Nel 1973 lo scrittore Jean Raspail, che diventerà prima cavaliere e poi ufficiale della Légion d'honneur, il massimo riconoscimento della Repubblica Francese, pubblicò un libro che come tutte le grandi opere controverse del Novecento ha avuto, nonostante il successo di pubblico (arrivato un paio di anni dopo e soprattutto negli Anni Ottanta), una vita editoriale particolare, resa ancora più controversa dal rifiuto totale dell’establishment e quindi dal recupero del libro da parte dell’estrema destra, che lo ha spesso ripubblicato in nuove versioni. Si intitola Il campo dei santi e di recente è stato riportato in libreria dal quotidiano La verità.
Nel romanzo si racconta di una “dolce conquista” (definizione che è anche il titolo di un libro poderono, pieno di dati e interviste, del giornalista Giulio Meotti) da parte di migranti indiani che attraccano, in modo sconclusionato, in Costa Azzurra. Difficile non pensare alle prime pagine guardando le immagini di Ceuta. Quale che sia la spinta, se la volontà del Marocco di destabilizzare il governo spagnolo o il legittimo e sincero desiderio di quei poveretti a volersi spostare altrove, in cerca di una vita migliore, e quali che siano i giudizi che si vogliono dare, anche lontani da quelli di Raspail, è indubbio che quanto avvenuto abbia dimostrato non solo la fragilità dell’Europa, ma anche quella delle politiche dei porti aperti a prescindere.
Come sostiene oggi l’Economist, una gran parte degli spagnoli ritiene siano troppi gli arrivi che il governo ha deciso di tollerare. In un altro articolo di qualche tempo fa avevo spiegato perché tutto questo non c’entrasse con il razzismo, ma fosse una semplice reazione morale che si innesca ogni volta che si superano certe soglie. Le soglie, per fortuna, non le scelgono gli intellettuali, ma le masse. Che, a differenza degli intellettuali, non hanno paura di apparire stupide.
D’altronde il discorso “dei fiumi di sangue” di Enoch Powell, pronunciato il 20 aprile 1968, era, al pari di quello fatto d Raspail, un ammonimento contro i buoni sentimenti, e dunque una manifestazione di buon senso. Il punto è il rischio di una guerra civile, cioè tra poveri, e uno scontro tra culture che è legittimo considerare di diverso valore. Come ha scritto su X l’attore John Cleese in risposta a chi lo insultava per alcune sue dichiarazione considerate islamofobe, “io non sono razzista, ma culturalista”, ritiene cioè che esistano culture migliori di altre: per esempio una cultura che non impicca la gente alle gru, che non tortura e incarcera gli omosessuali e così via.
Questa guerra civile non avverrà ora in Nord Africa, ma come riportato da alcuni partecipanti all’esondazione umana di 50mila marocchini a Ceuta, la sensazione anche dal loro punto di vista è stata di completa incompatibilità non solo con gli spagnoli, ma con la comunità marocchina di Ceuta, che avrebbe chiuso loro le porte. Il sentimento di odio, di reciproco disprezzo, finanche di inimicizia, è colpa di chi? Delle masse? O di chi ha alimentato la pia illusione di poter integrare in modo indistinto una quantità di popolazione nemica dei costumi europei e, in casa propria, ben più intollerante di quanto non sia la peggiore delle destre occidentali?
Pare che conti, per gli intellettuali, esclusivamente il “diritto a una vita migliore” di chi migra e non di chi c’è già. A loro la vita migliore deve essere preclusa, forse per espiare antiche colpe, quelle presunte coloniali (presunte, perché Ceuta, a differenza di quanto dicono, da Montanari a Cancellato i vari corifei della sinistra, non è una colonia). Non credo sia tragico se qualcuno tra noi sia ancora interessato alla propria di vita, senza ipocrisia.