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23 giugno 2026

Un applauso agli amici de “Il Messaggero”, che mettono in galera Il Piotta per fare click: se vi piace un mondo così…

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

23 giugno 2026

A volte basta un titolo. E chi lavora nel giornalismo lo sa. Che il titolo sia efficace va pure bene, ma quando l’obiettivo è chiaramente un clickbait che potrebbe infangare il nome di un artista, va un po’ meno bene. Davvero volete un mondo in cui chi si occupa di informazione mira solamente ad attirare la vostra attenzione? Il fatto di cronaca diventa quasi secondario: sui titoli si legge “arrestato Il Piotta” e la prima immagine che viene in mente è chiaramente quella del rapper romano. Peccato però che lui in questa storia non c’entri niente
Un applauso agli amici de “Il Messaggero”, che mettono in galera Il Piotta per fare click: se vi piace un mondo così…

Ma avete letto? Hanno arrestato Il Piotta. Chi di voi non ha pensato al Super Cafone romano? Sì, perché quando si legge un titolo come quello de Il Messaggero, la sensazione è che la cronaca abbia ormai imparato a parlare la lingua dei social meglio della lingua dei fatti. E che il confine tra informazione e intrattenimento si sia assottigliato al punto da diventare quasi invisibile.
Persino di fronte a una notizia di cronaca nera. La vicenda, infatti, è purtroppo abbastanza semplice e anche abbastanza grave. In una palestra della periferia romana, una discussione nata per un motivo banale: l’uso di una panca in sala pesi, che degenera fino a trasformarsi in violenza. Un uomo di 39 anni viene ferito con un’arma da taglio e finisce in ospedale in condizioni serie, tanto da richiedere un intervento chirurgico. Si salva, ma l’episodio lascia comunque una traccia pesante.
Il presunto autore dell’aggressione è un uomo di 53 anni, conosciuto nel quartiere con il soprannome “Piotta”, omonimo ma non collegato al rapper di Roma. Dopo il fatto si allontana, sparisce per alcuni giorni, e viene poi rintracciato dai carabinieri dopo un’attività investigativa che ricostruisce spostamenti, indizi e anche elementi materiali compatibili con la scena dell’aggressione. Alla fine viene fermato e portato in carcere con l’accusa di tentato omicidio.
Questa è la sequenza dei fatti. E già così basterebbe a raccontare un episodio di violenza urbana che nasce da un pretesto minimo e sfocia in conseguenze molto serie, che è quello su cui ci si dovrebbe soffermare. Ma quello che colpisce non è solo ciò che è successo, bensì il modo in cui viene comunicato, che diventa l’argomento principale della notizia.

Piotta
Il rapper Piotta, ovviamente estraneo ai fatti

Il titolo, in particolare, non si limita a informare. Non parla soltanto di un arresto, ma costruisce una specie di racconto emotivo in cui nomi (o in questo caso soprannomi) diventano parte del “gancio” narrativo. È una tecnica ormai molto diffusa: non si apre più con la notizia, ma con un elemento che deve catturare immediatamente l’attenzione, spesso prima ancora di spiegare davvero cosa sia accaduto.
In questo caso, l’uso del soprannome “Piotta” è emblematico. Serve a identificare una persona che evidentemente è nota in un contesto locale, ma nel frattempo rischia di trasformare un fatto di cronaca giudiziaria in un banale clickbait: il lettore viene guidato più dall’effetto curiosità che dalla comprensione dei fatti, perché a primo impatto crede che l’artefice della violenza sia un cantante famoso. Si tratta di un elemento che orienta la percezione.
La cronaca si trasforma in contenuto. E questa di certo non è una novità, ormai. Inoltre, basta guardarsi intorno e sul web si può constatare come moltissima gente si limiti a commentare il titolo senza leggere l’articolo. E quando anche i giornali giocano su questo, non fanno che alimentare pigrizia e malainformazione. Non si racconta ciò che accade, ma si fa in modo che funzioni dentro un ecosistema digitale dove l’attenzione è la risorsa principale. Il risultato è che la realtà viene semplificata fino a diventare più “leggibile”, ma meno approfondita.
Il rischio è che la violenza, invece di essere compresa nella sua dinamica sociale e umana, venga incapsulata in una narrazione quasi spettacolare. Una lite in palestra diventa una scena e una persona arrestata diventa un personaggio riconoscibile. E magari anche meme.
Non è una critica al singolo articolo de Il Messaggero, ma a un modello comunicativo sempre più diffuso che premia ciò che cattura subito l’attenzione e penalizza ciò che richiede tempo per essere compreso. Pare che a nessuno interessi restituire la complessità di ciò che accade. È un vero e proprio consumismo delle notizie, perché un titolo così ovviamente ti induce a cliccarci sopra per capire se il cantante romano è stato veramente coinvolto in una violenza. E alla fine no, non è lui. E non è lui neanche il super cafone. La vera cafonata, questa volta, l’hanno fatta i giornali.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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