Mentre qua in Europa si continuano a sventolare bandiere sbraitando al genocidio dei palestinesi da parte di Israele, nello stesso liberticida Stato ebraico due giorni fa quasi un milione di palestinesi si sono recati alle urne per decidere, insieme agli israeliani, delle sorti dello Stato e di conseguenza della guerra. E questa, nuda e semplice, è una constatazione che da sola mette in dubbio la retorica che qui ci raccontiamo.
Genocidio, è il crimine più infame, ripetuto in questi anni fino alla nausea tanto da diventare incontestabile. Il più ripugnante, perché presuppone l’odio incondizionato verso un popolo in quanto tale, talmente viscerale dal portare a un intento specifico di sterminio. Per questo perfetto per delegittimare, nazificare, macchiare in modo incontrovertibile lo stato canaglia di Israele.
Ma prima di prendere i forconi, partiamo da due semplici definizioni. La prima è quella di genocidio. Secondo la Convenzione ONU del 1948, “per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”.
Nel dicembre 2023 il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia, che nel gennaio 2024 ha riconosciuto la plausibilità dei diritti invocati, che non vuol dire accertare con sentenza la responsabilità. Sono seguite poi le analisi “indipendenti”: il rapporto della Relatrice speciale ONU Francesca Albanese nel marzo 2024, quello di Amnesty International nel dicembre 2024, la risoluzione degli studiosi di genocidio dell’IAGS (International Association of Genocide Scholars) nell'agosto 2025 e soprattutto la Commissione d’inchiesta indipendente istituita nel 2021 dal Consiglio ONU per i diritti umani, che nel settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio, ricavando l’intento sia dalle dichiarazioni di esponenti israeliani sia da prove circostanziali. Israele però contesta da sempre la Commissione, con il suo mandato permanente e il suo oggetto, e ne mette in dubbio l’imparzialità. Gli Stati Uniti nel gennaio 2024 hanno dichiarato di non vedere atti che costituiscano genocidio, e dopo l’ordine ICJ hanno ribadito che le accuse sono infondate e che la Corte non ha accertato alcun genocidio. Anche la Germania nel 2024, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri Sebastian Fischer, ha rigettato le accuse di Amnesty dicendo: “Abbiamo ripetutamente esortato il governo israeliano a modificare le proprie operazioni militari a Gaza e a rispettare meglio i propri obblighi di protezione dei civili. Tuttavia, rimaniamo dell'opinione che Israele stia agendo per difendersi da Hamas, che ha scatenato questo conflitto con i suoi attacchi terroristici”.
La seconda importante definizione da cui partire è quella di “palestinese”, la Carta Nazionale Palestinese dell’OLP definisce palestinesi i cittadini arabi che risiedevano in Palestina fino al 1947, e i loro discendenti per linea paterna, ovunque siano nati.
Il maggior numero di loro vive tra Gaza, la Cisgiordania e, udite udite, lo Stato di Israele. Addirittura circa un israeliano su cinque appartiene alla minoranza araba, discendente dagli arabi palestinesi residenti in quello che divenne territorio israeliano e che non presero parte all’esodo del 1948. Da non confondere con gli ebrei arabi, quelle comunità ebraiche originarie del Medio Oriente e del Maghreb, appunto di religione ebraica ma di etnia araba.
Inizialmente sottoposti alla legge marziale, gli arabi sono stati poi parzialmente integrati nella vita politica e sociale israeliana (alla faccia dell’apartheid), sebbene spesso, per loro stessa rigidità ideologica, si siano rifiutati di parteciparvi, astenendosi in massa dal voto per disillusione o boicottaggio. Ma questa volta, complice la guerra, si sono recati in massa alle urne.
Le liste arabe in corsa a queste elezioni sono state due: il partito Ra’am, più conservatore e religioso, e Lista Comune, che riunisce tre partiti arabi, i comunisti di Hadash, e due formazioni laiche, i riformisti di Ta’al e i nazionalisti Balad. A queste elezioni i seggi delle liste arabe sono, come prevedibile, cresciuti molto, passando dai precedenti 10 agli attuali 19, e nella sostanziale quasi parità tra Netanyahu e Eisenkot possono essere l’ago della bilancia, con tutto ciò che comporterebbe per la guerra e per la vita degli arabi israeliani. Infatti, il fatto che essi esistano e partecipino alla vita politica non vuole certo dire che la loro vita all’interno dello Stato ebraico sia semplice, Mauricio Lapchik, portavoce di Lista Comune, dice di chiedere cose che altrove sarebbero moderate e noi aggiungiamo sacrosante: “Uguaglianza di tutti i cittadini all’interno del paese, fine della supremazia ebraica e dell’occupazione, una soluzione che garantisca l’autodeterminazione per entrambi i popoli”.
Ma con tutti i distinguo del caso e le difficoltà degli arabi israeliani, non si può certo dire che vivano nell’apartheid. Anzi, ci sarebbe da dire che sono spesso gli stessi arabi israeliani ad auto-isolarsi in sterili declamazioni e denunce.
Ma torniamo all’inizio, un genocidio implica una serie di atti commessi nell’intenzione di distruggere in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale. E, nota bene, atti commessi nell’intenzione di distruggere, non atti che, per le loro conseguenze distruggono. E poi, nota ancora, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale, dunque i palestinesi in quanto palestinesi.
Il punto decisivo è l’intento, che in assenza di un ordine esplicito la Corte internazionale di giustizia ammette di dedurre dalla condotta complessiva solo se è l’unica inferenza ragionevole: se esiste un’altra spiegazione plausibile dei fatti, il genocidio non è provato. Chi sostiene l’accusa ritiene che la coesistenza di altri obiettivi (Hamas) non escluda l’intento, altrimenti nessun genocidio sarebbe mai dimostrabile. Chi lo nega, Israele in testa e studiosi come David Bernstein, risponde che le condotte riguardano Hamas e non i palestinesi come popolo, e che l’obiettivo di distruggere Hamas e riportare a casa gli ostaggi è una spiegazione alternativa ragionevole, anche alla luce degli avvisi di evacuazione e dei corridoi umanitari. E se l'intento viene dedotto dalla condotta complessiva di Israele, allora il trattamento degli arabi israeliani diventa eccome un argomento.
L’equazione a questo punto è semplice: Israele starebbe deliberatamente e scientemente compiendo una serie di atti nell’intenzione di distruggere in tutto o in parte, i palestinesi in quanto palestinesi, questo mentre però permette agli stessi palestinesi (che anche se cittadini israeliani rimangono palestinesi) di orientare e condizionare la loro vita politica. Ma voi ce lo vedete Hitler con un partito di opposizione di ebrei durante la seconda guerra mondiale?
Una facile obiezione sarebbe che il genocidio non interesserebbe tutti i palestinesi, bensì quelli di Gaza, e che la Convenzione non “chiede” (verbo orribile in questo caso) l’intento di distruggere in tutto un gruppo, ma anche una parte abbastanza significativa da incidere sul gruppo nel suo insieme. Ma l’intento di Israele, con annessa e connessa la rabbia brutale, omicida, stragista, finanche criminale, si orienta contro i palestinesi di Gaza, in quanto palestinesi? O contro Hamas, in quanto organizzazione che minaccia e ha minacciato la vita dello Stato di Israele?
Se il criterio discriminante è la cittadinanza e la sicurezza strategica, e non l’etnia o la razza, allora siamo di fronte a una tragica guerra geopolitica e militare, [...] non a un genocidio. Anche chi critica duramente la condotta israeliana, come Lederman, evita di definirla genocidio: a suo avviso l’obiettivo di Israele è schiacciare Hamas come potere militare e politico e infliggere abbastanza sofferenza da dissuadere i gazawi dal sostenerlo di nuovo, il che può essere moralmente e giuridicamente gravissimo, ma non coincide con l’intento di distruggere i palestinesi in quanto tali.
Ah, altro piccolo dettaglio. Il demoniaco Stato ebraico qualcosa di liberticida ha tentato di farlo davvero, quando a settembre la Commissione elettorale centrale ha votato per escludere dalle elezioni Ra’am e la Lista Unita con l’accusa di non riconoscere Israele come Stato ebraico e democratico e di sostenere la lotta armata. Peccato che, tempo una decina di giorni, la Corte suprema, con un collegio di nove giudici, abbia annullato la decisione all’unanimità. La partecipazione degli arabi israeliani alla vita politica non è concessa, non è calata dall’alto, è un diritto protetto da un tribunale e dalle stesse istituzioni democratiche dello Stato ebraico, anche in piena guerra. Uno Stato le cui istituzioni democratiche e giudiziarie proteggono i diritti della minoranza araba e garantiscono il pluralismo, non proprio né la struttura concettuale né l’architettura istituzionale tipiche di un regime genocida. In barba a quel termine, assurto a parola d’ordine del credo Pro Pal e diventato inappellabile, che invece dovrebbe essere preso per quello che è, un’accusa ancora tutta da provare, e che questa volta traballa sui fatti e si scontra con i paradossi della democrazia.