Esistono certamente tanti tipi di violenza. Il genocidio è una violenza, ma anche un furto in strada. Le parole invece? Dire “faccia di merda” a una persona non è carino, ma non è una violenza. Da quanto si sa, a partire proprio dal racconto che fa Giulia Sorrentino su Il Giornale, nella piazza pro-Pal (rinominata dal direttore Tommaso Cerno anche “pro-Mad” perché pro-Maduro) non ci sono stati strattonamenti, spintoni o mani addosso. Dei manifestanti con un microfono l’hanno insultata e le hanno urlato di andarsene. Nel video alcune persone con le mani in tasca le dicono “Faccia di merda” e poi “Ma chi ti guarda”. A svariati metri di distanza, attaccato al furgoncino con le casse, una persona al microfono grida “Vergogna” e “Fuori i sionisti”. Nessuno l’ha presa di peso e l’ha portata via.
La libertà di stampa, che dalle pagine e dai social del Giornale viene difesa, è solo una categoria particolare della più generale libertà di espressione. Come hai diritto di dire ciò che vuoi hai anche diritto di informare. Ma, appunto, i manifestanti hanno esercitato la loro libertà di dire ciò che volevano a Giulia Sorrentino. Nessuno, neanche i giornalisti, godono di un’aura speciale che li rende superiori alla libertà altrui di parlare. O si fa il gioco della sinistra che si scandalizza quando qualcuno usa un linguaggio considerato proibito, quando chiamano le opinioni, le critiche o le urla “violenza”. O peggio “aggressione”. In un video finito nel mio feed qualche giorno fa c’è Barack Obama che si confronta con il suo pubblico mentre un sostenitore di Trump mostra un cartello Maga e interrompe il comizio. La gente urla contro il trumpiano e Obama li rimprovera, chiede a tutti di sedersi e stare calmi. E dice: “Prima di tutto: viviamo in un Paese in cui si rispetta la libertà di parola”. Ecco, la destra italiana si fa insegnare la democrazia e il liberalismo da Obama.
C’è poi la solidarietà bipartisan (nei video, quelli che vedono tutti, dicono di no, negli articoli, quelli che nessuno legge, segnalano una dichiarazione di un senatore Pd, di un altro di Italia Viva, di Luigi Marattin del partito liberal-democratico; c’è pure una nota del Movimento 5 Stelle). E quella del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ai giornalisti come Corrado Formigli dava i calci di tacco perché facevano domande scomode (e, a proposito di parole, quando Formigli chiese delle prostitute ad Arcore La Russa rispose: “Non lo so, chi era tua sorella?”). E della ministra Daniela Santanché, che definisce “fondamentale” la libertà di stampa, ma venne accusata ai tempi di Ciak, quando con Visibilia divenne editore, di non pagare i collaboratori (“Abbiamo sospeso i pagamenti a quelli di cui volevamo fare a meno”).
Pare che la retorica dell’intimidazione sia ormai prevalsa. La destra muscolare e carogna, forte e assertiva, la destra “patriarcale” ha lasciato il posto alla destra woke. Non è la prima volta. Che fine ha fatto la minaccia anarchica a Il Tempo (e sempre a Tommaso Cerno, in quel caso con Capezzone e l’editore Angelucci, come riporta l’articolo con cui si diede la notizia, anche quello a firma di Giulia Sorrentino)? In fondo è il solito giochino politico della destra che cavalca l’onda dell’indignazione (e lo stesso fa la sinistra quand’è il suo turno). Stavolta, rispetto al caso Prodi, hanno alzato il tiro: dal vecchio professore alla minaccia islamista, dalla mortadella a chi non mangia maiale. Ma chi glielo dice ai politicamente scorretti della grande famiglia Angelucci che sono diventati, in cerca di consensi, proprio ciò che hanno sempre criticato?