Sono convinto che la distruzione di un popolo passi dalla distruzione dei suoi connotati. Per questo mi trovo a scrivere criticando l’articolo di un mio collega, Michele Larosa, pubblicato sempre su MOW, in cui si sostiene che l’accusa di genocidio nei confronti di Israele per quanto accade a Gaza sia una “cazzata” smontata dal fatto stesso che gli arabi possano votare e correre alle elezioni in Israele. Avendo cambiato idea sull’ipotesi di genocidio nel corso di questi anni, mi sento di affrontare con indulgenza l’articolo di Michele, perché temi del genere attivano meccanismi psicologici di reticenza e attrito che, come scrissi, anche io ho affrontato. Credo di dover essere meno indulgente, però, con il fatto che l’opinione di Michele, basata su un’argomentazione vecchia come il 7 ottobre (e ciop che molti arabi vivano in pace con gli israeliani), venga riproposta a fine 2026, quando la comprensione di quanto sta accadendo ha fatto notevoli passi avanti. Anche chi sostiene che quanto sta avvenendo a Gaza non costituisca genocidio, dovrebbe sforzarvi di trovare argomentazioni più complesse.
Credo che l’articolo di Michele poggi su un errore logico da manuale, poiché ritiene di poter inferire, a partire dalla definizione ufficiale di genocidio, in cui si parla della volontà di distruggere un gruppo di persone, la conclusione che, potendo almeno una parte di quel gruppo, di fatto, votare in Israele e persino candidarsi, non sia possibile sostenere l’accusa di genocidio. Purtroppo quella stessa definizione, citata per intero persino nell’articolo, non dice che il genocidio debba riguardare l’interezza di un gruppo, al contrario: “Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”. Forse Michele fa un passo ulteriore, sostenendo che a mancare non sia l’evidenza dei danni subiti dai palestinesi, ma la volontà di Israele a cancellare i palestinesi. Quale Paese fa votare parti di un gruppo che vuole cancellare?
In realtà quello che dimostra l’argomentazione di Michele ci permette di fare una distinzione che chi accusa Israele di genocidio tende a non fare (ma che, stavolta, è Michele a non aver fatto). Per rispondere alla domanda del paragrafo precedente, in realtà questo governo, il governo di Netanyahu, ha cercato di non far correre alle elezioni i partiti arabi. L’esclusione è stata bloccata dalla Corte suprema, che ha posto un limite alla volontà del governo che dal 2023 sta conducendo le operazioni militari nella Striscia di Gaza. Che questo governo di destra ed estrema destra abbia cercato in più occasioni di annichilire la componente araba dentro e fuori la società israeliana è dunque evidente. Se Israele ancora può dirsi una democrazia, è il sistema israeliano che dovremmo assolvere dall’accusa di genocidio, non questo governo. Sarebbe un errore confondere Israele e il suo governo, ma questo errore viene commesso sia da tanti che accusano Israele di genocidio sia da chi, come Michele, vorrebbe assolvere il governo appellandosi all’efficienza del sistema di contrappesi democratici israeliano (su cui, in realtà, ci sarebbe comunque molto da dire).
Vorrei evitare di entrare nel merito di un’argomentazione basata su considerazioni di natura giuridica. E vorrei mettere da parte non solo la questione delle elezioni, ma anche la definizione di genocidio, poiché nel merito del giudizio tecnico si sono già espressi esperti e commissioni, alcune delle quali, come il gruppo indipendente dell’Onu, ritengono le azioni di Israele come verosimilmente genocidarie. Mi colpisce tuttavia il titolo di uno dei dossier preparati dalla Commissione indipendente, perché si lega alla seconda parte di questo articolo: “The essence of childhood has been destroyed”: Israel’s deliberate targeting of Palestinian children in the Occupied Palestinian Territory since 7 October 2023. Il titolo è carico di significato filosofico, a partire dall’uso di certi termini. L’essenza dell’infanzia è stata distrutta. Sono le parole di un medico, che si affida all’ontologia per chiarire la portata di quanto sta accadendo. L’essenza, cioè la natura profonda, dell’infanzia è stata distrutta. In altre parole, il semplice fatto di essere bambini a Gaza è stato reso impossibile dalle azioni militari di Israele.
Anche lo storico francese Jean-Pierre Filiu, entrato a Gaza con Medici Senza Frontiere e scortato dall’Idf (è l’unico modo, di fatto, per visitare quei territori), ha parlato di “un paesaggio dantesco di cui si distinguono solo frammenti, rapidamente inghiottiti dalla fitta oscurità”. Il fatto che si debba ricorrere a un linguaggio fortemente umanistico per definire lo scenario di Gaza la dice lunga sull’impossibilità di ridurre la questione ai suoi cavilli tecnici, che restano fondamentale per un giudizio nelle sedi di competenza, dove si valuteranno i crimini compiuti in questi anni. Noi dovremmo invece impegnarci a capire la portata umana di questa devastazione, anche grazie al lavoro e alla testimonianza di storici ed esperti come Eyal Weizman, che in Ungrounding, analizza lo sterminio dal punto di vista architettonico, partendo dalla premessa che “la demolizione dell’architettura potrebbe essere intesa come la distruzione del guscio senza il quale la vita biologica non può esistere”. Grazie a foto e analisi sofisticate, mostra come Israele abbia realmente cambiato i connotati della vita pubblica e privata di un’intera popolazione, i palestinesi nel recinto di Gaza. Tuttavia, oltre a essere un aspetto fondamentale della distruzione materiale di un gruppo di individui, la devastazione architettonica (e la sua parallela ricostruzioni secondo logiche marziali e militari) ha anche un significato simbolico, chiaramente legato a quanto i palestinesi stanno vivendo, costretti in questa sorta di “nomadismo interrotto”, senza casa eppure senza la possibilità di fuggire realmente, obbligati a vagabondare sul posto, in attesa di essere incarcerati senza giusto processo o di essere uccisi.
Di fronte a tutto questo, e cioè all’evidenza del racconto, le considerazioni di Michele non mi sembrano neanche lontanamente toccare il cuore della tragedia che stiamo vivendo. Anzi, mi sembrano eludere il problema affidandosi a quanto avviene dentro al regime politico israeliano, ancora complessivamente democratico. Ma la democrazia è una condizione interna di una società, non un vincolo che impedisce di agire in modo criminale in politica estera. Ce lo insegna la storia e ce lo insegna, purtroppo, la cronaca.