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Think twice

Il primo maggio è ancora il giorno di Ayrton Senna

Giulia Toninelli

30 aprile 2022

A 30 anni di distanza dall'incidente di Imola, il 1 maggio resta il giorno di Ayrton Senna. Un dolore mai curato, una malinconia che ancora troviamo nei grandi occhi scuri del tre volte volte campione del mondo. Occhi feroci, occhi bambini

Frasi brevi, come in un’arringa. Poca voglia di parlare con i giornalisti, ancora troppo scosso dalla morte di Roland Ratzenberger, il giorno prima. Solo una frase “La Formula 1 non sarà più la stessa dopo questo weekend”. 

Quanto avesse ragione, Ayrton Senna, ancora non lo poteva sapere. 

Poi lo strano messaggio lanciato via team radio all’avversario di sempre, quel weekend eccezionalmente in cabina di commento dopo il ritiro nel 93: “Alain, mi manchi”. Una carezza per Prost, forse per tutti. Un ultimo gesto di estrema umanità. Prima di salire in macchina, spaventato dalla pericolosità di quelle monoposto instabili, arrabbiato con la Formula 1, forse anche semplicemente triste.

La malinconia lo prendeva nel petto, da sempre, e gliela si leggeva dentro gli occhi grandi, nostalgici. Ma non poteva evitare di correre, non quel giorno almeno: lui era Ayrton Senna. Tutti guardavano lui, c’era bisogno del suo casco giallo e verde lungo la griglia di partenza, della sua preghiera prima del via, c’era bisogno di Dio. 

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L’incidente al Tambutello avvenne alle 14:17, la morte di Ayrton venne annunciata alle 18:40 dello stesso giorno, all’ospedale Maggiore di Bologna. 

Gerhard Berger chiese di vederlo, salutarlo, contro il parere di tutti. Riuscì ad arrivare a Bologna grazie a un Gran Premio chiuso in anticipo: la sua Ferrari parcheggiata nei box, ritirata a causa di un problema alle sospensioni.

Forse andò così, o forse Berger quel giorno voleva solo correre altrove. Esserci, per lui che c'era sempre stato. Vincere un Gran Premio quel giorno non avrebbe curato nessuna ferita, e certo non avrebbe salvato Ayrton dal suo destino. 

L’addio vero, l’ultimo, glielo diede poi a San Paolo, nella follia di un Brasile disperato, portando la cassa verso il cimitero di Morumbi insieme a Prost, Fittipaldi e Barricchello. A sorreggere sulle spalle il più grande di sempre. L’intoccabile. 

Sulla lapide una sola frase: Nada pode me separar do amor de Deus. 

A Imola, nel 1997, venne realizzata una statua in bronzo per ricordarlo. Un monumento per i pellegrini, per chi ogni anno va a rendergli omaggio. Anche lì, solo una frase incisa: Credo di essere molto lontano da una maniera di vivere che mi piacerebbe. 

Quanto dolore mai curato. Che pesa oggi come allora, per chi c’era e per chi non c’era.

Quanta malinconia. Quella di due grandi occhi scuri, occhi feroci, occhi bambini. 

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