La narrazione su Garlasco deve nutrirsi periodicamente di nuova carne da macello. Lo diciamo sapendo di esserci dentro con tutte le scarpe pure noi. Ma occhio: forse è solo la spiegazione più semplice. E, come sempre, c’è qualcosa di più grande. L'ultimo pasto consumato in ordine di tempo riguarda i video diffusi nei giorni scorsi da Milo Infante – che ha fatto un lavoro giornalistico impeccabile, va detto e riconosciuto senza ipocrisie – e quella pagina di diario ricca di appunti che da quarantotto ore tutti provano a decifrare anche spingendosi ben oltre i confini del possibile. Immagini e scritti che raccontano senza sconti la figura di Andrea Sempio, restituendo la fotografia oggettiva di un ragazzo impantanato in difficoltà e disagio profondi. Ma diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: in chiave processuale, è tutta roba che vale poco o nulla. Roba che serve casomai a giustificare l'incursione della Procura di Pavia, spintasi fino a richiedere una consulenza personologica al professor Catanesi per valutarne la pericolosità sociale. Serve a alimentare la morbosità. Al limite può offrire una traccia per ricostruire l’ipotetico movente. Ma la verità vera rischia di essere un'altra. E è per questo che su MOW di quei video non abbiamo voluto parlare (se non quando abbiamo dovuto farlo come ospiti di altri salotti) e non abbiamo voluto pubblicarli. Sia chiaro: Sempio in quei video dice cose assurde e insostenibili. Non siamo con lui, meno che mai con chi minimizza. Ma è il momento in cui quei video, che pure c’erano già da tempo tra i documenti che ormai abbiamo tutti, sono venuti fuori a averci portato a questa scelta.
C’entra niente anche la deriva pericolosa, sottolineata dall'ex legale dello stesso Sempio, Lovati: la sua mostrificazione. Siamo stati quelli che per primi hanno parlato dei famosi post sull’ormai famoso forum e non è che nascondiamo la mano adesso. Sia chiaro. Certo, Sempio ci mette del suo e non muove un dito per evitargsi il ruolo di mostro perfetto. Ma il punto è capire a chi conviene davvero tutto questo proprio adesso. Proviamo a fare un passo indietro e a guardare il quadro d'insieme. Il nuovo polverone su Sempio è esploso nell'esatto momento in cui il dibattito pubblico e mediatico stava finalmente picchiando duro dove fa più male: sullo scempio delle indagini. Si stava finalmente parlando degli errori grossolani e imperdonabili commessi sul campo sia dalla territoriale sia dal RIS di Parma, di quegli accertamenti tecnici negati perfino alla PM, dei buchi neri nell'analisi del computer di Alberto Stasi. Si parlava, insomma, dell'unica cosa che conta davvero e che spiega perché, dopo diciannove anni dal delitto di Chiara Poggi, stiamo ancora qui a chiederci chi sia l'assassino. Le indagini hanno generato nebbia anziché fare luce.
La domanda è scomoda, renderà antipatico chiunque se la ponga, ma va fatta: non è che riportare di prepotenza i riflettori su Sempio è servito proprio a spegnere i riflettori sulle vergogne investigative? Questo dubbio c’è venuto e per questo siamo rimasti lontani da quei video. È un interrogativo legittimo, mentre tutti scivolano nella banalità del "fuori Stasi e dentro Sempio". Anche perché l'improvvisa mostrificazione dell'ex amico di Marco Poggi è arrivata quando persino la sua difesa sembrava aver teso la mano a quella di Stasi, con la famosa perizia biomeccanica sull'impronta del piede che escludeva la presenza (anche) di Alberto Stasi sulla scena del crimine.
"Non si faccia a Sempio quello che è stato fatto a Stasi" non deve trasformarsi nell'ennesima frase fatta. Deve essere il dogma per chiunque prentenda giustizia. Su Sempio gli indizi ci sono e c’è una indagine che va avanti in maniera pulita. Quindi basterà aspettare per capire. E forse sarà utile tornare a parlare di ciò di cui si stava parlando fino a qualche settimana fa: le indagini. Se Chiara Poggi non ha ancora una giustizia è perché qualcuno non ha saputo o non ha voluto cercare la verità con il dovuto rigore. Riportare l’attenzione su Sempio non serviva a chi sul suo conto ha sempre avuto perplessità, ma faceva maledettamente comodo a chi tremava al solo pensiero che si continuasse a scavare nei troppi "non ricordo" e nei fallimenti dell'inchiesta principale. Sempio, come Stasi in passato, con quei video è diventato un diversivo per distogliere lo sguardo da una verità che va ben oltre i due singoli nomi, Sempio e Stasi, e che riguarda la tenuta stessa della giustizia.