Al Museo Enzo Ferrari le Ferrari delle rockstar diventano protagoniste di una nuova mostra, che a sua volta diventa simbolo di un paradigma che sta cambiando. Si chiama “The Greatest Hits – Music Legends and Their Ferraris” ed è un viaggio nel rapporto tra il Cavallino Rampante e alcune delle icone più grandi della musica mondiale. Tra i nomi che compaiono nel percorso ci sono musicisti come Nick Mason, Eric Clapton e J Balvin: artisti diversissimi tra loro, uniti però da una passione comune, quella per le Ferrari.
La mostra racconta come il Cavallino sia diventato negli anni un simbolo trasversale della cultura pop. Non solo un oggetto di desiderio nel panorama automobilistico, ma un’icona che attraversa musica, arte e immaginario collettivo. È una relazione quasi naturale: le Ferrari incarnano velocità, spettacolo e successo, tutti elementi che si sposano perfettamente con la tipica estetica del rock.
Ferrari, Ferrari non ha mai fatto molto per inseguirle, almeno in passato. Anzi, per decenni a Maranello la filosofia è stata quasi l’opposto. Sotto la guida di Enzo Ferrari il rapporto con i clienti, famosi o meno, seguiva regole molto chiare: le star non contavano, o meglio, non contavano più degli altri. Chi voleva una Ferrari doveva entrare in lista, aspettare il proprio turno e dimostrare di essere un cliente “giusto” per il marchio.
Era una visione singolare nel mondo dell'automobile: il protagonista non era il proprietario, ma la macchina. Il mito non nasceva dalla star che la guidava, ma dal lavoro fatto a Maranello, da auto destinate a diventare senza tempo. E infatti, proprio Ferrari è diventata famosa anche per la sua capacità di dire no, tra clienti celebri messi in attesa, ignorati o semplicemente trattati come chiunque altro.
Basti pensare che, soltanto in epoca contemporanea, avere una Ferrari non è permesso a Justin Bieber, Kim Kardashian (e qui la questione si fa interessante vista la presunta relazione con Lewis Hamilton), 50 Cent, Tyga, Floyd Mayweather o Phillip Plein. Un paradosso per il nostro mondo, uno in cui i brand fanno a gara per assicurarsi il testimonial più famoso, il più cool del momento.
Storicamente, Ferrari ha sempre mantenuto una certa distanza da queste dinamiche. Non era il marchio ad aver bisogno delle star, semmai erano le star a desiderare il marchio. E in tal senso, la mostra racconta proprio questa relazione: un’attrazione lunga decenni tra Ferrari e il mondo dell’arte, fatta di collezioni private e di auto esclusive che, come sempre accade con il Cavallino, raccontano una storia andando oltre il semplice essere macchina.
Ma racconta anche qualcosa di più grande, vale a dire il segno dei tempi che cambiano. Oggi, Ferrari dialoga sempre più apertamente con il mondo della cultura pop fatta di eventi e collaborazioni, un mondo che in passato poche volte era stato esplorato. Anche perché, per le stesse ragioni menzionate in precedenza, a rappresentare l’arte doveva essere unicamente la Ferrari.
Qualcosa però sta cambiando, pur non rinunciando alla propria identità. Dopo anni di pura esclusività, quindi, anche il Cavallino ha iniziato a dialogare con mondi che un tempo restavano ai margini. Non per inseguirli - così non sarà mai - ma perché in un’epoca in cui tutto si fonde non si può essere da meno e basta. Si può partecipare, lasciando comunque il segno. Anche perché, nella musica e nell’arte, di icone veramente appassionate alla Ferrari ce ne sono e ce ne sono state un sacco. Basta vedere le vetture esposte.