A Strozza, in quel minuscolo avamposto bergamasco di poco più di mille anime dove pure il cimitero, visto da Maps, sembra un fazzoletto ricamato, nessuno ha sentito niente. Eppure chi ha profanato la tomba di Pamela Genini, decapitandone il cadavere e portandosi via il macabro trofeo, avrebbe usato un frullino da carpentiere. Lo dice la polvere metallica ritrovata dagli inquirenti all’interno della bara e lo dice, purtroppo, pure quel taglio troppo netto e preciso in mezzo al collo che ha segnato la seconda uccisione di Pamela. Il primo assassino, quel Gianluca Soncin che diceva di amarla e invece l’ha ammazzata, è stato preso da un pezzo. Il secondo assassino, o assassini, ha, potrebbe invece avere le ore contate.
Gli indizi? Una vite lasciata fuori sede (come raccontato da Quarto Grado), una sigillatura di silicone troppo grossolana rispetto alla saldatura originale. E poi peli vicino a ciò che resta del corpo e anche impronte isolate sia sul coperchio che sul lato della bara bianca profanata. Oltre, stando a quanto è dato sapere, a sudore che potrebbe essere caduto proprio dalla fronte o dalle mani di chi stava compiendo il macabro rituale. Lasciando (ma sono indiscrezioni per ora non confermate) tracce di DNA che potrebbe valere come una firma inequivocabile. Errori minimi che sono diventati ciò a cui deve aggrapparsi adesso chi ha il dovere di arrivare a una verità e magari proprio anche al ritrovamento della testa di Pamela.
Gli inquirenti, coordinati dal pm Giancarlo Mancusi, si sono già affidati ai laboratori del RIS e ai tavoli autoptici del Labanof della professoressa Cristina Cattaneo: chi ha agito non era un profanatore improvvisato. Non c’è il disordine del vandalismo, non c’è la furia cieca dell’odio immediato, ma c’è, al contrario, una metodicità maniacale. E preoccupante. Che suggerisce quasi una esperienza pregressa. O, comunque, un lavoro pianificato nel dettaglio. Il feretro di Pamela pesa quasi centotrenta chili. Già solo a maneggiarlo ci vuole metodo. Per estrarlo, scoperchiarlo, sezionare lo zinco, il copro all’altezza delle vertebre cervicali e poi richiudere tutto con il silicone, serve anche tanto tempo. Tre ore di lavoro circa, stimano gli inquirenti, forse col favore della notte e di qualche attrezzo recuperato nel magazzino del cimitero stesso. Un dettaglio, quest'ultimo, che suggerisce quindi una conoscenza dei luoghi.
La prima grande domanda, però, resta “quando?”. Un data certa serve, perché è da lì che bisogna far partire ogni ricostruzione, e a fornirla potrebbero essere gli esami effettuati sui margini delle ossa. Se la decapitazione è avvenuta a ridosso della sepoltura, il 24 ottobre, è un conto. Ma se dovesse essere più recente, allora anche le varie telecamere di sorveglianza sparse tra Strozza e il circondario potrebbero fornire elementi. Gli inquirenti sono vicini alla verità, dicono. Anche se nei salotti TV ci si concentra su altro: dalla figura controversa del sedicente ex fidanzato, Francesco Dolci, alle dichiarazioni della mamma di Pamela, che chiede solo di poter sapere che sua figlia riposi finalmente in pace.