image/svg+xml
  • Attualità
    • Politica
    • Esteri
    • Economia
    • Cronaca Nera
    • San Carlo
  • Lifestyle
    • Car
    • Motorcycle
    • Girls
    • Orologi
    • Turismo
    • Social
    • Food
  • Sport
    • MotoGp
    • Tennis
    • Formula 1
    • Calcio
  • Culture
    • Libri
    • Cinema
    • Documentari
    • Fotografia
    • Musica
    • Netflix
    • Serie tv
    • Televisione
  • Cover Story
  • Attualità
    • Attualità
    • Politica
    • Esteri
    • Economia
    • Cronaca Nera
    • San Carlo
  • Lifestyle
    • Lifestyle
    • Car
    • Motorcycle
    • girls
    • Orologi
    • Turismo
    • social
    • Food
  • Sport
    • Sport
    • motogp
    • tennis
    • Formula 1
    • calcio
  • Culture
    • Culture
    • Libri
    • Cinema
    • Documentari
    • Fotografia
    • Musica
    • Netflix
    • Serie tv
    • Televisione
  • Cover Story
  • Topic
Moto.it
Automoto.it
  • Chi siamo
  • Privacy

©2026 CRM S.r.l. P.Iva 11921100159

  1. Home
  2. Attualità

27 ottobre 2026

Fronte Europa: dall’Ucraina alle elezioni in Israele fino alle proteste in Italia e Francia. Parla l’esperto Andrea Gilli: “La Russia e la Cina usano i social per fare disinformazione. E su difesa e gas dipendiamo ancora dagli Usa”

  • di Federico Giuliani Federico Giuliani

27 ottobre 2026

L'Europa è un vaso di coccio in mezzo ai colossi di ferro Stati Uniti e Cina. È sotto pressione sul lato orientale per la guerra in Ucraina, teme un'azione militare della Russia e la sua economia è scossa dal Medio Oriente in fiamme (dal conflitto Israele-Iran agli Houthi). Bruxelles sta affrontando un momento delicatissimo tra proteste di piazza e l'ombra della guerra ibrida. Che cosa sta succedendo? MOW ne ha parlato con Andrea Gilli, docente di Studi Strategici all'Università di St Andrews in Scozia

Foto: Ansa

Fronte Europa: dall’Ucraina alle elezioni in Israele fino alle proteste in Italia e Francia. Parla l’esperto Andrea Gilli: “La Russia e la Cina usano i social per fare disinformazione. E su difesa e gas dipendiamo ancora dagli Usa”

La guerra in Ucraina che non si ferma. La tensione con la Russia che continua a salire. I sussulti geopolitici in Medio Oriente che scuotono l'economia continentale. I rapporti complicati con gli Stati Uniti e quelli ancora più complessi con la Cina. E poi l'ombra della guerra ibrida nelle elezioni politiche e nelle numerose proteste di piazza, la rivolta dei giovani e un futuro tutto da costruire. Questi sono soltanto alcuni dei fronti più caldi dell'Europa. Cosa sta succedendo a Bruxelles? Cosa dobbiamo aspettarci nell'immediato futuro? Ne abbiamo parlato con Andrea Gilli, docente di Studi Strategici all'Università di St Andrews in Scozia.
 

Professore, partiamo dalla guerra in Ucraina. Qual è la situazione sul campo di battaglia?

La guerra in Ucraina è in una fase di sostanziale stallo dal 2023. Nel corso di quest'anno, tuttavia, gli ucraini sono riusciti a infliggere perdite molto pesanti alle forze russe, tanto che in alcuni momenti Mosca avrebbe perso più soldati di quanti riuscisse a portarne sul campo di battaglia. Anche gli attacchi ucraini contro raffinerie, infrastrutture energetiche e snodi logistici russi hanno avuto conseguenze sull'economia di Mosca. Diverse fonti indipendenti hanno segnalato le crescenti difficoltà delle banche, delle aziende energetiche e della Banca centrale russa. Nonostante questo, un cambiamento rapido degli equilibri a favore di Kiev appare improbabile: si avvicina l'inverno, l'Ucraina soffre una carenza di uomini e le fortificazioni rendono molto difficili gli avanzamenti sul fronte. Dobbiamo quindi aspettarci una situazione di ulteriore stallo almeno fino alla prossima primavera.

Fino a pochi mesi fa l'Europa appariva sostanzialmente compatta nel sostenere l'Ucraina. Adesso in diversi Paesi, Italia compresa con la Lega, stanno emergendo forze politiche che chiedono di ridurre o interrompere gli aiuti a Kiev...

Esiste un gruppo di Paesi per i quali la Russia rappresenta una minaccia talmente importante da rendere probabile la prosecuzione degli aiuti all'Ucraina finché sarà necessario. Parliamo soprattutto dei Paesi nordici, degli Stati baltici, della Polonia, del Regno Unito e di altri governi. Ci sono poi posizioni più fluide, come quelle della Repubblica Ceca e dell'Ungheria, che possono cambiare anche sensibilmente nel tempo. I Paesi nordici, in particolare, sono importanti perché dispongono di economie solide e di tecnologie militari avanzate. È quindi molto probabile che continuino a sostenere Kiev, come hanno già fatto finora, insieme al Regno Unito. C'è poi un altro aspetto da non sottovalutare: molti degli aiuti approvati negli anni scorsi stanno arrivando soltanto adesso. È vero che in futuro potrebbero interrompersi le decisioni relative a nuovi stanziamenti, ma le forniture già autorizzate devono ancora essere consegnate e, in diversi casi, arriveranno a breve. Questo rappresenta un elemento favorevole all'Ucraina. Che deve comunque fronteggiare altri due problemi...

Quali?

L'energia e l'economia. Da una parte c'è una crisi energetica globale che pesa sulla società ucraina; dall'altra, c'è il problema del debito e dell'aumento degli interessi che alimenta le tensioni economiche e finanziarie. Senza un sostegno adeguato su questi due fronti, il Paese fatica a reggere lo sforzo bellico.

guerra in Ucraina
La guerra in Ucraina continua senza sosta Ansa

Voliamo in Medio Oriente. Le conseguenze dei vari conflitti che scuotono la regione si stanno avvertendo in Europa attraverso l'aumento dei prezzi dei carburanti e dell'energia. Qual è la situazione attuale e quali sviluppi dobbiamo aspettarci?

Ci sono più fronti da considerare. Sul fronte iraniano, la guerra non può considerarsi conclusa e ha comportato costi enormi. Il Wall Street Journal, un quotidiano che non è mai stato particolarmente tenero nei confronti di Donald Trump, ha pubblicato nelle scorse settimane diversi elementi che suggeriscono difficoltà crescenti per il regime di Teheran. L'Iran fatica a vendere ed esportare il proprio petrolio e si trova ad affrontare problemi economici e finanziari significativi. Che queste difficoltà possano spingere il regime a cedere, però, è un altro discorso. Molto dipenderà da ciò che accadrà alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Sia la disponibilità iraniana a negoziare sia la capacità dell'amministrazione americana di proseguire lungo la linea attuale potrebbero essere influenzate dal risultato elettorale. Non mi stupirei se un eventuale arretramento politico di Trump spingesse gli iraniani a tentare un'ultima mossa per guadagnare posizioni negoziali. La partita, secondo me, si gioca anche su questo terreno. A tutto ciò si aggiunge quanto sta accadendo in Yemen, dove gli Houthi, con il sostegno dell'Iran e probabilmente anche di Cina e Russia, continuano a colpire obiettivi riconducibili ai Paesi arabi alleati dell'Occidente. Finora i danni sono stati limitati, ma il problema rischia di essere sottovalutato. Se venisse compromessa anche la navigazione nel Mar Rosso, le conseguenze sarebbero pesanti. In quell'area opera inoltre la missione europea Aspides, il cui personale navale aveva già segnalato alcune criticità nelle scorse settimane.

Che idea si è fatto delle ultime proteste di piazza che sono esplose in Europa? Si tratta semplicemente di manifestazioni di malcontento sociale oppure esistono elementi per parlare, almeno in alcuni casi e in relazione a determinati attori, di guerra ibrida?

Le proteste hanno storicamente molteplici cause. Anche quando le rivendicazioni sono legittime e i promotori sostengono determinate posizioni, non è detto che tutte le richieste avanzate siano necessariamente coerenti. Un esempio che faccio spesso è quello della Corea del Nord: è uno dei Paesi in cui si vive peggio al mondo, eppure non assistiamo a manifestazioni di piazza paragonabili a quelle che vediamo nelle società occidentali. Stabilire una correlazione diretta tra condizioni economiche e proteste può quindi essere problematico. In Occidente esistono problemi reali di disoccupazione e carovita, che colpiscono soprattutto le fasce più giovani della popolazione. Al tempo stesso, il tenore di vita occidentale rimane nettamente superiore a quello di gran parte del resto del mondo. È certamente possibile che qualcuno cerchi di sfruttare queste proteste, orientarle o alimentarle. Più difficile è dimostrare che riesca effettivamente a dirigerle. In passato, per esempio, durante alcune manifestazioni a sostegno della causa palestinese sono comparsi cartelli di Hamas o Hezbollah. Questo, però, non dimostra automaticamente che le organizzazioni abbiano finanziato le proteste: potrebbero esserci stati simpatizzanti che agivano individualmente. Lo stesso ragionamento vale per la Russia e, più in generale, per la Cina. Entrambi i Paesi hanno interesse a vedere le società occidentali attraversate da divisioni e tensioni interne, perché ciò costringe i governi a concentrarsi sui problemi domestici anziché sull'ordine internazionale. È plausibile che utilizzino account sui social media per diffondere disinformazione e alimentare le contrapposizioni.

Benjamin Netanyahu
Benjamin Netanyahu Ansa

Ci spieghi meglio.

Bisogna distinguere tra la presenza di queste attività e la loro effettiva capacità di influenzare le proteste. Un singolo account può contribuire a diffondere un messaggio, ma questo non significa che sia in grado di indirizzare un'intera mobilitazione. Non è una novità. Già una quindicina di anni fa erano stati individuati account iraniani impegnati a promuovere disinformazione nel Regno Unito. Alla vigilia delle elezioni che portarono per la prima volta Trump alla presidenza degli Stati Uniti, erano inoltre emersi tentativi russi di alimentare gruppi radicali sia di estrema destra sia di estrema sinistra, con l'obiettivo di polarizzare il dibattito pubblico. Che questi Paesi cerchino di sfruttare le divisioni occidentali non sorprende. Un'altra cosa, però, è stabilire quanto siano realmente influenti. Alla luce delle evidenze disponibili, mi fermerei a questa distinzione, senza concludere che le proteste siano necessariamente manovrate dall'esterno.

Veniamo alla Francia. Le prossime elezioni potrebbero aprire la strada a una vittoria di Marine Le Pen. Ritiene che il Paese sia destinato a una svolta a destra?

Abbiamo abbastanza elementi per capire che sondaggi, sondaggisti e politologi incontrano difficoltà nel prevedere le dinamiche e i flussi elettorali, soprattutto quando mancano ancora diversi mesi al voto. La Francia è comunque un caso interessante. Il padre di Marine Le Pen arrivò al ballottaggio presidenziale contro Jacques Chirac nel 2002, quindi circa un quarto di secolo fa. Da allora, il Paese vive una sorta di democrazia bloccata, nella quale si cerca di costruire un fronte comune per impedire all'estrema destra di conquistare il potere. Per certi versi, il meccanismo ricorda quello che si verificava in Italia durante la Guerra fredda, quando l'arco costituzionale impediva soprattutto al Partito comunista di arrivare al governo. In Francia, invece, da circa 25 anni si cerca di impedire che sia l'estrema destra a conquistare la guida del Paese. Una vittoria di Le Pen è una possibilità concreta. Diverso è capire quali conseguenze avrebbe per l'Europa. Nel dibattito internazionale si discute spesso della possibilità che Le Pen finisca per seguire un percorso simile a quello di Giorgia Meloni, moderando le proprie posizioni una volta arrivata al governo. In questo scenario, la Francia rimarrebbe nell'alveo euroatlantico, continuando a essere membro della Nato e dell'Unione europea, ma cercherebbe di spostare l'agenda politica verso destra su temi come identità, famiglia e sicurezza, senza mettere in discussione i pilastri della politica francese degli ultimi settant'anni. Il grande interrogativo riguarda proprio questo: un eventuale governo Le Pen si limiterebbe a modificare le priorità politiche francesi oppure metterebbe in discussione anche l'integrazione europea e l'alleanza atlantica?

Secondo lei?

Le indicazioni, per ora, vanno in entrambe le direzioni. Le Pen ha cercato di presentarsi come più moderata, ma non è detto che, una volta al potere, si comporti effettivamente in questo modo. Si potrebbe fare un paragone con il Movimento 5 Stelle, che prima di arrivare al governo aveva lasciato intendere che l'esercizio del potere avrebbe potuto moderarne le posizioni. Durante la sua esperienza di governo, l'Italia firmò il memorandum sulla Via della Seta con la Cina e autorizzò l'arrivo di personale russo durante la pandemia di Covid. Non si arrivò a mettere in discussione l'appartenenza italiana alla NATO, ma furono comunque decisioni che suscitarono perplessità. È quindi difficile sapere in anticipo quanto un eventuale governo Le Pen cambierebbe davvero una volta insediato.

Donald Trump
L'Europa è un vaso di coccio in mezzo ai colossi di ferro Stati Uniti e Cina Ansa

Le relazioni europee con gli Stati Uniti sono diventate più complicate con l'amministrazione Trump, mentre restano aperte le questioni con Cina e Russia. In quale posizione si trova oggi l'Europa e quali margini ha per difendere i propri interessi?

Il problema di fondo riguarda la debolezza strutturale dell'Europa nei confronti di queste grandi potenze, a cui si aggiunge il peso dei giganti tecnologici. Trump, indipendentemente dal giudizio che si può dare sulle sue politiche, ha adottato una serie di misure che hanno messo l'Europa in grande difficoltà. Era un obiettivo dichiarato: secondo la sua impostazione, gli Stati Uniti hanno sostenuto per settant'anni una parte importante dei costi della difesa europea, consentendo ai Paesi del continente di arricchirsi senza investire abbastanza nella sicurezza. Adesso Washington chiede agli europei di spendere molto di più per la difesa e, se vogliono continuare a vendere i propri prodotti sul mercato americano, di accettare condizioni commerciali meno favorevoli. Gli europei pensavano di riuscire a gestire questa situazione, ma non avevano previsto che Trump fosse disposto ad accettare contraccolpi economici e politici pur di portare avanti la propria strategia. Il risultato è che oggi siamo fortemente dipendenti dall'energia, proprio in una fase storica in cui la disponibilità di energia a costi competitivi è fondamentale. Per sviluppare i data center e le infrastrutture necessarie alla nuova economia digitale servono investimenti enormi, ma con i prezzi energetici attuali l'Europa rischia di partire svantaggiata. Questa dipendenza ci espone alle forniture statunitensi di gas, ai rapporti con il Medio Oriente e, più in generale, alle vulnerabilità legate alla sicurezza degli approvvigionamenti. Parallelamente, dipendiamo dagli Stati Uniti per una parte importante delle esportazioni e per la difesa. Washington ci chiede di aumentare gli investimenti militari e ha una posizione negoziale molto forte. Costruire un'autonomia militare europea, o anche soltanto sviluppare capacità più avanzate, richiederebbe enormi risorse e molti anni. Con la Cina la situazione è simile, anche se per ragioni differenti. Per venti o venticinque anni abbiamo cercato di vendere il più possibile sul mercato cinese, nella speranza di consolidare la nostra presenza economica. Oggi, però, la politica commerciale di Pechino mette sotto pressione una parte importante dell'industria europea, soprattutto quella automobilistica. L'Europa si trova così davanti a un dilemma. Se impone dazi pesanti sui prodotti cinesi, Pechino può reagire limitando le importazioni europee, danneggiando le nostre esportazioni. Se invece non interviene, le aziende cinesi continuano a conquistare quote di mercato, indebolendo la base industriale europea. A tutto questo si aggiunge la Russia, con le questioni energetiche e militari. L'Europa finisce così per essere il classico vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro: gli altri attori internazionali agiscono con decisione per tutelare i propri interessi, mentre noi fatichiamo a fare altrettanto. La situazione non si risolve semplicemente aumentando l'integrazione europea o gli investimenti. Conta anche la posizione che si occupa nelle catene del valore globali: chi controlla tecnologie, produzioni e risorse strategiche ha maggiori possibilità di proteggersi, mentre chi ne è dipendente rimane vulnerabile. Risolvere contemporaneamente tutte le dipendenze tecnologiche, commerciali, energetiche e militari è un obiettivo estremamente difficile. Per questo non credo che esista una soluzione semplice. Alcuni sostengono che l'Europa debba rimanere alleata degli Stati Uniti, accettando i costi di questa scelta perché rappresenterebbe comunque l'opzione migliore. Altri ritengono, a torto o a ragione, che sarebbe preferibile avvicinarsi alla Cina. Ma entrambe le posizioni partono da una stessa constatazione: l'Europa, da sola, non sembra in grado di reggere il confronto con le grandi potenze.

Cosa dovrebbe fare Bruxelles per superare questa condizione di debolezza e rendere il continente più competitivo e autonomo?

Sicuramente serve investire di più nella ricerca e nello sviluppo. I Paesi europei spendono relativamente poco in questo settore. A seconda dei criteri utilizzati, considerando insieme la ricerca civile e quella militare, l'Europa investe all'incirca la metà di quanto spendono gli Stati Uniti. Eppure, in termini di popolazione siamo più numerosi e, per dimensioni economiche, ci avviciniamo agli Stati Uniti, con differenze che dipendono anche dal metodo di misurazione. Il divario negli investimenti rappresenta quindi un primo problema. Il secondo è che spendiamo male le risorse disponibili. Quando pensiamo alla ricerca, immaginiamo scienziati e ingegneri impegnati a sviluppare nuove tecnologie. In realtà, una parte significativa della spesa finisce per alimentare attività burocratiche e amministrative, come quelle legate alla verifica della conformità alle norme. Il risultato è un sistema nel quale le risorse destinate formalmente alla ricerca non si traducono sempre in innovazione concreta. C'è poi una questione di eccellenza universitaria. Negli Stati Uniti, atenei come Stanford, Harvard, il MIT e Caltech formano ingegneri e ricercatori di altissimo livello, che spesso fondano nuove aziende e contribuiscono allo sviluppo di tecnologie avanzate. In Europa, invece, abbiamo relativamente poche università capaci di competere ai vertici mondiali. Per spiegare il problema uso spesso un paragone con i cento metri alle Olimpiadi. La differenza tra il primo e l'ultimo classificato può essere di appena una frazione di secondo, ma quella frazione basta a determinare chi vince e chi perde. Lo stesso accade nella tecnologia: possiamo essere molto bravi, ma in un settore in cui contano anche differenze minime, arrivare leggermente dopo gli altri significa perdere terreno e opportunità. Non basta quindi avere alcune università europee tra le migliori cento al mondo. Dobbiamo creare istituzioni capaci di raggiungere livelli di eccellenza e di competere direttamente con i migliori atenei internazionali. È una questione di risorse economiche, ma non soltanto. Contano anche il funzionamento delle amministrazioni pubbliche e le regole che disciplinano le università. In Europa esistono vincoli burocratici che possono ostacolare la capacità degli atenei di attrarre talenti, concentrare risorse e sviluppare centri di ricerca competitivi. Un esempio interessante è il Politecnico federale di Zurigo, in Svizzera, una delle università europee più prestigiose. L'economia svizzera è molto più piccola di quella italiana, eppure il Paese riesce a sostenere un'università di livello mondiale. Se la Svizzera è in grado di farlo, perché non dovrebbero riuscirci anche gli altri Paesi europei? È proprio questa la domanda da cui dobbiamo partire per comprendere il problema e provare a risolverlo.

More

Noi ve lo avevamo detto. La guerra ibrida si è presa le proteste. E per questo Macron (anche se non lo dice) è andato nel Golfo

di Federico Giuliani Federico Giuliani

Guerre ibride

Noi ve lo avevamo detto. La guerra ibrida si è presa le proteste. E per questo Macron (anche se non lo dice) è andato nel Golfo

Russi, fascisti, terroristi, smascherati i capi del “Movimento 17 ottobre”? Li abbiamo chiamati ed ecco cosa abbiamo scoperto. Pensavamo fosse guerra ibrida, invece erano dei cialtroni (gli hacker)

di Michele Larosa Michele Larosa

pensavo fosse la guerra ibrida invece...

Russi, fascisti, terroristi, smascherati i capi del “Movimento 17 ottobre”? Li abbiamo chiamati ed ecco cosa abbiamo scoperto. Pensavamo fosse guerra ibrida, invece erano dei cialtroni (gli hacker)

“Con o senza Netanyahu, Israele continuerà la guerra in Iran”. Parla Alberto Negri: “Con le elezioni non cambierà quasi niente”

di Federico Giuliani Federico Giuliani

Tel Aviv al voto

“Con o senza Netanyahu, Israele continuerà la guerra in Iran”. Parla Alberto Negri: “Con le elezioni non cambierà quasi niente”

Tag

  • Europa
  • Unione Europea
  • guerra Russia-Ucraina
  • Ucraina
  • Russia
  • Italia
  • Francia
  • Proteste
  • caro energia
  • Esteri
  • Attualità

Top Stories

  • Delitto di Garlasco: il caso Ferri, l’indiscrezione sulla revisione per Stasi e il colpaccio (forse) di Giletti con Garofano

    di Emanuele Pieroni

    Delitto di Garlasco: il caso Ferri, l’indiscrezione sulla revisione per Stasi e il colpaccio (forse) di Giletti con Garofano
  • Delitto di Garlasco: siamo deficienti (pure) noi o all'appello manca anche una chiavetta USB? Eccone un'altra che non torna su reperti, RIS e disastri sul PC di Alberto Stasi

    di Emanuele Pieroni

    Delitto di Garlasco: siamo deficienti (pure) noi o all'appello manca anche una chiavetta USB? Eccone un'altra che non torna su reperti, RIS e disastri sul PC di Alberto Stasi
  • Delitto di Garlasco: non erano le scarpe di Andrea Sempio (perché erano le nostre). Ok la testimone, ma leggetevi il Decreto Uniformi della Polizia Penitenziaria

    di Emanuele Pieroni

    Delitto di Garlasco: non erano le scarpe di Andrea Sempio (perché erano le nostre). Ok la testimone, ma leggetevi il Decreto Uniformi della Polizia Penitenziaria
  • Delitto di Garlasco: forse non ve ne siete accorti, ma “L’Innocente” di Luigi Grimaldi non è (solo) l’ennesimo libro su Alberto Stasi

    di Emanuele Pieroni

    Delitto di Garlasco: forse non ve ne siete accorti, ma “L’Innocente” di Luigi Grimaldi non è (solo) l’ennesimo libro su Alberto Stasi
  • Mamma e figlia avvelenate a Natale: la verità di Gianni Di Vita strozzata dai “non voglio e non posso dire” (ma che sapevamo già tutti)

    di Emanuele Pieroni

    Mamma e figlia avvelenate a Natale: la verità di Gianni Di Vita strozzata dai “non voglio e non posso dire” (ma che sapevamo già tutti)
  • Tra Garlasco e scontri di piazza v’è sfuggita la maxi truffa dei Gratta e Vinci: lo Stato che frega adesso c’è rimasto anche fregato (ma l’incu*ata è due volte per noi)

    di Emanuele Pieroni

    Tra Garlasco e scontri di piazza v’è sfuggita la maxi truffa dei Gratta e Vinci: lo Stato che frega adesso c’è rimasto anche fregato (ma l’incu*ata è due volte per noi)

di Federico Giuliani Federico Giuliani

Foto:

Ansa

Se sei arrivato fin qui
seguici su

  • Facebook
  • Twitter
  • Instagram
  • Newsletter
  • Instagram
  • Se hai critiche suggerimenti lamentele da fare scrivi al direttore moreno.pisto@mowmag.com

Next

Chi è Michela Ponzani, la storica querelata da La Russa per avergli ricordato i suoi trascorsi in piazza

di Marika Costarelli

Chi è Michela Ponzani, la storica querelata da La Russa per avergli ricordato i suoi trascorsi in piazza
Next Next

Chi è Michela Ponzani, la storica querelata da La Russa per...

  • Attualità
  • Lifestyle
  • Formula 1
  • MotoGP
  • Sport
  • Culture
  • Tech
  • Fashion

©2026 CRM S.r.l. P.Iva 11921100159 - Reg. Trib. di Milano n.89 in data 20/04/2021

  • Chi siamo
  • Privacy