Non si riesce a individuare il momento preciso in cui una parte del femminismo ha smesso di essere femminismo per diventare una gara a chi la spara più grossa. E, purtroppo, non si tratta solo di parole, ma di azioni che attingono da preziosi ideali, finendo per ridicolizzarli.
È il caso della nuova deriva “femminista” e useremo il virgolettato per non offendere coloro le quali hanno lottato e lottano ancora per la causa, quella seria. Perché se è vero che bisogna parlare dell’ancora fortemente presente disparità di genere, è vero anche che, a favore della causa, è necessario evidenziare tutto ciò che la strumentalizza.
A Torino, per esempio, è nata una nuova palestra tutta rosa. Si tratta di Bootyque, il primo Centro Personal dedicato esclusivamente al mondo femminile. Manco fosse un gender reveal in versione work out. La caption del reel presente sulla loro pagina Instagram recita la seguente: “Qui non sarai mai un numero: sarai seguita passo dopo passo da un Personal Trainer specializzato in un ambiente riservato ed elegante”.
Sfugge il collegamento tra “l’essere seguiti” e il fatto che ciò debba avvenire in una palestra di sole donne. Il personal trainer dovrebbe di default seguire i propri clienti. Sorge spontaneo, dunque, un interrogativo kafkiano: Che caz*o c’entra? È chiaro che si tratta di una strategia di marketing, ma siamo proprio sicuri che per questo tutto debba essere lecito?
Se vi starete chiedendo perché la palestra si chiama Bootyque, la risposta è semplice, oseremmo dire anche rudimentale: il nome gioca con i termini “boutique” e “booty”. Perché è chiaro, no? L’essenza della donna può essere sintetizzata in due concetti: shopping e c*lo (sodo, ovviamente).
E infatti la palestra è “specializzata in glutei”. Testuali parole pronunciate dal personal trainer che promette risultati incredibili, con tanto di “vallette” che annunciano all’unisono, come delle cheerleader che si rispettino.
Non sappiamo se l’intento della trovata sia quello di favorire la causa femminista, ma ci auguriamo di no, perché a guardare il reel sembra esattamente il contrario: il personal trainer è “specializzato in donne” in una palestra di sole donne e comunque un uomo. Qualcosa non quadra. Ma quello che stupisce di più sono i commenti: molte donne si dicono contente di questa iniziativa.
Ma non è tutto. Perché se la palestra rosa di Torino sembra più una trovata di marketing che un atto politico, non è così per la libreria transfemminista, queer e decoloniale che abbiamo scovato a Catania, che poggia su solidi ideali e li rivendica.
Curiosando nella pagina della libreria Malerba, possiamo notare che la libreria non si limita solo ad essere tale, è praticamente un luogo che trasforma l’immaginario femminile in un feticcio estetico permanente o una versione pop del femminismo ridotta a iconografia genitale.
Tant’è che hanno pure delle specialità culinarie che rimandano alla forma dell’organo genitale femminile, come la sexy bao ripiena di pulled pork. Che farebbe pure sorridere, se non celasse un significato inquietante. Tante battaglie per poi essere ridotte a un simbolo genitale? Fortuna che gli studi transfemministi affermano proprio il contrario: cioè che la nostra identità non è definita dal sesso biologico.
La libreria ospita solo libri che riguardano studi di genere, prospettive transfemministe, culture queer e decoloniali. E questa è di certo la parte meno inquietante, anzi, potrebbe anche essere un’idea valida quella di creare una libreria a tema, è il simbolismo che stona.
Le iniziative dei giovani vanno sempre premiate, soprattutto in questo caso in cui due giovani ragazze hanno deciso di investire in Sicilia, regione non di certo conosciuta per le numerose possibilità lavorative.
Il problema, però, è la riflessione che può sorgere da tutto questo: è ancora il caso di veicolare un messaggio così divisivo riguardo ai generi? In questi posti non sembra esserci spazio per gli uomini e - anche se non viene esplicitato - sono luoghi che sembrano trasmettere un messaggio ben chiaro: uomini e donne devono vivere in universi separati. E, cosa peggiore, queste iniziative sembrano più voler cavalcare il trend, che risultare coerenti con gli ideali esplicitati. Il dubbio sorge.
Il cortocircuito sta proprio qui: nel momento in cui certe iniziative nate teoricamente per superare le categorie rigide finiscono invece per irrigidirle ancora di più. Se per anni il femminismo ha cercato di dimostrare che uomini e donne non devono essere confinati dentro stereotipi, perché oggi una palestra “per sole donne” deve vendersi puntando su glutei, ambienti “eleganti” e atmosfere da boutique? E perché una libreria che si richiama agli studi transfemministi sente il bisogno di trasformare il corpo femminile in un simbolo commerciale e identitario?
Sembra quasi che una parte del nuovo femminismo abbia smesso di voler abbattere le etichette per iniziare a costruirne di nuove, più glamour e instagrammabili (e quindi anche più vendibili). Ma sempre etichette restano. E quando una battaglia sociale diventa estetica, slogan o marketing identitario, il rischio è che perda completamente il contatto con la realtà.
Molte realtà che oggi si definiscono femministe, presentano le donne come una categoria commerciale, riducendole a simboli e slogan. Dovrebbe, semmai, fare il contrario: trattare le persone come individui complessi, non come target di mercato con un colore assegnato e un hashtag di riferimento.
Sicuramente molte di queste iniziative partono con dei buoni propositi, ma forse non si interrogano abbastanza su quanto quello che stanno proponendo sia realmente un atto politico o una conseguenza del bombardamento di immagini, linguaggi e strategie di marketing che oggi si travestono facilmente da posizionamento ideologico. Il rischio, allora, è che anche le intenzioni migliori finiscano per scivolare in un’estetica della militanza più che in una pratica reale di cambiamento. Ci auguriamo riflessioni.