Non è questione di lana caprina, quella dei simboli di un partito politico. Quando l'Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale ha dichiarato ammissibile l'opposizione presentata da Nazione Futura contro il marchio “Futuro Nazionale” di Roberto Vannacci, molti hanno liquidato la notizia come una ripicca pre-elettorale tra meloniani e il Generale, che aveva ordito la fuga dalla maggioranza. Invece è qualcosa di più. Francesco Giubilei, presidente di Nazione Futura, e il vicepresidente Ferrante De Benedictis hanno accolto la decisione dell’ufficio europeo come conferma della fondatezza giuridica della loro opposizione, sostenendo che Vannacci dovrebbe cambiare nome al proprio partito e ricordando che la vera destra è quella dei conservatori e non degli incursori. Vannacci ha risposto derubricando la vicenda a un’insulsa e infondata diatriba simbologica, ricordando che sono solo all’inizio. Non stupisce che Vannacci liquidi una questione di forma come non sostanziale, probabilmente confuso dalla proverbiale, ma falsa, opposizione tra contenuto e forma.
Nell’urna elettorale italiana l’elettore, per una frazione di secondo, non legge un programma: guarda un disegno. Il simbolo depositato in Cassazione è l’unico elemento davvero sintetico dell’offerta politica, quello che deve funzionare anche per chi non ha letto una riga di dottrina. Non è un caso che la destra faccia fatica a staccarsi dall’immagine della fiamma.
Basti pensare allo scudo crociato della Democrazia Cristiana, il vecchio simbolo del partito che ha governato l’Italia per quasi cinquant'anni — scudo bianco con croce rossa e la scritta Libertas — e che da oltre trent'anni è oggetto di contese giudiziarie pressoché ininterrotte. Il tribunale di Roma ha dovuto pronunciarsi più volte su chi avesse diritto a usarlo, tra le tante sigle che si sono dichiarate eredi della DC dopo il suo scioglimento nel 1994; nessuna di esse è mai riuscita a farsi riconoscere una vera continuità giuridica con il partito storico, e ancora nel 2023 e nel 2024 si sono registrati nuovi round giudiziari, tra ricorsi, congressi rivali e sigle omonime.
I partiti della Prima Repubblica nascono in un Paese che deve reimparare la democrazia dopo il fascismo, e scelgono simboli costruiti per essere immediatamente leggibili, quasi didascalici nella loro semplicità. Lo scudo crociato della DC richiama esplicitamente l'iconografia medievale e crociata, coerente con l'ispirazione cattolica del partito: la scritta Libertas non è un dettaglio, ma il manifesto di un partito che si proponeva come argine sia al comunismo sia agli eccessi del laicismo liberale.
La falce e martello del PCI, ripresa dalla simbologia sovietica, comunica un'appartenenza internazionale al movimento operaio; sopravvive, in forma sempre più ridotta, anche dopo la svolta della Bolognina, quando nel 1991 il partito si scioglie e nasce il PDS, che adotta la quercia come nuovo simbolo, mantenendo per qualche anno falce e martello in piccolo, quasi alla radice dell'albero — una cerniera simbolica pensata apposta per non recidere del tutto il legame con la base storica, temendo la scissione verso Rifondazione Comunista.
La già citata fiamma tricolore del Movimento Sociale Italiano nasce invece da un riferimento diretto e mai troppo velato, il fuoco che arde sulla tomba di Mussolini a Predappio. È un simbolo pensato per essere riconosciuto senza equivoci da chi cercava una continuità, sia pure carsica, con il fascismo, in un'epoca in cui il partito era tenuto ai margini del sistema politico.
Ma se c'è un caso di scuola di quanto un simbolo possa essere usato per raccontare una rottura ideologica, è quello del PSI. Il 14 febbraio 1979, all'Hotel Jolly di Roma, Bettino Craxi presenta il nuovo simbolo del partito: un garofano rosso che sostituisce la vecchia iconografia socialista — falce, martello e libro aperto col sole dell'avvenire, tutta l'attrezzatura simbolica ereditata dalla tradizione marxista. Il garofano era un omaggio esplicito alla Rivoluzione dei Garofani portoghese del 1974, quella che aveva rovesciato la dittatura di Salazar-Caetano: un simbolo di socialismo democratico e non rivoluzionario, scelto apposta per marcare la distanza dal PCI e per collocare il PSI in una sinistra europea, liberale e riformista. La punta di diamante di un percorso di poetica politica iniziato col saggio Il Vangelo socialista.
Con Tangentopoli e il crollo dei partiti tradizionali, poi, cambia la grammatica dei simboli. Negli anni Novanta entrano in scena soggetti politici nuovi, costruiti con logiche più vicine al marketing che alla tradizione ideologica.
Forza Italia, nel 1994, sceglie un simbolo che rompe apertamente con l'iconografia novecentesca: niente falci, scudi o fiamme, ma un omino stilizzato e i colori azzurro, bianco e rosso, un logo pensato per comunicare energia, ottimismo, italianità sportiva (il richiamo al grido da stadio “Forza Italia” è del resto nel nome stesso). È il primo grande esempio italiano di partito costruito, esplicitamente, come marchio commerciale.
La Lega Nord adotta invece Alberto da Giussano, il condottiero della Lega Lombarda medievale che sconfisse il Barbarossa a Legnano: un riferimento identitario e territoriale, pensato per legittimare storicamente la rivendicazione autonomista del Nord.
Alleanza Nazionale, nata nel 1995 dalla trasformazione del MSI voluta da Gianfranco Fini, sceglie di “addomesticare” l'eredità missina inserendo la fiamma tricolore dentro una cornice più istituzionale, in un tentativo di normalizzazione che accompagna il percorso di sdoganamento del partito verso il centro del sistema politico.
Si sfonda la porta del nuovo secolo con il Partito Democratico, nato nel 2007 dalla fusione tra i Democratici di Sinistra e la Margherita. Il logo originale è stato disegnato dal grafico Nicola Storto e presentato ufficialmente da Walter Veltroni il 21 novembre di quell’anno, con la P e la D che si intrecciano, come i due partiti del “vecchio mondo” di palazzo, con i colori della bandiera tricolore per ricordare che si tratta di un partito nazionale, e un ramoscello d’ulivo, aggiunto un momento prima di depositare il logo, in riferimento all’alleanza riformista messa in piedi da Romano Prodi a cavallo del Duemila.
Il Movimento 5 Stelle presentava invece per vincolo dell’Atto costitutivo il sito di Beppe Grillo (con tanto di “.it”) sotto al simbolo, come a sancire una dipendenza ideologica e materiale con il teorico e agitatore di piazza. Altri avevano puntato sul proprio nome, uno su tutti Berlusconi, ma erano anche i candidati del partito. Grillo no.
Fratelli d'Italia, fondato nel 2012, compie invece un'operazione di segno opposto rispetto ad Alleanza Nazionale: recupera senza mediazioni la fiamma tricolore del vecchio MSI, rivendicando esplicitamente una continuità storica che AN aveva provato ad attenuare.
È una breve genealogia per spiegare che ogni volta che un simbolo cambia, cambia qualcosa di più profondo del disegno, cambia la strategia politica di chi avanza. Il garofano di Craxi segnalava una rottura ideologica; la quercia del PDS segnalava una rimozione controllata; l'omino di Forza Italia segnalava l'arrivo del marketing nella politica italiana; la fiamma di Fratelli d'Italia segnalava una rivendicazione di continuità che altri, prima, avevano preferito attenuare.
Se Vannacci, che si è presentato finora come l’uomo da rincorrere, l’uomo in assetto d’attacco, dovesse fare un passo indietro, assisteremmo finalmente alla prima battuta d’arresto così leggibile e plateale dal momento in cui Futuro Nazionale si è costituito come partito.