Chi l’ha visto giocare con i Biancorossi di Gigi Cagni negli anni ’90, non l’ha mai dimenticato. Numero dieci sulle spalle, talento da vendere e l’idea che “se davi la palla al Moro, o ti inventava qualcosa oppure ti metteva la partita in cassaforte”. Scenario uno: il Piacenza fatica ad aprire la difesa avversaria. Ci pensa Daniele Moretti, nonostante lo azzannassero da tutte le parti – “Quante ne ho prese, del resto in quella Serie A giocavano i difensori più forti al mondo”, dice. Passaggio filtrante di Moretti per una delle tante punte diventate bomber nelle file del celebre “Piacenza autarchico”, e così il ragazzo di Roma inventa e strappa applausi. Sfrontato, geniale, supertecnico. Scenario due: la squadra vince e il Moro punta la bandierina del corner. Si mette a palleggiare, prende tempo. Lui, in mezzo a quattro, e la palla non gliela togli più. La costante? I morsi alle caviglie di gente come Enrico “Tarzan” Annoni, Mauro Tassotti, Pasquale Bruno. Perché in quei campionati non c’erano mica solo difensori di classe come Paolo Maldini o Alessandro Nesta, c’erano tanti “Sandrino, il mazzulatore” decisi a “ridimensionare” giovanotti come Daniele Moretti, rei di possedere così tanto sfacciato talento. Classe 1971, il Moro ha costruito la sua carriera da calciatore a Piacenza, cittadina “emiliana ma non troppo” che nel decennio dei Novanta ha vissuto il football dei grandi. Oggi è a capo di una splendida Academy – Academy Moretti – che coltiva i talenti di domani (“Ma ai Moretti di oggi do delle belle strigliate, sono diventato svizzero”, scherza). E tra qualche giorno, in libreria, anche la biografia firmata da Gaja Cerroni e Samanta Agosti ("Tal là al Moro").
Lo splendido complesso che sorge a Quarto, a pochi chilometri da Piacenza, è una scuola calcio che guarda al domani. Insieme all’Atalanta, tra l’altro.
I giovani sono tutto per noi. Abbiamo scelto di non avere la prima squadra perché per me non ha senso. E tante società professionistiche non lo capiscono ancora. Non investono abbastanza sul settore giovanile.
In che senso?
Ad allenare i ragazzi ci mettono allenatori di seconda fascia, quasi dei volontari, non gente che ha giocato ad alti livelli. Il responsabile del settore giovanile di una squadra professionistica dovrebbe essere sempre una figura di assoluto spessore. E invece puntano su profili che costano meno. Il risultato è evidente: i giovani, da noi, faticano a crescere. Come fai a costruire la prossima Nazionale, così?
Quindi, tecnica o tattica?
Altra patata bollente. In questo senso il nostro rapporto con l’Atalanta è indicativo. Anche se a calcio ho fatto tutte le categorie fino alla massima serie, vado a Zingonia e mi si apre un mondo. Atalanta e Roma, oggi, allevano i giovani talenti come nessun altro. E anche qui da noi, fino a quattordici anni, non esistono ruoli. Il terzino che deve fare la diagonale a dieci anni? Ma non scherziamo! E poi ci stupiamo se non vedi più un uno contro uno in Serie A. Ben venga, uno che dribbla. Fino ai quattordici, qui, è tutta tecnica, poi li impostiamo. Ricordo ancora una grande cosa che disse Demetrio Albertini qualche anno fa: “Se le squadre di C non si possono permettere di fare lavorare gente di calcio con i ragazzi, non sei obbligato a fare il settore giovanile professionistico”. Vedi cosa combina oggi anche una squadra come il Milan…
Che rapporto avete con l’Atalanta?
Non siamo affiliati, siamo proprio una delle tredici Dea Academy in Italia. I nostri allenatori possono andare a vedere gli allenamenti a Bergamo e i loro allenatori aggiornano i nostri e talvolta allenano i nostri ragazzi.
Il calcio di oggi, Daniele. Massimiliano Allegri, prima sulla graticola per aver fallito la qualificazione Champions col Milan, oggi sulla panchina del Napoli. Ma quel calcio, per molti, è il vero imputato: vecchio, arretrato. Come la vedi?
Il problema non è Allegri, sono le società con quattro/cinque dirigenti. Una volta il calcio era il presidente (che non c’era mai), il direttore sportivo e l’allenatore. Stop. Era più chiaro individuare eventuali responsabilità. Da noi c’era il grande Leonardo Garilli: metteva i soldi e poi arrivederci, lasciava tutto in mano a Gianpietro Marchetti e Gigi Cagni. Alla fine dell’anno si faceva il punto. Oggi che succede? Che non si capisce un tubo. Al Milan Zlatan Ibrahimovic e Max Allegri, a fine stagione, sono venuti alle mani, capite? C’è grande confusione. E non solo al Milan.
Come hai vissuto la polemica tra Lele Adani e Gigi Cagni? Cagni è stato preso come simbolo degli allenatori sorpassati, promotori di un calcio difensivista e poco propositivo (stile Allegri, appunto). Ma tu che lo hai avuto per anni?
Oggi ci sono molti allenatori giovani che pensano di aver inventato il calcio, ma diverse cose che propongono oggi le ripeteva già uno come Cagni trent'anni fa. Lui giocava con me, Gianpietro Piovani, Filippo Inzaghi e Totò De Vitis. Quattro punte. E sai perché qualcuno lo definisce “difensivista”? Solo perché a San Siro, col Milan, non andavamo a giocare con tre attaccanti e due mezze punte. E quindi? Coprirsi un po’ di più affrontando Ruud Gullit e Marco Van Basten significa essere difensivista? Ad Adani gli è rimasta soprattutto la chiacchiera, dai. Ha giocato a calcio, dovrebbe sapere come funziona. Lo sanno bene anche Antonio Cassano e tutti gli altri che animano il calcio parlato: non è che ogni partita – sia come allenatore che come giocatore – ti riesce bene al cento per cento. Non sempre riesci a esprimerti come vorresti. Dando certe etichette, esagerano.
Anche perché l’idea che una squadra, qualsiasi sia il suo livello, debba sempre proporre gioco, impoverisce un po’ l’aspetto tattico, non credi?
Prendere le misure all’avversario non è un delitto. All’epoca squadre come Inter, Milan, Juventus e Roma, in casa loro erano quasi ingiocabili, come si dice. E poi non si tratta del numero di punte che schieri, ma di mentalità. Mourinho ha fatto un Triplete facendo fare qualche sacrificio a Samuel Eto’o.
Moro: una vita in biancorosso, ma hai ancora Roma tatuata addosso.
Io sono andato via a tredici anni da Centocelle, sono a Piacenza da quarant’anni. Roma l’ho vissuta poco, ma mi manca. Quando ci vado, però, ho le vertigini: il caos, il traffico. Un altro mondo.
Al di là di ogni modestia, lo vogliamo ricordare, ai più giovani, chi è stato il calciatore Daniele Moretti? Lo vogliamo riaffermare, in un mondo che trita le biografie alla velocità della luce?
Io e Giovanni Stroppa, a Piacenza, siamo stati forse i migliori tecnicamente. Per la tecnica che possedevo, forse ho fatto meno di quello che avrei potuto. Nonostante la Serie A, la Nazionale Under 21 di Serie B, 450 presenze da professionista e tante soddisfazioni. Se a diciannove anni avessi avuto la testa dei trent’anni, forse sarei arrivato più in alto. Ho avuto contatti con la Roma, con l’Inter, sono stato a un passo dal grande salto.
Ti piaceva divertirti, per farla semplice?
Ero un po’ sregolato. Ero giovanissimo, i soldi in tasca non mi mancavano. Non ho fatto cose clamorose, ma mi piaceva far tardi. Se mi fossi curato un po’ di più…
Immagino non fosse facile andare d’accordo con un duro come Cagni.
Parlavamo quasi tutti i giorni, molto serenamente. Lui ha sempre provato a darmi dei limiti, dei confini. E aveva ragione.
E oggi, quando sul campo vedi uno che potrebbe essere un giovane Moretti?
Chi mi conosceva ai tempi, non mi riconosce. Guardo gli accessi a WhatsApp dei ragazzi per vedere se vanno a letto presto. Il fatto è che io, nonostante tutto, ho giocato in Serie A e quindi loro a volte pensano che sia possibile giocare ad alti livelli facendo anche una vita poco regolare. Non è così, oggi. E anche io, alla fine, potevo fare cento e ho fatto cinquanta.
Eri tecnico e forte in una Serie A di livello altissimo, peraltro.
C’erano i migliori. I giocatori a cui somigliavo erano Domenico Morfeo e Benny Carbone, Cassano è arrivato un po’ dopo. Giocavamo contro gli olandesi del Milan, Zidane, Ronaldo il fenomeno, Baggio, Vialli… Credo che oggi qualsiasi calciatore di quel Piacenza giocherebbe le coppe europee.
E poi c’era il tuo palleggio, insistito, vicino alla bandierina. Quanto li facevi incazzare i difensori avversari?
Molto. Perché diversi difensori, quasi tutti più anziani di me, si sentivano presi in giro. E cazzo se mordevano, anche perché oggi se a un attaccante sfiori la maglietta mentre si invola verso l’area, ti pigli un giallo. A quei tempi il giallo un difensore se lo prendeva a mezz’ora del secondo tempo dopo ottanta falli. Oggi marcano a dieci metri, certi attaccanti dei miei tempi (Montella, Batistuta, De Vitis) farebbero cinquanta gol a stagione. Io da trequartista mi sono preso le botte da Bruno. Gente che dopo che gli facevi due numeri sotto il naso ti mormorava: “Adesso ti stacco una gamba”. E di telecamere ce n’erano un paio, oggi ce ne sono duecento. Se l’arbitro non vedeva, era finita lì. Botte da orbi.
A Piacenza si dice che Paul “Gazza” Gascoigne fece una delle sue più grandi prestazioni “italiane”. Lo ricordi?
Fortissimo, peccato si sia buttato via con l’alcol. Però il più forte che ho visto sul campo è stato Zinedine Zidane. Ricordo una partita contro la Juventus a Torino. Cagni l’aveva preparata in ogni dettaglio piazzando me, Valoti e Suppa in mezzo. Tuttavia, già nel primo tempo, ci avevano massacrato. Non ci avevamo capito niente. Il martedì il mister, dopo aver rivisto la partita in tv, viene da noi e dice: “Mi scuso con i centrocampisti perché Zidane è immarcabile”. Un’intelligenza calcistica mostruosa. Faceva tutto prima degli altri.
Poi c’era Ronaldo il fenomeno. Letteralmente, un fenomeno della natura.
Oggi c’è un esercito di influencer che parla di calcio. Polemiche, analisi, rompicapo. Cosa manca nel dibattito?
Mancano ancora tanti temi “pesanti”, a dire il vero. Sui social si fanno molte chiacchiere, ti dicevo, ma la sostanza è parecchio intermittente. Parlano tutti, ma fidatevi: solo quelli che l’hanno giocato seriamente possono capire certe dinamiche del calcio. Non è possibile che rimbalzino, anche su canali ufficiali, dei video da milioni di visualizzazioni che sono poco più che sfoghi figli del momento. Il tutto, in un contesto in cui girano davvero troppi interessi. Secondo voi è normale che Paolo Maldini sia fuori dal Milan, Francesco Totti dalla Roma e Alessandro Del Piero dalla Juventus?
Come te lo spieghi?
Perché facciamo il gioco dell’oca e torniamo al nostro punto di partenza. Se un procuratore va dai nomi che ti ho citato e cerca di convincerli a comprare un giocatore, questi conoscono il calcio e magari gli rispondono picche. Se a Maldini serve un esterno alto, Maldini non ti dà l’ok per comprare un interno basso.