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Sofia Fabiani è Cucinare Stanca: “Ecco perché dobbiamo smontare i miti della cucina”. Il cibo come linguaggio per la politica e il suo nuovo libro...

  • di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

  • Foto: Roberta Krasnig

6 marzo 2026

Sofia Fabiani è Cucinare Stanca: “Ecco perché dobbiamo smontare i miti della cucina”. Il cibo come linguaggio per la politica e il suo nuovo libro
Sofia Fabiani ha scritto il suo nuovo libro, si chiama Il dolce (Gribaudo) e negli anni ha inventato un genere. Sui social si chiama Cucinare Stanca, propone ricette e pure discorsi. È cinica, diretta, senza filtri. Nei suoi video non solo piatti ma anche analisi. Per lei la cucina deve essere autentica e non perfetta forse perché in fondo, a una certa, alcuni miti andrebbero messi da parte

Foto: Roberta Krasnig

di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

Quante volte ci è capitato di vedere i suoi video mentre cucina e parla di sé o degli altri? Lei che critica, commenta, analizza, ragiona e intanto impasta e inforna. Fa domande, affronta i sentimenti. Taglia le verdure, decora i suoi dolci. Sofia Fabiani sui social è Cucinare Stanca ed è uscito il suo terzo libro che si chiama Il dolce (Gribaudo). Crea piatti salati, torte favolose, e nel mentre appaiono le riflessioni che scorrono veloci nella testa di chi ascolta. Emozioni, temi sociali. Al centro sempre un'idea di cucina reale per persone reali. Ricette, le sue, autentiche, a volte più complesse, altre più semplici ma mai ‘artefatte’. Perché con Sofia ci siamo confrontate anche su questo. Sul numero di contenuti assurdi, spesso tremendamente impeccabili e per questo non totalmente franchi che ci appaiono su Instagram e di quanto, forse, avremmo bisogno di verità (non solo in cucina) e di andarla a pescare nell’etica, nello stare, appunto, insieme, in una società che funzioni.

Sofia Fabiani, quando e come nasce Cucinare Stanca?

Cucinare Stanca nasce durante il periodo del Covid, nel secondo lockdown. Fino al 2018 facevo la pasticciera, vivevo in Brianza, poi dopo alcuni problemi personali sono tornata a Roma. Qui mi sono resa conto che non volevo più fare la pasticciera, perché quel tipo di vita non era più aderente alle mie volontà, nel senso che a me piaceva fare tantissime cose, dunque per me lavorare per così tante ore, di continuo, non era più fattibile. Seppur ora, di fatto, continui comunque a lavorare tantissimo, ma almeno lo faccio per me. Quindi, cambio lavoro, periodo di lockdown, tutti cominciano a fare il pane.

Ce la ricordiamo tutti quella follia dei lievitati.

Ecco. Inizio a vedere questa narrazione della cucina "fantastica", dove la vita in cucina sembrava risolversi, questi spazi di lavoro luminosi, cucine meravigliose, tutte le cosiddette ricette “facili e veloci” e così con un occhio più attento, ho cominciato a fare ironia sulla ‘cucina perfetta’ e ho aperto il mio profilo. E sì, devo ammetterlo, anche io ho cominciato per gioco, perché effettivamente è stato così. Volevo offrire un’altra visione della cucina. Per mostrare come si lavora realmente in questo mondo, per ragionare su questa sacralizzazione delle ricette, sembra che stiamo facendo tutti un Pollock, ma alla fine stiamo cucinando. E sia chiaro, cucinare ha una dignità altissima, certo, però ricordiamoci sempre che non stiamo salvando vite. Ho iniziato facendo solo foto accompagnate dai testi, anche perché la scrittura è l’altra mia grande passione. E così scrivevo di cucina sempre con ironia, poi sono arrivati i reel, ed eccoci qui. Tutto è nato un po’ da una critica a una rappresentazione della cucina molto finta, a mio avviso.

Hai mai affrontato il pregiudizio che lavorare sui social sia facile e alla portata di tutti?

Ma certo. Lo avverto fortissimo. Il nostro lavoro essendo un lavoro ‘nuovo’ e svolgendosi su una piattaforma che è di tutti fa sentire l’utente nella tua stessa posizione. Della serie: che ci vuole?. Mi è capitato che mi abbiano chiesto se quello che facevo fosse realmente lavoro. Il lavoro è ciò che ti dà da vivere, ma il nostro non è spiegato sufficientemente. Qualcuno può pensare che chi fa contenuti guadagni solo per la sua creatività eppure non è solo questo. La creatività c’è magari al 20% e all’80% si tratta di organizzazione, al netto del fatto che la creatività va pagata, avere idee è un lavoro che non si esaurisce mai, è una ricerca costante. La mia giornata tipo, ad esempio, è molto banale. Alle 7 mi sveglio, alle 8.30 vado in laboratorio e fino al tardo pomeriggio sono lì. Ho solo due dipendenti. È tutta una questione di organizzazione e di fatica. Dietro qualsiasi profilo, anche il più scarso, dietro i contenuti di un creator ci sono ore e ore di lavoro. Nel mio caso parliamo di piano editoriale, organizzazione della spesa, montaggio, scrittura del voice over, ricetta. Per ciascun reel ci metto sette, otto ore.

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Un post condiviso da Sofia Fabiani (@cucinare_stanca)

Hai detto che è iniziato tutto per raccontare, per far vedere che un’altra idea di cucina è possibile. Ci sono dei modelli a cui ti sei ispirata?

In realtà non direi. Quello che ho provato a fare è proprio una decostruzione di un modello. Sono attratta dal racconto della cucina che fa anche Anthony Bourdain, per dire, mi affascina quel mondo, però subito dopo l’attrazione percepisco quel rifiuto di calare i grandi modelli nella realtà, perché il mito della cucina è controproducente soprattutto per chi ci lavora. Il "cuoco pazzo" lo abbiamo visto, certo, però poi quando diventa un modello per chi disgraziatamente si trova a seguire la brigata è un problema, così come è un problema, a mio modo di vedere, avere a che fare con questo ambiente militarizzato della cucina.

Nei tuoi video sui social condividi ricette, ma soprattutto affronti l’attualità, prendi posizione, parli di Gaza, di violenza contro le donne. Quanto è importante per te schierarti o comunque dare spazio e visibilità a tematiche sociali?

Per me è vitale, è importantissimo. Per me la cucina è un mezzo, è un linguaggio, qualunque aspetto della vita può essere analizzato dal punto di vista sociale. La cucina è il mezzo forse più potente, specie per una cultura come la nostra che è malata per il mangiar bene e per la tradizione, quindi usarla come veicolo per parlare di tutt’altro è importante. Penso che ci siano tante persone che sanno cucinare meglio di me. Il mio profilo non è nato per insegnare la cucina, faccio questi contenuti perché la percepisco come un tramite facilmente accessibile a tutti, e quindi io lì voglio mettere delle riflessioni, prima di tutto per un’inclinazione personale forse più polemica, seppur difficilmente io sia netta su qualcosa, dato che voglio essere sempre interlocutoria. Uso la cucina non solo per dare un messaggio, ma per scambiare una riflessione con le persone, per capire a che punto siamo, e utilizzare anche il fatto che sia molto seguita. Per me chi ha un pubblico così ampio penso che in qualche modo debba restituire qualcosa. Questa è la mia visione, oltre all’inclinazione personale verso chi è in difficoltà. Il fatto che io sia così privilegiata in tante cose mi fa pensare e mi rende doveroso mettermi al servizio di chi per mille motivi non ha avuto accesso alle mie stesse possibilità. Non voglio dire che sono solo una filantropa, ma voglio mettere al servizio degli altri ciò che so fare.

Penso al tuo lavoro nelle carceri, un mondo troppo poco raccontato.

Quando ho avuto a che fare con il carcere per me è stato proprio palese il fatto che molte cose non vengano spiegate in modo corretto. Ci sono tantissime persone che hanno dei pezzi di vita uguali a tutti. Io stessa ho avuto un’infanzia pesante, ma ho avuto dalla mia parte la possibilità economica per fare tante cose. Non si può parlare di “noi” e di “loro”, come purtroppo spesso fa la narrazione generale del carcere, sentire che lì ci siano i cattivi e per il fatto che esista un posto che racchiuda i cattivi chi è fuori sia automaticamente una buona persona. È questa la cosa devastante quando entri in carcere e parli con chi è lì. Parlo soprattutto delle donne, gli uomini sono ancora diversi, in tante cose sono anche vittime di questa sovrastruttura del criminale, ossia che l’uomo non piange. Penso sia più difficile che un uomo faccia un’autocritica sul reato che ha commesso. Non che debbano farlo con me, ci mancherebbe. Però con loro io parlo tantissimo. Le donne invece fanno più autocritica.

Ci sono delle donne con cui hai collaborato che una volta fuori dal carcere si sono approcciate al mondo della cucina?

Tramite la Fondazione Severino con cui collaboro, mi è stato chiesto di conoscere due ragazze. Due persone molto speciali che ho coinvolto per delle attività in laboratorio qui da me, insieme. Abbiamo creato dei menù. Lavorare in laboratorio con una persona che ti segue ti dà quella sicurezza di poterti presentare al mondo in quella veste, come una persona che ovviamente sa cucinare. Il mio scopo è che le attività che faccio in carcere diventino strutturate. Sto provando a far partire un corso di pasticceria, vediamo. E coinvolgere le ragazze che stanno per uscire dal carcere. Non è semplice, ma penso di potercela fare.

Ecco a proposito di pasticceria, nel tuo terzo libro, Il dolce (Gribaudo Editore), parli della pasticceria come di linguaggio. Cosa vuol dire?

Rispetto al salato, il dolce nel pasto occupa un ruolo abbastanza marginale, non secondario, ma è una cosa in più, un dolce quasi mai lo mangi per fame. Rispetto all’immaginario che io ho del dolce c’è sempre un messaggio, nel libro parlo ad esempio del cabaret di pasticcini che per quanto ci sia una tradizione dietro, la cosa secondo me più emblematica è che non c’è un’occasione in cui un vassoietto di pasticcini sia fuori luogo. Quando vai a trovare un’amica, vai a una festa, incontri una persona che sta affrontando un lutto, il dolce è sempre una cosa simbolica. Possiede un’aura sempre un po’ di cura, portare il cabaret di pasticcini, sceglierli, immaginare il momento in cui li mangerai, pensare cosa piace all’altro. E poi, in generale, c’è sempre quell’aspetto amorevole quando uno prepara un dolce che è diverso rispetto a fare un piatto di pasta che chiaramente ha sempre un lato romantico, ma il dolce possiede quel desiderio di farti star bene, se ci pensi in un pasto è sempre l’aspetto più curato.

Sofia Fabiani Ph Roberta Krasnig Courtesy Ufficio Stampa
Sofia Fabiani (Cucinare Stanca) Ph Roberta Krasnig Styling & press: Sara Castelli Gattinara Other srl Hair & Makeup: Iman El Feshawy Nail: Forentina Landi Studio: Wordlines Studio Photo Assistant: Sara Pinsone

Qual è il dolce che cura di più Sofia Fabiani?

Lo xanax (ride, ndr). Io nel libro dico questa frase: “Se lo può risolvere una torta, non è un dramma”. Detto ciò, il dolce che mi consola un pochino, anche se dipende da ciò che mi è successo, direi che è sempre la crostata con la marmellata di albicocche, per me è la piramide dell’affetto in cucina. La frolla, la vaniglia, gli odori. I dolci da forno in generale sono la mia risposta, anche il ciambellone.

Tra le ricette del libro ci sono anche diversi dolci di alta pasticceria. Qual è stato il più difficile da fare?

Tutto il libro è stata una grossa sfida, considerando che ho provato le ricette d’estate, dunque ti lascio immaginare la situazione con il caldo. Comunque penso il Gâteau Opéra perché bisogna fare le stratificazioni, farle dritte, in modo che i vari strati siano legati tra loro. Penso che le sfide più grandi, più che le torte particolarmente elaborate e che visivamente possono sembrare molto complesse, siano invece le cose base, come alternare gli strati marrone e beige che o li fai perfetti o la ricetta viene male, tipo i ventagli di sfoglia.

Il tuo libro è suddiviso nei capitoli: La Grazia, L’Opulenza, L’Eleganza, Il Conforto, Il Dettaglio.

Racchiude un po’ il discorso che facevamo prima, per me ogni dolce parla. I capitoli più esplicativi di questo concetto sono l’eleganza e il conforto, quando tu porti un dolce a casa di qualcuno, almeno per me, questo gesto ha un messaggio. Pensi a quali dolci scegliere, ne ordini più del necessario, immagini quali preferisca quella determinata persona che li riceverà. Nel capitolo del Conforto ci sono la torta di mele, la crostata, i biscotti, quelli che ti ricordano quella scatola danese che tutti noi abbiamo avuto in casa. La scatola piena di fili, bottoni, e non certo biscotti, scoperta che, come dico sempre, rientra tra i primi approcci di ciascuno con la delusione

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