Da una parte c'è la paura, dall'altra c'è la colpa. In mezzo, purtroppo, ci sono il diritto di non farsi ammazzare in casa propria e il rischio concreto di finire stritolati nei tribunali per i prossimi dieci anni (se va bene). È successo di nuovo. E, per i soliti giochi del destino, è successo ancora in Piemonte dopo il gran clamore della vicenda di Mario Roggero. A tre giorni dagli spari che nella notte di sabato hanno scosso Baldissero d'Alba, il bilancio è quello di una drammatica vicenda a due facce: da un lato la morte di Gjovalin Lazri, trentasei anni, caduto sotto i colpi di pistola nel cortile di una proprietà privata; dall'altro l'inizio dell'incubo giudiziario per Roberto Mollo, il trentacinquenne che ha impugnato l'arma per difendere la propria abitazione e la propria famiglia. Perché una legge sulla legittima difesa ci sarebbe pure, ma è di quelle fatte su impulso ideologico e spinte emotive: quindi vuota, priva di concretezze su cui affondare l'ancora.
Risultato? Il solito quadro incasinato: identico, stancante e ipocrita copione italiano. La Procura di Asti ha dovuto iscrivere Roberto Mollo nel registro degli indagati per omicidio. Ci spiegheranno per la millesima volta che si tratta di un atto dovuto, una forma di garanzia indispensabile per permettere ai periti di fare l'autopsia e misurare le traiettorie dei proiettili senza invalidare il processo. Tutto bellissimo in aula di tribunale. Peccato che, per chi sta dall'altra parte, quell'avviso di garanzia sia una gogna immediata e l'inizio di un calvario economico, psicologico ed umano che ti devasta la vita esattamente quanto l'intrusione dei ladri. Ci avevano raccontato che la riforma del 2019 sull'articolo 52 del codice penale avrebbe chiuso una volta per tutte la partita, imponendo la presunzione di proporzionalità per chi si difende tra le proprie quattro mura. Cazzate!
Nella realtà quotidiana del diritto penale de noialtri, la presunzione di proporzionalità vale meno di niente. Perché quando sei al buio, sul ballatoio di un casale isolato con il cuore a duecento battiti al minuto e delle sagome che si muovono nel tuo giardino, tu non hai il tempo di chiedere le generalità all'intruso, né di verificare con calma se quello che ha in mano sia un piede di porco, una scacciacani o un'arma vera. Poi però arriva il perito balistico sei mesi dopo, con la luce a LED, i puntatori laser e le simulazioni al computer, a spiegarti con la puzza sotto il naso che forse l'intruso si stava già girando per scappare e che quindi il colpo non era del tutto ortodosso. Il devastante paradosso è che è la stessa legge che esclude la punibilità per chi agisce in stato di grave turbamento a delegare interamente al giudice la valutazione di questo stato emotivo. Non sarebbe un problema nei paesi in cui la magistratura non è tremendamente politicizzata come in Italia.
Adesso gli inquirenti dovranno stabilire se il colpo sia stato esploso frontalmente o mentre la persona era di spalle, e se sussistesse un imminente pericolo di vita oppure una fase di ripiegamento. Intanto la gente scende in strada a difendere Roberto Mollo e il sindaco si spende per ricordare quanto ci si senta soli quando fa notte e le pattuglie dei Carabinieri devono coprire tre comuni con una macchina sola (spesso usuratissima). Questa vicenda dovrebbe far sentire il dovere di rimettere mano con concretezza a una norma che così com'è non ha senso per nessuno. È vero che nessuna legge, per quanto severa o permissiva sulla carta, può azzerare la discrezionalità dell'accertamento giudiziario, ma almeno dovrebbe garantire di non provocare ulteriori ferite sociali.