I social network creano dipendenza e non solo. Ne avevamo parlato già in precedenza e lo scenario era il New Mexico. Stavolta siamo in Italia. L’argomento in questione riguarda le influenze negative che i social media hanno sui minori, in particolar modo Meta, che ne gestisce la maggior parte.
Il risultato della causa in New Mexico era stata una condanna a Meta, costretta a pagare 375 milioni di dollari per provata dipendenza causata dai social che non proteggerebbero i minori. La causa aveva delineato revisioni delle regole delle piattaforme.
In Italia nel 2024 si è consumata una tragedia per una famiglia dell’astigiano. Rossella, una bambina di dodici anni, si è tolta la vita. Dopo il tragico evento, osservando le attività social dai dispositivi della giovane, la madre si è accorta che l’algoritmo le proponeva sempre più spesso contenuti legati all’autolesionismo che avrebbero contribuito ad acuire il malessere di Rossella. La madre, Irene Roggero Ugues, ha intentato una causa contro Meta (proprietaria di Instagram e Facebook) e TikTok. Molte le famiglie che chiedono maggiore tutela per i propri figli minorenni che ne fanno uso.
Ne abbiamo parlato con Antonio Affinità, direttore generale e cofondatore del Moige (Movimento Italiano Genitori). Il movimento ha preso a cuore la causa e, partendo dalla vicenda di cronaca nera citata, ha avviato una campagna di sensibilizzazione, ma soprattutto delle azioni concrete che permettano anche alle istituzioni di riconoscere e agire sulla tematica.
In quanto Moige, quale tipo di supporto state offrendo alla famiglia di Asti in questo momento così drammatico?
Noi la stiamo assistendo in tutte le modalità possibili per dare una risposta in seguito a questo dramma inenarrabile che hanno vissuto, anche perché è un desiderio dei genitori far sì che tutto questo non accada ad altri minorenni. Apprezzabile quanto riscopriamo in questa famiglia, così come ce ne sono altre che esprimono le medesime richieste. C’è un pubblico di genitori esteso che vive in modo diretto e non diretto questo dramma della dipendenza dei figli dai social.
Da cosa si deve partire per sensibilizzare più persone possibili sulla tematica? E come il Moige si sta muovendo per contrastarne gli effetti drammatici?
Innanzitutto i social sono stati strutturati per creare dipendenza, è stato anche provato. Ci troviamo davanti a dei meccanismi in cui la dinamica strettamente formativa non è sufficiente per giustificare la soluzione del problema. Non è solo un problema di alfabetizzazione informatica, che è importante. Siamo l’altra gamba dello stesso corpo. Ma nello stesso tempo è fondamentale strutturalmente riuscire a dare delle risposte che vengano anche dagli operatori. Perché loro sono un riferimento importante. Le piattaforme social devono assumersi una responsabilità etica verso il prodotto che propongono e in particolare quando lo rivolgono ai minori. Questo è quello che stiamo chiedendo. Siamo i primi a parlarne, anche di recente nel nostro evento “Un anno di zapping e di streaming”, dove abbiamo premiato dei creator che sensibilizzano sul tema. La nostra non è un’iniziativa “contro”, ma più che altro su come vengono gestite le piattaforme e su come venga realizzato questo algoritmo predatorio. È questo che deve essere eliminato dal sistema, che deve riuscire a trovare delle modalità diverse da quelle che sono adesso. Non si può offrire un prodotto che crea dipendenza.
Cosa risponde a chi delega l’intera responsabilità sulla vigilanza genitoriale?
Noi genitori in tutta questa situazione siamo parte lesa a causa delle multinazionali dei social che hanno sempre dialogato, a livello giuridico, solo ed esclusivamente con dei minorenni. Loro vanno dai minori e gli chiedono di sottoscrivere un contratto che li impegna a vita a donare i propri pensieri, foto e contenuti ai social. E la piattaforma, invece di trattarli da minorenni con la cura e l’attenzione dovuta, fa di tutto per distruggere la loro crescita, creando dipendenza, disagio e contenuti decisamente inadatti a loro. Anche sul piano strettamente normativo è tutto molto discutibile. È gravissimo. Hanno permesso l’accesso alle piattaforme a minori di 14 anni, che già di per sé è un’età fin troppo bassa. Qui i minorenni non c’entrano proprio. La cosa grave è che un’azienda fa firmare un contratto a un minorenne, questo è l’elemento più grave.
Avete già rivolto alla politica delle proposte di legge?
Certo, le attuali normative dei social a tutela dei minori sono farlocche. Sono fatte in modo tale da non tutelarli più di tanto. L’inibitoria non è direttamente collegata ai social, stiamo cercando di darle attuazione. Il Digital Service Act ha tante falle nel sistema che rendono difficile tutelare i ragazzi. Questo è un elemento che ci preoccupa molto. Principalmente stiamo lavorando su cinque punti fondamentali: il divieto reale sotto i 16 anni con verifica certificata. La soglia dei 16 anni, già prevista dal GDPR, deve essere garantita da sistemi tecnici obbligatori — come la CIE — a carico delle piattaforme. L'autodichiarazione non è sufficiente; lo stop ai meccanismi di dipendenza digitale. Scroll infinito, notifiche compulsive, autoplay e algoritmi di rinforzo variabile devono essere vietati per i minori: sono strumenti progettati per creare dipendenza nel cervello in sviluppo; responsabilità civile e penale delle piattaforme. Quindi chi non verifica l'età, mantiene meccanismi vietati o non rimuove contenuti dannosi entro 24 ore risponde penalmente e civilmente dei danni causati ai minori; sanzioni fino al 6% del fatturato e fondo per le vittime. Perché crediamo che solo sanzioni economicamente dissuasive cambiano i comportamenti delle Big Tech. I proventi alimentano un Fondo Nazionale per supporto psicologico e ricerca scientifica; educazione digitale obbligatoria a scuola. Serve un curriculum obbligatorio nelle secondarie su algoritmi, dipendenza, privacy e cyberbullismo, definito dal Ministero dell'Istruzione con le organizzazioni delle famiglie. Dopo Australia, Spagna, Norvegia e ora il Regno Unito, l'Italia non può restare indietro. Il MOIGE chiede al Parlamento di agire adesso per proteggere i 3,5 milioni di bambini italiani oggi esposti, senza tutela, alle grandi piattaforme digitali. Il disegno di legge che abbiamo proposto al Parlamento ha raccolto tantissime firme attraverso una petizione che chiede una normativa. Certo, le nostre energie sono piccole di fronte allo stra potere di Golia, ma continuiamo a lottare.
Secondo lei le piattaforme possono evitare che l’età degli iscritti venga falsificata durante l’iscrizione dei minorenni?
La piattaforma se ne accorge dopo mezz’ora. Questa è una falsa questione, perché in termini di volontà si può fare, non ci sono problemi. I livelli tecnologici oggi sono così alti che parlare di difficoltà di verificare l’età degli iscritti è ipocrita. La problematica rimane, non di natura giuridica, ma di natura etica. Le piattaforme dovrebbero capire che l’etica rimane un elemento fondamentale per il loro stesso sviluppo e sopravvivenza.
In America, grazie alla causa vinta in New Mexico, qualcosa si è mosso. Perché in Italia si continua a sottovalutare la situazione? Qual è il bug nel sistema?
C’è una situazione complessa a livello normativo. Noi ce ne siamo accorti studiando per tre anni la normativa. Si fa riferimento a delle norme europee, ma poi c’è l’applicazione italiana. Il sistema normativo e giuridico un po’ farraginoso. Ci sono anche dei forti gruppi/lobby che mirano a non tutelare. In America c’è un sistema giudiziario differente, ma hanno una maggiore possibilità d’azione. Noi continueremo a fare la nostra parte e stiamo pure lavorando perché altri Paesi Europei possano riprendere i principi della nostra causa, secondo le normative dei rispettivi Paesi ovviamente. Dobbiamo rendere tutto più fluido e migliorare il sistema sanzionatorio, in modo che sia sufficientemente pesante per loro. Questo è un altro aspetto, per esempio: i loro margini di guadagno sono talmente ampi che lo stesso sistema sanzionatorio è abbastanza risibile per loro. Ricordiamoci che la sottoscrizione richiesta per iscriversi a questi social avviene direttamente tra il minorenne e la piattaforma. Se guardiamo alla nostra trascrizione giuridica italiana, è inaccettabile che un minorenne possa sottoscrivere un contratto, invece questo avviene. Hanno usato tanti sotterfugi per creare questo. Ora addirittura a livello europeo hanno creato una modalità normativa che permette a un minore di iscriversi: una cosa totalmente aliena nel nostro sistema giuridico.
Ci sono altre famiglie che si sono rivolte a voi per cercare il vostro supporto?
Assolutamente. Purtroppo nell’inibitoria non si può intervenire direttamente, ma solo in fase due, che è quella risarcitoria. Bisogna aspettare.
Come viene provata la correlazione tra determinati comportamenti da parte dei minori e l’influenza delle piattaforme social?
Questo viene verificato dagli psicologi, in quanto c’è un aspetto di natura medico-scientifica.
Come direttore generale e cofondatore del Moige, cosa direbbe ai genitori italiani che hanno figli minorenni per invitarli ad unirsi in questa battaglia?
Di non scoraggiarsi di fronte allo strapotere dei media e dei social. Di stare vicini ai propri figli e svolgere il proprio ruolo educativo, sottolineando ai figli i rischi di questo strumento. Di non arrendersi e di rivolgersi a noi qualora dovessero constatare situazioni di pericolo che coinvolgono i propri figli. Uniti si può vincere, viceversa è più difficile. Il mestiere del genitore oggi non è facile, però non è neanche impossibile esercitarlo al meglio.