C’è una versione di Michael Schumacher che conosce tutto il mondo. Sette titoli mondiali, novantuno vittorie, la Ferrari rossa che dominava la domenica mentre il resto del paddock cercava di capire come fosse possibile. Un pilota costruito per vincere, capace di trovare tre decimi dove non esistevano, di gestire una gara come un ingegnere e di chiuderla come un cannibale. Il tedesco era quello dei giri da qualifica, il pilota disposto a tutto pur di vincere, talvolta anche macchiando la propria carriera come a Jerez nel 1997.
Ma di Schumi c’è anche un’altra versione, lontana dai numeri e dai record che amava infrangere. A raccontarla nel corso di una lunga intervista al Basement di Gianluca Gazzoli è Giorgio Terruzzi, pilastro del giornalismo sportivo italiano. Uno status costruito negli anni, gara dopo gara, attraversando paddock diversi e vedendo passare davanti ai propri occhi una generazione di piloti dopo l’altra.
Una presenza che arriva a farti conoscere ogni faccia, ogni abitudine, ogni maschera che quegli stessi piloti indossano. E proprio quelle maschere impari a distinguerle dai volti veri, come nel caso di Schumacher.
Al tempo, Terruzzi lavorava in coppia con Pepi Cereda, inviato Mediaset. Una collaborazione nata per necessità: due persone che si dividono il paddock, i piloti e la fatica di ogni weekend. Quando arrivò Schumacher, la divisione fu naturale. Terruzzi, infatti, disse a Cereda: “Vai te a seguirlo. A me sta un po’ sulle balle”. E Cereda andò, costruendo gara dopo gara un rapporto con il pilota tedesco. Quelle cose succedono, nel circus, quando ci si vede ogni due settimane per parecchi mesi all’anno.
Poi Cereda si ammalò. Un tumore al cervello, aggressivo, inoperabile. Il tipo di diagnosi che non lascia spazio alla speranza, ma solo al tempo, poco. Cominciò a mancare ai Gran Premi e, i colleghi, non potevano che chiedere a chi con lui ci lavorava a stretto contatto il perché. “Non sta bene”, raccontava Terruzzi.
Non sapeva ancora quanto, o forse sì e non riusciva a dirlo. Ad accorgersene fu anche Schumacher, che non esitò a chiedere spiegazioni. Alla gara dopo, però, ecco la dura verità: “Pepi non lo vedi più”, gli disse Terruzzi.
Michael capì tutto quanto e “Dammi il suo numero di telefono” fu l’unica cosa che disse. Da lì, tre volte alla settimana chiamava Pepi a casa. Mentre la stagione correva, mentre i GP si accumulavano, mentre lui si avviava verso l’ennesimo titolo mondiale, trovava il tempo di chiamare un giornalista che stava morendo per stargli vicino. Gli chiedeva come stava, gli raccontava cose che agli altri non diceva. Andò avanti così, fino alla fine.
Terruzzi lo racconta decenni dopo, quasi sottovoce, ancora incredulo. Una storia che diventa il ritratto del Michael uomo, più che del pilota: quel campione apparentemente freddo e distante sotto i riflettori che, lontano dalla pista, sapeva trovare il tempo per qualcosa di profondo, ma all’apparenza lontano.
Chi aveva frequentato il paddock abbastanza a lungo sapeva che quella sensibilità, ogni tanto, veniva a galla anche lì, dove Michael era il Kaiser. Successe a Monza, nel 2000, quando raggiunse quota quarantuno vittorie in Formula 1 eguagliando Ayrton Senna. In conferenza stampa, davanti ai giornalisti e alle telecamere, si fermò. La voce si bloccò, gli occhi si fecero lucidi.
Il robot progettato per vincere, come diceva qualcuno, finì in lacrime pronunciando il nome del suo rivale, andato via troppo presto. Un qualcosa che veniva da dentro e che non riuscì a trattenere. Il cannibale della pista, per un momento, fu soltanto un uomo: così fu anche con Pepi Cereda, per una storia da palle d’oca. Ecco chi era davvero Michael Schumacher.