Una lacrima sul viso e stavolta, una tantum, non parte il pezzo di Bobby Solo, bensì una breve indagine su Vittorio Corona, padre di Fabrizio. Perché? Perché la lacrima è quella che solca il viso di Marco Travaglio, uno generalmente considerato “analitico se non gelido”. In un frammento di “Io sono notizia”, la docuserie Netflix su Fabrizio Corona, Travaglio si commuove parlando dell’ex-collega Vittorio. “Il fatto che venga oggi ricordato come “il papà di Fabrizio” dimostra che l’etica e il talento non hanno più cittadinanza in Italia. Io a Fabrizio, nonostante quello che fa e quello che dice anche di me, non posso non volergli un pochino di bene, perché per me è quel ragazzino con la borsa dell’Inter insieme a Vittorio”, dice Travaglio. E lo stesso Fabrizio, in un'intervista a Massimo Giletti per Lo Stato delle Cose, ha raccontato che: "Sono entrato in quel sistema che ha distrutto mio padre con un fine unico, entrare nel sistema per poi distruggerlo".
Ma chi è, appunto, Vittorio Corona? A “Verissimo”, diversi anni fa, Fabrizio diceva di avere la sindrome di chi ha il padre perfetto. Vittorio era “incorruttibile”, imparagonabile a figlio che all’epoca dichiarava candidamente di “aver fatto tante cose sbagliate”. Definiva il padre “un esempio di vero giornalismo. Sempre corretto. Uno che non si faceva imporre niente da nessuno”. Un uomo “di principi”, che di certo non si inchinava davanti all’altare del dio denaro. Ai tempi dell’intervista il rammarico di Fabrizio era quello di non aver mai avuto il coraggio di andare a pregare sulla tomba del genitore (“Vorrei farlo nel momento in cui avrò realizzato qualcosa di importante nella vita”). Il rapporto tra padre e figlio si chiuse in modo doloroso: Vittorio, già malato, reagì con rabbia quando Fabrizio gli annunciò l’imminente arresto, nei giorni di Vallettopoli. Sul letto di morte, però, arrivò un sorriso di riconciliazione.
Vittorio Corona se ne andò il 24 gennaio 2007 a soli 59 anni.
Oggi il suo nome, mitemente, riemerge. E fa impressione – come dichiara Travaglio – faticare a trovare notizie su un professionista così esemplare. Di tanti giornalisti (prevalentemente televisivi) degli ultimi 30 anni è intasato il web. Dibattiti, liti, tavole rotonde, semplici opinioni/clip rimbalzate da un social all’altro come perle di imperitura saggezza o roventi pietre dello scandalo, roba spesso buona per aizzare turbe di commentatori seriali e poco più. E chi ha sempre scritto e lavorato con costante serietà? E chi è partito dalla Sicilia per raggiungere Milano e contribuire a cambiare il modo in cui si sarebbe parlato e scritto di moda? Eh, la ricerca si fa più ardua, qui… Cresciuto in una famiglia di giornalisti, Vittorio Corona (9 maggio 1947) si laurea in Filosofia a Catania e presto diventa capocronista del quotidiano La Sicilia. Poi, con stile, conquista Milano, entrando in Rizzoli. Ed è lì, nel cuore del nord, che costruisce la sua carriera. Prima diventa caporedattore di “Novella 2000”, poi vicedirettore di “Annabella”, quindi vicedirettore di “Amica”. Da nss magazine: “Nel pieno fulgore della Milano da bere, quando l’editoria patinata e la moda si rincorrevano tra via Montenapoleone e gli studi fotografici di via Savona, Vittorio Corona stava per diventare l’uomo che avrebbe portato la moda al grande pubblico, traghettandola quasi personalmente dalla carta stampata alla televisione. Era l’epoca in cui Franca Sozzani stava ridefinendo l’estetica del fashion magazine alla direzione di Vogue Italia, e Fabrizio Lucchini dettava i tempi di una narrazione glamour e ipnotica dell’immagine, tra shooting d’avanguardia e impaginazioni da collezione”.
Vittorio Corona si diceva fosse “il cuore irrequieto di quella Milano” (ancora da nss magazine). Rigore editoriale, elettrizzante ironia. Nell’ottobre 1983 fonda il mensile “Moda”, subito un riferimento nel settore. Nel febbraio 1988 replica il botto con “King”, rivista per uomini che in copertina metteva Charlie Chaplin, Paolo Villaggio, Nino Frassica. Una rivista formato maxi – ma non “Max”! –, stilosa e orgogliosa ma non sciocca. E oggi improponibile. Un magazine per il maschio italiano? Ma siamo pazzi?! Dopo “King” Vittorio Corona finirà, ancora una volta con la schiena dritta, alla Fininvest, dove nel 1991 diventerà, assunto da Emilio Fede, vicedirettore di “Studio aperto”. Ma fra Corona e Fede passavano autostrade (il secondo istituzionalizzò quel lecchinaggio che il primo aveva sempre rifiutato) e così il padre di Fabrizio lasciò nel novembre 1993 una creatura che avrebbe voluto sostanzialmente modificare. Nel marzo 1994 entrò a “La Voce”, il quotidiano di Indro Montanelli. Fra gli ultimi ruoli, quello a Star Tv (casa Mondadori).
Travaglio e Corona si conobbero nella redazione de La Voce. “'Nel '93 – ricorda Travaglio in “Montanelli e il Cavaliere”, edito da Garzanti – Corona proveniva dall'esperienza televisiva di Studio Aperto, era stato chiamato da Berlusconi per progettare lo spazio informativo giovane di Italia 1 e una volta realizzato il Tg, quando non ebbe il posto di direttore che gli era stato promesso se ne andò. A quel punto accettò la proposta della Pmi che voleva realizzare un nuovo quotidiano e progettò La Voce. Aveva già steso il progetto, con tutte le innovazioni del caso, dalla grafica modernissima ai fotomontaggi di prima pagina che furono una vera rivoluzione, quando seppe che a dirigere il giornale sarebbe arrivato Montanelli. Allora pensò ad una grafica più classica da presentare al decano dei giornalisti. Ma quando Indro vide il progetto originale se ne innamorò e lo volle così come Corona lo aveva pensato in prima battuta. Corona del resto rimase innamorato de “La Voce” anche dopo la chiusura e negli anni successivi ha sognato e lavorato per riportarla nelle edicole”.
Quali legami, a parte quello potentissimo del sangue, col figlio? Beh, la moda, le notizie. Dillinger, tra l’altro, era il soprannome che Vittorio aveva dato a Fabrizio. E fu lui a presentare Lele Mora a Fabrizio, introducendolo nel mondo dello spettacolo. Tuttavia Vittorio – queste le strane bizze del caso – non vide nulla del Fabrizio pubblico, torturato e visionario, che oggi tutti conosciamo.