“Non lanciate le bottiglie”. Morto. Stop. Non c’è altro da aggiungere. Giacomo Bongiorni era uscito di casa con suo figlio di 11 anni, sua moglie e il cognato, nella sua città, la stessa in cui un gruppo di ragazzi italiani e non tra i 16 e i vent’anni si stava divertendo lanciando bottiglie da ubriachi. La chiamano “malamovida”, quelli del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. La chiama così il sindaco. Non suona bene. Potremmo chiamarlo istinto animale forse, ma è troppo poco per parlare di quanto avvenuto. Gli animali non lo fanno, non rispondono a un rimprovero colpendoti fino a farti cadere a terra e continuando a picchiarti finché non muori. È una violenza giovanile? Forse, lo devono dire i sociologici, gli esperti, gli scienziati. I nessi causali non sono ciò che ci riguarda. L’impatto politico? È evidente, un correre ai ripari con frenetica e manifesta inadeguatezza. Vicino a piazza Felice Palma, la stessa in cui Giacomo è morto, la stessa in cui un gruppo di ragazzi stava lanciando bottiglie in modo molesto, ci sono le sedi di polizia, carabinieri e vigili urbani. Dov’erano? A farsi uno spritz? La domanda da farsi non riguarda la cattiveria dei ragazzi o il coraggio dell’uomo ucciso. L’uomo è morto e i ragazzi dovranno rispondere delle loro azioni. Noi dobbiamo chiederci: perché un uomo qualunque in giro col cognato, la moglie e un figlio è dovuto intervenire per cercare di gestire degli imbecilli in una piazza del centro città, a pochi passi dagli uffici delle forze dell’ordine? C’è qualche passaggio che manca, un bug. C’è qualcosa che non ha funzionato prima. Il problema non è solo i pugni su un uomo che ha fatto la cosa giusta, ma la cosa giusta non è necessariamente la cosa che andava fatta. Il fatto che si sia rivelato necessario che un cittadino qualsiasi intervenisse è un problema.
Un caso non fa statistica, direte, non possiamo condannare chi non c’era, perché altre volte intervengono e stavolta no, ok, ma di solito sì, quindi non è colpa degli uomini in divisa, che fanno sempre il loro dovere ma stavolta no, è una tragedia, una gran sfortuna, una sfiga capitata a un uomo giusto che sfortunatamente si trovava nel posto sbagliato - vicino alle sedi di chi dovrebbe far sì che in città non esistano “posti sbagliati” - al momento sbagliato. Ma è davvero un caso? A Bologna di fronte alla Stazione l’uomo che uccise il capotreno bazzicava da tempo, insieme ad altri ubriachi molesti tra le pensiline del bus, in bella vista, a pochi metri da soldati armati e carabinieri. Perché non “gestiscono” l’ordine? Questo succede in ogni grande città. Alla stazione di Milano Rogoredo, nell’interland milanese, a Roma, a Verona, a Rimini, ad Ancona e giù. Tra derive militariste e giustificazionismo mollaccione, destra e sinistra una cosa non fanno: pensare a quello che c’è, agire su quanto hanno di fronte agli occhi. Non sempre è necessario “intensificare la sicurezza” o cambiare qualcosa. Talvolta basterebbe che quel che già abbiamo funzionasse. E nelle città, nella vita di tutti i giorni, dai vigili ai carabinieri, qualcosa non funziona. Non funziona da tempo. Stavolta ci è scappato il morto e un figlio di 11 anni è stato traumatizzato a vita, come la madre. Ma altre volte ci scappa il furto, il pestaggio, il ragazzo che resta zoppo perché accoltellato in centro a Milano a una gamba e così via. Le forze dell’ordine agiscono? Chiedetevelo guardandovi intorno, mentre andate a fare la spesa o prendete un caffè. Chiedetevi perché i vigili al bar e poi chiusi in auto al cellulare non fanno spostare o portare via l’auto di quello parcheggiato nel posto per disabili. Chiedetevi perché i controlli li fanno alla stazione della metro di Citylife e non altrove, chiedetevi se quando prendete un passante vi sentite tranquilli.