Tra i palazzi del potere romano o i corridoi orologiati di Sion deve esserci qualcuno che pensa che basti una stretta di mano tra procuratori per lavare via il sangue di quarantuno persone. La missione dei pm di Piazzale Clodio in terra elvetica, sbandierata come il trionfo della cooperazione rafforzata, è pessimo maquillage diplomatico: un contentino per placare i media e far finta che la giustizia abbia il passo veloce. Ma la verità è che, mentre Francesco Lo Voi e Béatrice Pilloud si scambiano dossier tra le montagne del Vallese, quello che manca è l’unica cosa che avrebbe dato dignità a questa inchiesta: una squadra investigativa comune. Che poi è pure ciò che aveva chiesto il Governo italiano prima di mettere la testa solo e esclusivamente sul Referendum. Quella "Joint Investigation Team" che la premier Meloni aveva invocato con forza s’è trasformata in una più modesta assistenza giudiziaria che sa tanto di delega in bianco. I nostri magistrati, scortati da funzionari della Mobile e Vigili del Fuoco, vanno a Sion a selezionare atti, a sfogliare 3.500 pagine di un’inchiesta svizzera che corre già su binari propri, mentre l’ambasciatore Cornado aspetta a Roma un segnale per capire se può tornare a Berna senza perdere la faccia.
È un gioco di specchi dove la politica prova a ricucire uno strappo internazionale sulle spalle di chi nel rogo del Constellation ci ha lasciato la vita o la pelle. E proprio la pelle è il macabro contatore che continua a girare: i dati Katamed ci dicono che i feriti ancora sotto le cure dei centri grandi ustionati sono scesi a 41, quattro in meno rispetto a quindici giorni fa. Un’emorragia che rallenta nei numeri ma non nel dolore, con tredici pazienti ancora piantati negli ospedali svizzeri e otto che lottano nelle corsie italiane. Intanto la vera bomba scoppia con la scoperta che c’è un altro video delle telecamere interne mai preso in considerazione. Trentuno secondi: alle 1.26 della notte di Capodanno, mentre la musica pompava e le bottiglie di champagne erano già pronte con le loro candele pirotecniche, un dipendente avrebbe aperto la porta di sicurezza del piano terra per far entrare un uomo. Quest’ultimo avrebbe armeggiato con il chiavistello, per sbarrare quella via di fuga pochi istanti prima che il soffitto in schiuma fonoassorbente diventasse una trappola di fuoco.
È un dettaglio che cozza di brutto con le difese dei coniugi Moretti. Jessica, la proprietaria, giura che quella porta non veniva mai chiusa; Jacques, il marito, le fa eco. Ma c’è un buttafuori, Jankovic Predrag, che ricorda ordini diversi, sussurrati tra i collaboratori: quelle porte dovevano restare sbarrate. E poi c’è la voce di chi dal coma è tornata per accusare. Rozerin Ozkaytan, la fotografa diciottenne rimasta per settimane tra la vita e la morte, ha parlato chiaro ai magistrati svizzeri: nessuna indicazione sulle misure di sicurezza, nessun soccorso prestato dalla proprietaria mentre il locale bruciava, solo minorenni ammassati ovunque, in barba a ogni legge. La giovane ha visto Jessica piangere fuori dal locale, ma non l’ha vista muovere un dito per i feriti. Mentre il pool della procuratrice Seppey si prepara a mettere sotto torchio i vertici del comune di Crans-Montana, incluso il sindaco Nicolas Féraud, l'impressione è che si stia cercando di parcellizzare le colpe per non far crollare l’intero sistema.
Gli amministratori finiranno sul banco degli imputati dal 7 aprile, ma il sospetto resta: questa sfilata di magistrati italiani a Sion servirà a scoprire davvero qualcosa? Così è davvero un’indagine davvero sovranazionale o è una – sia perdonato il francesismo – grandissima presa per il culo? Quarantuno morti aspettano una risposta. Se la giustizia deve essere cinica, che lo sia fino in fondo, senza nascondersi dietro la parola "cooperazione" e dando in pasto a tutti la narrazione del "passo avanti" per giustificare ancora una volta d’essere rimasti, come Italia, un passo indietro.