Tiemen Hiemstra riesce a fare con W., suo romanzo d’esordio pubblicato in Italia per Adelphi, un’operazione tanto complicata quanto svolta con semplicità: ovvero raccontare con garbo ed eleganza una storia d’amicizia universale e unica. L’autore olandese riesce infatti, in meno di duecento pagine, a costruire un mondo che vediamo concretamente davanti ai nostri occhi, un mondo ambientato nella periferia olandese della seconda metà degli anni Duemila, quel momento storico, ancora troppo poco indagato dalla letteratura contemporanea, in cui la “cultura internettiana” cominciava profondamente a condizionare la società, soprattutto per chi, come i protagonisti della storia, era poco più che adolescente.
Perché questa, come detto all’inizio, è al tempo stesso una storia d’amicizia, unica e universale, quella tra Olaf, la voce narrante, e giustappunto W.; una storia di formazione, ovviamente, ma anche una storia di perdizione, o ancora meglio di “perdita del mondo”, con, come si può leggere proprio nelle primissime pagine del libro, la “scomparsa” di W. Tramite questo artificio narrativo (intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole, ma condotto con grande sagacia dal giovane autore) vediamo Olaf ricostruire la persona e la figura del suo fraterno amico W., conosciuto alle medie e poi mai più lasciato, tanto da diventare due persone che passano così tanto tempo assieme da finire per essere (quasi) considerate una coppia, un duo che vive in maniera simbiotica. Una condizione, va detto, comune a moltissime ragazze e ragazzi e che magari abbiamo vissuto noi stessi: a un certo punto, per motivi x, finiamo per passare tantissimo tempo con una nostra amica o un nostro amico, e non necessariamente perché ne siamo attratti ma, appunto, perché le nostre traiettorie di gusti, inclinazioni, passioni e sentimenti vanno irrimediabilmente a intrecciarsi con le sue. Quella condizione, unica e universale, che solo a una certa età si può vivere.
Ecco queste sono le pagine di gran lunga più brillanti di W., in cui non si raccontano mai grandi avvenimenti o chissà quali avventure; anzi, si tratta più o meno di piccole scorribande tra ragazzi, primi amori, primi abusi di alcol e sostanze, feste squallide in case di non si sa bene chi e concerti techno che finiscono all’alba (perché, seppur in provincia, siamo pur sempre in Olanda). Eppure sono proprio queste pagine, all’apparenza normali e ordinarie, quelle in cui l’autore olandese dà il meglio di sé, tratteggiando cose e situazioni con grande garbo e introducendo anche un terzo polo alla “coppia”, ovvero Hilde, una ragazza che dipinge ed è appassionata di insetti e che pare potrebbe avere un grande peso all’interno del libro, finendo invischiata sentimentalmente prima con uno e poi con l’altro dei due.
Bene, se fino a questo punto, per una buona metà, il libro veleggiava spedito, con una costruzione praticamente perfetta, culminata con l’incontro con il professore di Filosofia del liceo, mezzo freak mezzo motociclista, una specie di versione molto nord-europea di Eikichi Onizuka, qualcosa nel romanzo si inceppa. È proprio come se i giri del motore, fin qui portato con sicurezza e giustezza dall’autore, iniziassero a salire troppo e il libro-auto iniziasse a sbandare.
Infatti, W. a un certo punto sparisce e tutta la seconda parte sarà una specie di ricerca, da parte di Olaf e Hilde, dell’amico scomparso. Se in questa seconda parte ci sono dei momenti luminosi, soprattutto l’insistenza sull’importanza della cosiddetta “meme culture”, intesa non semplicemente come un nuovo modo di fare umorismo, ma come una nuova grammatica del pensiero, con cui tantissime ragazze e ragazzi che oggi hanno trenta o quarant’anni sono cresciuti e hanno imparato a leggere il mondo, Tiemen Hiemstra non riesce più a tenere le fila del racconto, che si sfilaccia tornando su concetti già presentati in precedenza (e comunque meglio sviluppati, come la “stranezza” di W.) e su alcuni personaggi che proprio non “sbocciano” mai, come ad esempio Hilge che, purtroppo, rimane più una figurina sullo sfondo delle vicende dei due, piuttosto che un personaggio con un peso specifico proprio.
Parlando, com’è, di un esordio ci sono tutte le giustificazioni del caso e, per buone cento, anche centoventi pagine, il meccanismo letterario è ottimo e, se lo si legge a vent’anni, questo è probabilmente uno di quei romanzi che ti si scolpiscono dentro, con decine di frasi che uno sottolinea e magari si appunta su un quadernetto. Tuttavia, poi arriva la parte finale, anzi proprio la parte finale, che arranca, con anche momenti veramente infelici, come quello del monastero in Italia, una digressione che aggiunge pochissimo e che, anzi, ci porta proprio da una parte stranissima, con un ritratto oleografico e da cartolina del Belpaese al limite dello stereotipo (i frati filosofi!). W., però, lo vogliamo sottolineare, rimane nel complesso un ottimo romanzo imperfetto, un racconto di amicizia e formazione luminoso e che tocca delle corde troppo spesso sopite nella letteratura contemporanea. E poi ci sono delle parti sublimi in cui si racconta, semplicemente, di due ragazzi che vanno a scuola in bici passando per dei canaloni, in mezzo alla nebbia, ai lati dell’autostrada. Non è da tutti rendere straordinario qualcosa di così ordinario, e Tiemen Hiemstra ci riesce.