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Think twice

Solo una maglietta, o forse no

Giulia Toninelli

1 agosto 2021

La gente tuona “basta politica nello sport” ma è questa la politica che serve, che intasa il sistema, che ti fa capire dove - nel mondo - puoi scegliere di metterti una maglietta e dove invece non puoi

di Giulia Toninelli Giulia Toninelli

È solo una maglietta. È solo una maglietta quella indossata in Ungheria da Sebastian Vettel nella cerimonia pre-gara e nel corso del consueto inno nazionale. Una maglietta arcobaleno, con la frase “same love” bella in grande, in maiuscolo, scritta sopra. La mascherina è in tinta, se qualcuno non avesse afferrato il concetto.

È un messaggio chiaro ed esplicito nei confronti del governo ungherese, e delle leggi anti comunità LGBTQ+ emanate da Orban. Una maglietta che tanto assomiglia a quelle che Lewis Hamilton per primo ha portato in Formula 1: amore, stop al razzismo, stop alla violenza e alla discriminazione di ogni genere. Domenica in gara però Hamilton quella maglietta non la indossava e il motivo è semplice: non poteva. Il regolamento pre-gara presentato ai piloti in Ungheria era chiaro: niente simboli, niente arcobaleni, non buttiamo la politica in mezzo allo sport.

Ma Sebastian Vettel, che non ha social e non conosce la fama dei riflettori, fa di testa sua. Si mette la maglietta, corre, fa podio, viene chiamato dai commissari per spiegare cos’è successo, e si becca una reprimenda ufficiale. 

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Ai microfoni della stampa dice candidamente: "Possono farmi quello che vogliono, non mi interessa. Se vogliono squalificarmi che lo facciano. Io lo rifarei". Neanche le t-shirt “We race as one”, motto lanciato dalla Formula 1, vanno bene in Ungheria durante l’inno nazionale, e la reprimenda arriva anche per Sainz, Bottas e Stroll.

Sarà poi squalificato, in tarda serata, per un altro motivo: troppo poco carburante al termine del GP, non abbastanza per i controlli di rito. 

La gente si concentra però sulla battaglia sociale e tuona “basta politica nello sport” ma è questa la politica che serve, che intasa il sistema, che ti fa incazzare perché ti fa capire dove - nel mondo - puoi scegliere di metterti una maglietta e dove invece non puoi.

Dove fare qualcosa ha senso, dove è importante far sentire la propria voce. Non per le foto sui social, non perché così puoi dire di averlo fatto. Ma per far discutere, creare un cortocircuito, muovere l’interesse delle persone che dell’Ungheria, e delle leggi di Orban, non sapevano nulla.

È solo una maglietta, ma qui conta più che altro. E mettersela non è da tutti.

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