La morte è un limite solo fino a che si è umani. Vale in termini filosofici, ma, purtroppo, vale pure per la cronaca, restando brutalmente sui significati letterari. Troppo contorto? Ok, sintetizziamo: alcuni esseri umani sono bestie e viene pure da chiedere scusa alle bestie per il paragone. Perché c’è un confine sacro che la bestialità umana scavalca sempre più spesso. E, purtroppo, pure sempre più oltre. Fino a farci ritrovare a raccontare roba che smuove la pancia, e i nervi, pure di chi a raccontare il brutto, a fare la cronaca, c’è un po’ abituato.
A Strozza, tra le valli bergamasche che dovrebbero restituire pace, è andato in scena l'ultimo agghiacciante atto dopo il femminicidio di Pamela Genini. Non è bastato il sangue, non sono bastate le ventiquattro coltellate uccido quella ragazza in un appartamento di Gorla lo scorso ottobre. No. Qualcuno, nel silenzio complice del cimitero, ha deciso che il riposo di questa modella di ventinove anni fosse ancora un lusso da negare. Hanno forzato il loculo, hanno saltato le viti, hanno tagliato il silicone con la precisione chirurgica dell’infamia pura. E poi l’orrore: il feretro aperto, il cadavere profanato e quella testa, portata via come un trofeo macabro o il peggiore degli sfregi. Addetti del cimitero e familiari se ne sono accorti solo lunedì, durante le operazioni di trasloco della salma verso la cappella di famiglia. La bara aperta e un corpo mutilato.
La Procura di Bergamo ha aperto un fascicolo per vilipendio e furto di cadavere. Ma chi ha rubato la testa di Pamela? Perché? E, soprattutto, cosa altro deve subire quella ragazza? Già la storia di Pamela Genini era stata la cronaca di una morte annunciata, scritta da Gianluca Soncin, un uomo di ventitré anni più vecchio che diceva di amarla. Una relazione nata a marzo 2024 e diventata quasi subito un’escalation di terrore. Botte, pugni sui denti, schiaffi senza motivo. All'Isola d'Elba aveva tentato di buttarla giù dal terrazzo solo perché qualcuno aveva fatto i complimenti al suo cane. A Cervia, a settembre, le aveva fratturato un dito. Il "codice rosso", per Pamela, non è mai scattato. Come se qualcuno l’avesse da subito bollata come una che se le meritava: perché troppo bella, perché s’accompagnava a quelli ricchi e quelle assurdità che si dicono per condannare socialmente chi non si è in grado di proteggere civilmente.
Il 14 ottobre scorso, Pamela aveva deciso di chiudere. Definitivamente. Ma "definitivamente", nel vocabolario di un predatore, significa solo una cosa: se non con me, allora con nessun altro mai più. Lui stesso ha tentato il suicidio quando ha capito quello che aveva fatto. Ora lui è in prigione in attesa di processo. Lei, invece, avrebbe dovuto riposare per sempre a Strozza. Ma forse qualcuno è voluto andare oltre un femminicidio, quasi a rimarcare l'idea che una donna non appartenga a se stessa nemmeno quando qualcuno l’ha tolta dal mondo.