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Crans-Montana, Lorenzo Quadri (Lega del Ticino) denuncia una shitstorm anti-svizzera che non esiste

  • di Emiliano Raffo Emiliano Raffo

  • Foto: Ansa

8 gennaio 2026

Crans-Montana, Lorenzo Quadri (Lega del Ticino) denuncia una shitstorm anti-svizzera che non esiste
La tragedia di Crans-Montana (47 vittime, fra cui 6 italiane) ha innescato dinamiche in buona parte prevedibili. Sui social è stato messo in discussione il celebre “rigore svizzero”, ma nessuna autorevole voce istituzionale del nostro Paese ha innescato quella che Lorenzo Quadri, consigliere nazionale, ha definito ieri come “uno tsunami di odio contro la Svizzera e contro gli svizzeri”. Semplicemente, la Svizzera non è forse abituata a vedere sporcata la propria inattaccabile reputazione. Non è questo, tuttavia, il momento di fare i nazionalisti irritati. Bisogna solo incassare con responsabilità, perché non basta un’indistinta rabbia social per parlare di odio verso un’intera nazione (anch’essa in lutto)

Foto: Ansa

di Emiliano Raffo Emiliano Raffo

Che fra italiani e svizzeri ci sia sempre stato un rapporto di odio-amore è cosa nota, intrisa di folklore (da entrambe le parti). Una vexata quaestio immersa in un humus storico lacerato, alla “Pane e cioccolata”, film con protagonista un Nino Manfredi emigrato in Svizzera che cerca disperatamente di integrarsi nella società elvetica, venendo però ostacolato da umilianti rifiuti e situazioni kafkiane. Più tardi, siamo a metà anni ’90, il Lugano passa 1 a 0 a San Siro contro l’Inter. Un evento storico di cui, ancora oggi, restano tracce nella memoria popolare e in quella di YouTube, che popolare lo è per definizione. Per i tifosi svizzeri non fu solamente una vittoria calcistica. Però oggi questi pezzi di storia dovrebbero restare molto sullo sfondo. C’è una tragedia, quella di Crans-Montana, che – se qualche passo avanti nei rapporti “culturali” fra Italia e Svizzera è stato fatto – dovrebbe unire e non dividere. Quarantasette vittime accertate fra cui 21 cittadini svizzeri, 9 francesi (tra cui una franco-svizzera e una persona con la tripla nazionalità franco-britannico-israeliana), 6 italiani. Le bare bianche che sfilano sotto fiumi di lacrime silenziose ma tangibili. La Morte che ha calato la sua ascia su teste giovanissime, sui nostri figli. Ebbene, è davvero in un contesto simile che può riaccendersi un improvvido Italia versus Svizzera (e viceversa)? Crediamo sinceramente di no. E se non ci stupiamo affatto che questa contrapposizione nazionalistica possa scattare “a livello social”, è forse più preoccupante che una simile dinamica trovi sponde politiche. Per dirla chiara: sui social, con la conta delle vittime ancora in corso, tanti post italiani hanno enfatizzato quanto il “rigore svizzero” fosse stato sbugiardato e umiliato dalla catastrofe di Crans-Montana. Classiche frasi di pancia di chi si vuole togliere un sassolino culturale. Subito, l’altra parte: tacete, voi, che di disgrazie figlie della mala amministrazione pubblica siete specialisti. Ecco la contesa, bollente, dritta dalla padella social dove tutto arde in fretta e una tragedia umana di enormi dimensioni diventa terreno ideale per uno scontro fra tifoserie. No, così non va. E non va nemmeno che varie figure politiche svizzere si stiano agitando, in tv o sui social, per affermare che sia in atto una “campagna d'odio italiana contro la Svizzera”. No, non c’è alcuna “campagna d'odio italiana contro la Svizzera”. Ci sono solo i social. Proprio per questo, a livello istituzionale, il discorso dovrebbe essere affrontato in modo radicalmente diverso.

Lorenzo Quadri 01
Lorenzo Quadri (Lega del Ticino), consigliere nazionale

IL POST DI LORENZO QUADRI

Lorenzo Quadri, sponda Lega dei Ticinesi, è un navigato politico svizzero. Lo dimostra il suo curriculum, qui facilmente consultabile. Siede al Municipio di Lugano e conosce bene i meccanismi della comunicazione politica. Ieri scrive su Facebook: “Dalla vicina Repubblica è partito uno tsunami di odio contro la Svizzera e contro gli svizzeri. Come se tutto un Paese, tutto un popolo potesse essere reso responsabile delle colpe dei gerenti – peraltro nemmeno svizzeri, bensì francesi – di un esercizio pubblico, di chi al suo interno si è comportato in modo irresponsabile, o di eventuali manchevolezze delle autorità di un Comune (che andranno accertate). Come se la Svizzera non fosse la nazione che, nel rogo di Capodanno, ha pagato il tributo di giovani vite di gran lunga più pesante”. Fin qui, quasi ineccepibile. Quasi, perché ciò che Quadri definisce “tsunami d’odio” è in realtà ciò che inevitabilmente accade, a caldo, quando si verifica qualcosa di inaccettabile e verosimilmente evitabile. Le voci si mescolano, gli strepiti si sovrappongono alle analisi. Ma nessuna autorevole voce istituzionale italiana ha infangato un intero Paese che – e qui Quadri ha perfettamente ragione – è in lutto quanto noi. Procede Quadri: “Questo odio italiano contro la Svizzera, oltretutto infarcito di fake news, pervade trasmissioni televisive di ogni genere e giornali di ogni orientamento gronda dalle prese di posizione di politicanti in campagna elettorale perenne. Cola dalle esternazioni di prezzemolini in fregola di visibilità e dai post di "leoni da tastiera" che pontificano sul nostro Paese senza saperne nulla (molti credono che in Svizzera si parli lo “svizzero”). Questo odio anti-svizzero non può essere subìto in silenzio”. Queste parole, invece, lasciano perplessi. L’odio è un sentimento forte, strutturato, persistente. Se davvero esistesse un odio anti-svizzero diffuso in Italia, i segni si noterebbero quotidianamente, e non soltanto in corrispondenza di tragedie di portata straordinaria. E se pure esistesse, non andrebbe denunciato in modo così episodico. Perché non sarebbe questione affatto trascurabile.

La procuratrice 01
La procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, rende omaggio alle vittime del Constellation Foto: Ansa

QUALE ODIO, ESATTAMENTE?

La realtà è che questo odio non c’è. Non c’è alcun odio strutturato o sistemico. Oggi la Svizzera si risveglia sotto un attacco social – ma quanto valgono i social rispetto alle istituzioni? – e deve prenderne atto. Non durerà tanto, credetemi, ed è giusto così. I social vivono del momento, poi si chetano. Se gli svizzeri patiscono così tanto un fenomeno simile è forse perché tocca una reputazione generalmente percepita come più solida della nostra, una reputazione che però non può essere garantita a prescindere, in ogni circostanza. Continua Quadri: “Sarebbe troppo facile ricordare ai vicini a sud il lungo elenco di disgrazie che ha funestato il loro Paese, magari con il conclamato concorso delle autorità: Ponte Morandi a Genova, Vajont, Rigopiano, discoteca a Corinaldo sopra Ancona, funivia del Mottarone, solo andando a memoria. Sarebbe anche interessante sapere quanti esercizi pubblici italiani rispettano quali norme di polizia del fuoco, quanti vengono ispezionati dalle autorità e con quale frequenza”. E no! Perché andrebbero ricordate ora queste tragedie? Sono anche queste tragedie che hanno contribuito a rendere fragile il nostro Paese. Poco affidabile. Sono anche queste tragedie il nostro cancro mai davvero debellato. E oggi, nel momento in cui qualcosa di analogo accade in Svizzera, è ancora l’Italia che deve essere chiamata a fare i conti con i propri disastri? Cosa significa scrivere ora: “Sarebbe anche interessante sapere quanti esercizi pubblici italiani rispettano…”. Da una voce politica seria – a cui hanno fatto eco, sempre da Lugano, altri politici come Filippo Lombardi (Il Centro) – non ci aspettiamo, in questo momento, la retorica del “si guardino loro per primi”. Esistono momenti in cui ciascuno di noi deve guardare unicamente a sé. Questo, per alcuni esponenti della classe politica svizzera, è uno di quei momenti. Un momento raro, per i quasi impeccabili standard svizzeri? Bene, meglio. Però le telecamere italiane che si sono avvicinate ai locali di proprietà di Jacques Moretti e Jessica Maric sono state allontanate da alcuni energumeni armati di sonore e dubbie (per non dire altro) minacce. Mentre le stesse telecamere italiane hanno raccolto la commozione di Philippe Nicolle, gestore di un lounge bar di Crans-Montana, e la rabbia, altrettanto commossa, di David Vocat, comandante dei Vigili del fuoco della cittadina. La Svizzera non è un monolite.

“In questa "shitstorm" antielvetica – osserva Quadri – si segnala, in negativo, l'ambasciatore d'Italia a Berna, che è uscito grottescamente dal proprio ruolo. Costui ha pensato "bene" di mettersi a più riprese a pontificare a mezzo stampa, per farsi bello agli occhi dei media del suo Paese. Ha perfino favoleggiato che “in Italia i gestori del locale sarebbero già stati arrestati”, venendo seccamente smentito dal Comitato Parenti delle vittime del Ponte Morandi: il Comitato ha replicato che nessuno dei responsabili di quella tragedia è stato, a tutt'oggi, incarcerato”. Tempestive o no, le parole di Gian Lorenzo Cornado sono state tutto sommato comprensibili. Ponte Morandi non è un vanto italiano. È però tutt’altra questione rispetto a quanto accaduto a Le Constellation. E oggi, che piaccia o no agli svizzeri, il tema è quello. Un tema odioso che ora pretende collaborazione, sangue freddo e responsabilità. Si abbassi il volume della polemica fine a sé stessa, quindi. Nessuna shitstorm, nessuna campagna d’odio anti-elvetica. Non si cambi argomento, perché l’argomento è uno solo e da quello nessuno dovrebbe fuggire: com’è stato possibile che 47 persone abbiano perso la vita in un locale palesemente non a norma? Servono spiegazioni e assunzioni di responsabilità, non dispute ataviche che hanno già abbondantemente superato la data di scadenza.

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