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26 marzo 2026

Meta condannata in tribunale per la dipendenza dai social dei bambini? Parla Crepet: “Questa sentenza segna un prima e un dopo. I politici italiani ora cosa vogliono fare?”

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

26 marzo 2026

Meta è stata condannata a pagare 375 milioni di dollari e si prospetta una revisione delle regole delle piattaforme. La legge prova che i social network causano dipendenza e non proteggono i minori. Una giovane ragazza del New Mexico aveva accusato la Big Tech. Da anni Crepet si espone sul tema: “La democrazia è in pericolo, ma perché mancano le idee, non perché c’è qualcuno che controlla. È stato Savonarola che ha cambiato una certa visione di potere nel Rinascimento: dove sono i Savonarola oggi?”

foto di Ansa

Meta condannata in tribunale per la dipendenza dai social dei bambini? Parla Crepet: “Questa sentenza segna un prima e un dopo. I politici italiani ora cosa vogliono fare?”

Meta dovrà pagare 375 milioni di dollari. La legge prova che i social network causano dipendenza e non proteggono i minori: un test con un profilo fake di una tredicenne ha mostrato quanto siano esposti a contenuti sessuali e contatti pericolosi.
La ragazza che ha accusato Meta si chiama Kaley G., oggi ventenne.
Il tribunale del New Mexico ha emesso una sentenza storica: i social network causano dipendenza e non proteggono i minori.
Il caso riaccende, dunque, anche il tema della dipendenza: come evidenziato nel documentario The Social Dilemma dagli stessi ex dipendenti della Silicon Valley, le piattaforme sono progettate per generare coinvolgimento continuo, tramite una funzionalità che stimolerebbe la dopamina negli utenti che ne fanno uso: “Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”, è la frase più emblematica del docufilm di Netflix.
La social media strategist Serena Mazzini - nel suo libro Il lato oscuro dei social network - sottolinea inoltre i rischi per i minori legati allo sharenting, ovvero l’esposizione dei bambini online per profitto, spesso senza adeguate tutele.
Questa sentenza non produce solo una consistente multa in denaro, ma anche prospettive di cambiamento in merito alle regole presenti nelle piattaforme.
Abbiamo fatto alcune domande al professor Paolo Crepet, anche lui da anni molto critico nei confronti della deriva social.

Paolo Crepet
Lo psichiatra, sociologo, scrittore e opinionista italiano, Paolo Crepet

Nel suo libro Libertà lei aveva parlato della manovra social di Donald Trump di far “regolare” i social media, colpevoli - secondo lui - di privilegiare i contenuti democratici che aveva definito “terribili pregiudizi”. Secondo lei, invece, oggi la democrazia è ancora decisiva o è in pericolo?
Donald Trump ha appena invitato a cena i capi dell’Intelligenza Artificiale. Trump invita a cena Zuckerberg alla Casa Bianca, è sotto gli occhi di tutti. É ovvio che parlino di interessi, per gli americani è abbastanza normale. I politici italiani, invece, frequentano i lobbisti dei social, ma lo nascondono. Nel frattempo la democrazia è molto in pericolo, ma perché mancano le idee, non perché c’è qualcuno che controlla. Il problema è che mancano gli eretici, quelli che vanno contro. La figura del papa esiste da qualche secolo e ha sempre fatto il suo lavoro di controllare o reprimere il pensiero “contrario”; poi ci sono stati gli eretici. É stato Savonarola che ha cambiato una certa visione di potere nel Rinascimento: dove sono i Savonarola oggi?

Qual è l’importanza che ha questa sentenza?
Questo non è un processo avvenuto, è l’inizio di un processo, perché ovviamente Meta e altri avranno motivo per difendersi (come staranno già facendo). A me non interessano tanto le questioni legali, però mi interessa molto che un tribunale importante dica questo, perché vuol dire che ne dobbiamo parlare. Naturalmente è ovvio che ci sia un metodo dietro a questo business.

Dopo la sentenza si prospetta che Meta regolerà le sue piattaforme. Nel frattempo, possiamo aspettarci che le famiglie si assumano parte della responsabilità e tutelino i minori?
Le famiglie sono i primi utilizzatori delle piattaforme. É molto difficile che facciano qualcosa nei confronti di ciò che usano tutti i giorni. Anche la nonna è su Facebook. Mio padre poteva dirmi di non bere quando ero ragazzo, ma lui non tornava a casa ubriaco.

Quanto avvenuto in New Mexico segna un precedente importante anche per i media o continueranno a voltarsi dall’altra parte?
A questa sentenza stiamo guardando con molto imbarazzo, perché tutti i media temono di entrare nel merito. Se questo - come qualcuno ha detto, anche se io ci credo poco - denota che ci sia in corso un cambiamento copernicano dell’uso dei social, questo non fa piacere a tutti. Tutte le aziende che sono influenzate da questa grande azienda che è Meta - quindi un buon 95% - non possono gioire nell’apprendere questa notizia. Per loro è un problema, sia in termini di immagine, che in termini di business. Possiamo dire che gli interessati non sono così contenti di essere interessati.

La condanna a Meta rappresenta una prima grande svolta. Ma secondo lei l’era social vedrà mai la sua fine?
No. Non credo che chi li gestisce sia così stupido da aspettare la fine, si inventeranno qualcosa prima. Non c’è mai la fine di qualcosa, c’è la trasformazione. Il cinema è diventato serie tv. Era abbastanza prevedibile che finisse, o meglio si riducesse, in termini di diffusione o anche di locali. Nel frattempo le grandi produzioni cinematografiche sono quelle che producono le serie tv, si adattano, mediano, anticipano la sconfitta. Nessuno sta lì ad aspettare qualche nuovo tribunale degli Stati Uniti, che ci sarà sicuramente. In realtà la sentenza del New Mexico contiene già le istruzioni per uscire da quella crisi: basta togliere quell’algoritmo. É chiaro che non possiamo chiedere ai minori di eliminare Instagram, ormai è parte della loro vita. Il problema è che Instagram non deve fare loro del male. Chi gestisce il social non può, ma deve far sì che questo non accada, questa è la differenza tra il prima della sentenza e il dopo. Sono molto ottimista, perché quello che io ho scritto finalmente si avvera. Circa undici anni fa ho scritto Baciami senza rete, che vuol dire: se mi vuoi bene, non c’è bisogno che mi fai una videocall, vienimi a trovare. Non sono così ingenuo da immaginare una fine dei social e poi non la auspico neanche. Perché il problema non è il social in quanto tale, è il social che ingloba in se stesso - e ne fa parte del suo business - un meccanismo che fa sì che chiunque ne dipenda, tutto qua. Io non sono contro l’alcol, sono contro l’alcolismo.

Siamo impotenti di fronte all’abuso che noi stessi facciamo dei social?
L’abuso della piattaforma è fatta dalla piattaforma stessa, è quello che ci dice il tribunale del New Mexico. Questa sentenza ci sta dicendo: non possiamo prendercela con una ragazza di vent’anni depressa che ricorre contro Meta. Questo è molto interessante, perché uno potrebbe dire “cara ragazza, ma perché non smetti di usare il telefono?”, un milione di persone le avranno detto così, credo che anche la difesa abbia battuto su questo. Ora è tempo di dire: non è responsabilità di quella ragazza, perché quella ragazza subisce un meccanismo che hai costruito tu (piattaforma), anche dal punto di vista biochimico, chi le ha costruite lo sa bene. La funzionalità presente in queste piattaforme è la stessa che crea dipendenza dalla cocaina o da altre cose. Si dica quello che vuole, ma non si può affermare che una sentenza del genere sia basata sul sentiment della ragazza che ha mosso le accuse. Nel frattempo in Spagna, Francia, Finlandia, Australia… ci stanno provando a parlare di questa problematica sociale. Molti stati hanno in corso dipartimenti su questo nei propri parlamenti, ed è giusto che sia così. Si deve poter parlare di queste cose, non avere un’idea preconcetta. I politici italiani, invece, non mi pare abbiano mai avuto argomentazioni simili nei loro programmi elettorali. La ragazza del New Mexico ha dimostrato un bel coraggio, perché andare contro un colosso del genere ne richiede molto. Mi chiedo: c’è lo stesso coraggio in Italia?

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