Chi non prende sul serio la vongola sgusciata non ha capito nulla della politica dal secondo dopoguerra a oggi. Sgusciate la vongola - e servirla senza spezie - vuole dire, pari pari, raccontare una verità senza guscio, vuole dire, pari pari, il retroscena.
C’è qualcosa di profondamente italiano nell’intervista che Paolo Mieli ha concesso a Tommaso Labate sul Corriere della Sera. Qualcosa che va molto oltre Paolo Mieli, Valter Lavitola, Sigfrido Ranucci e persino il surreale progetto politico che avrebbe dovuto trasformare il conduttore di Report nel candidato del centrosinistra capace di sfidare Giorgia Meloni. C’è un’arte italiana antichissima, raffinatissima, quasi aristocratica: quella di cadere dal pero con una grazia tale da far sembrare che il pero sia stato costruito apposta per noi. Mieli, in questo, è un maestro. La sua intervista è un piccolo trattato di fintotontismo alto, o di sgusciamento di vongola del potere. Non il fintotontismo del cretino che non capisce. Esattamente il contrario: il fintotontismo dell’uomo intelligentissimo che ha capito perfettamente ma preferisce raccontarti di non aver capito, perché la realtà, quando viene osservata da una certa distanza, diventa molto più divertente.
Prendiamo l’inizio della storia. Mieli conosce Lavitola perché un’amica lo porta al Cefalù, il ristorante di pesce. Lavitola gli fa una splendida impressione. Perché? Per le vongole sgusciate. E non sottovalutate l'amica -"terrorizzata di essere messa in mezzo a questa storia" - e quindi vai di curiosità: chi è l'amica che dice a Mieli: "Stasera ti faccio vedere una vongola sgusciata come Dio comanda". Deve essere una amica bella per non avere risposto il Mieli, con il suo aplomb, "siamo sicuri che non sia una cozza?
Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera, storico, saggista, editorialista, uno degli uomini che hanno passato decenni a osservare la politica italiana dalle prime file del teatro, rimane conquistato perché finalmente qualcuno gli serve gli spaghetti alle vongole con le vongole già sgusciate, senza aglio e senza spezie. È una scena meravigliosa. E bisogna riconoscere a Mieli un merito enorme: raccontarla con assoluta serietà. Del resto, perché mai un intellettuale dovrebbe essere sedotto da un progetto politico, da una rete di relazioni, da un personaggio che sostiene di conoscere mezza Roma, quando può esserlo da una vongola correttamente privata del guscio? La vongola sgusciata è la vera protagonista dell’intervista.
E poi si rompe la macchina.
Il racconto acquista quella precisione involontariamente felliniana che soltanto la politica italiana riesce a produrre. Mieli è al ristorante. Gli si rompe la macchina. Lavitola si offre di accompagnarlo a casa. Da quella sera nasce una specie di rito: Mieli arriva al Cefalù in taxi e al ritorno viene accompagnato da Lavitola. Come se Mieli dicesse a Lavitola, con quella serietà, pacatezza e supercazzolismo che tutti riconosciamo a Paolo Mieli: "Lavitolino, ogni volta che vengo da te mi si sguscia il motore della macchina, facciamo così, vengo in taxi e tu mi riaccompagni".
Durante il viaggio Lavitola racconta il carcere, il berlusconismo, Dell’Utri, Letta, i rapporti di potere, la storia d’Italia vista dalla parte interna del muro.
Mieli ascolta. Con attenzione. Poi Lavitola cambia argomento e comincia a parlare dei suoi affari. E Mieli spegne l’interruttore dell’attenzione, dice. Questa frase andrebbe incorniciata. È una delle più belle definizioni possibili del giornalismo italiano di scuola novecentesca: ascoltare con attenzione quando il racconto è interessante e spegnere l’interruttore quando diventa sconveniente. Una forma di selezione naturale della realtà.
E arriviamo al capolavoro. Lavitola dice a Mieli di avere un progetto politico per il centrosinistra e di avere in mente un nome eccezionale, capace di battere tutti. Mieli non vuole sapere il nome. Immaginiamo Mieli, nella macchina di Lavitola, con le mani sulle orecchie, urlando "E la luna bussò" pur di non sapere questo nome. Lavitola gli parla poi di un sondaggio. Gli propone una riunione. Mieli, alla parola «riunione», viene preso dai sudori freddi (potrebbero essere anche le cozze... cioè le vongole sgusciate). Così, mentre Mieli ha un attacco memorabile di cacarella, si accordano: Lavitola gli manderà la bozza del sondaggio via WhatsApp e Mieli la leggerà, proponendo eventuali integrazioni.
Il documento arriva.Mieli risponde: “È perfetto, meraviglioso, va benissimo così”. Poi tira lo sciacquone. Dice che non l’ha letto: lottava con le vongole sgusciate.
È qui che il fintotontismo barra cacarella raggiunge la sua forma più pura.
Perché attenzione: Mieli non dice «non mi sono accorto di nulla». Dice qualcosa di molto più sofisticato: io avevo capito che quella roba non avrebbe portato da nessuna parte, non volevo sapere chi fosse il candidato, non volevo andare alla riunione e, quando mi hanno mandato il documento, ho detto che era perfetto per evitare che tornassero a rompermi le scatole.
Questa non è stupidità: è mancanza di Imodium. È fare il giornalista ma solo fino al punto in cui la cacarella prevale. È amministrazione professionale della propria curiosità del proprio colon.È il principio secondo cui, nella vita, ci sono cose che è meglio non sapere. E soprattutto ci sono documenti che è meglio non leggere. Pena: la diarrea.
Mieli, in altre parole, sembra avere sviluppato una specializzazione che nelle grandi redazioni del passato doveva essere molto apprezzata: la capacità di sapere esattamente dove finisce il giornalismo e dove comincia la colite. E la cosa straordinaria è che raccontandola lui stesso non sembra nemmeno accorgersi di quanto sia comica. O forse sì.
Perché Paolo Mieli non è uno sprovveduto capitato per caso dentro una storia assurda. È uno dei giornalisti più navigati della Repubblica. Sa perfettamente che un ristorante è un ristorante, ma sa anche che un ristorante può essere un luogo politico. Sa che un personaggio che ti elenca tutti quelli che conosce sta costruendo una scena. Sa che se qualcuno ti parla di un progetto politico segreto e di un nome «eccezionale» qualcosa sta succedendo. Eppure decide di non sapere. È una forma di eleganza. O di diarrea intellettuale. Una vecchia abitudine repubblicana: avere le mutande pulite. Quella degli uomini che non fanno domande quando la risposta potrebbe costringerli a occuparsi di una cosa: la diarrea.
Mieli appartiene a una generazione nella quale il potere non aveva bisogno di essere esibito continuamente. Bastava conoscerne i nomi. Bastava sapere chi passava da una porta, chi sedeva a un tavolo, chi telefonava a chi. E lui questa cultura la racconta con una leggerezza quasi mondana. Lavitola è un “formidabile cantastorie”. Il Cefalù è pieno di personaggi da commedia all’italiana: l’ortopedico tedesco che sostiene di poter curare qualsiasi dolore alle ossa, l’ex militare esotico con un passato incredibile, l’esordiente convinto di avere nel cassetto il romanzo del secolo. Manca soltanto Alberto Sordi che entra dalla cucina chiedendo chi ha ordinato gli spaghetti. E forse è proprio questo il punto più interessante dell’intervista: Mieli trasforma una vicenda potenzialmente inquietante in una commedia.
Non lo fa negando la realtà. La fa evaporare dentro il racconto. Il sondaggio non l’ha letto. Il candidato non sapeva chi fosse. Il progetto non gli interessava. La riunione non voleva farla. Gli affari non li ascoltava. La macchina si era rotta. Le vongole erano già sgusciate. Le cavallette. Il terremoto. I Blues Brothers. E, ovviamente, la diarrea da vongole sgusciate.
È tutto talmente perfetto da diventare quasi sospetto. Ma non nel senso giudiziario del termine. Nel senso letterario. Perché alla fine Mieli ci consegna un personaggio che sembra uscito da una commedia sofisticata sulla Prima Repubblica, quando i giornalisti potevano ancora essere signori, gli uomini di potere potevano essere faccendieri, i ristoranti potevano essere uffici paralleli e gli spaghetti alle vongole potevano rappresentare una credenziale politica più solida di un curriculum. E forse il vero talento di Mieli è proprio questo: riuscire a essere contemporaneamente dentro e fuori dalla storia. Dentro abbastanza da sapere. Fuori abbastanza da poter dire di non sapere. È il giornalismo come arte della distanza. Il suo «è perfetto» pronunciato senza leggere il documento, alla fine, potrebbe persino diventare un metodo filosofico: non giudicare ciò che non conosci. O, più precisamente, giudicalo benissimo prima di conoscerlo. Perché Mieli non è il tontolone della situazione. È il tontolone con sette decenni di esperienza. E questa è una differenza enorme. Anzi, forse è proprio la forma più raffinata del potere: poter raccontare una storia incredibile con l’aria di chi, in fondo, quella sera era andato soltanto a mangiare degli spaghetti. Con le vongole già sgusciate, naturalmente. Sono quelle la seduzione e insieme il problema.