Cruz è perfetta e regale, sensuale senza bisogno di sottolinearlo, mentre Edward Norton vive sulle nuvole ed è delizioso nel rendere Hawk un uomo che inizialmente sembra quasi una caricatura e finisce invece per rivelare una profondità sorprendente.

Che coppia. Che doppia coppia. Che commedia. Che film. Perché The Invite, alla fine, parla di una cosa semplicissima e proprio per questo difficilissima da raccontare: di quanto sia assurdo scegliere una persona tra miliardi di altre e decidere di starci insieme. E di quanto possa essere ancora più assurdo, doloroso, bellissimo e spaventoso continuare a sceglierla quando sono passati gli anni, quando le cose sono andate diversamente da come immaginavamo e quando, guardandoci attorno nella casa che abbiamo costruito insieme, non siamo più del tutto sicuri di riconoscere né chi abbiamo accanto né la persona che siamo diventati.

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