Se n'è andato Giorgio Bracardi, e con lui si spegne un pezzo irripetibile di storia della comicità italiana, di quella forma d’espressione anarchica, sfacciata e surreale che ha fatto godere di grasse e grosse risate intere generazioni del Novecento. Specifico: risate grasse e grosse, quelle liberatorie, che prescindono dall’opinione, dal posizionamento politico, dall’etica e dalla classe sociale di colui che ride. Antica comicità, rivolta a tutti, senza distinzioni. Qualcosa che si è perso con l’avvento della borghesissima e classista stand-up comedy.
Un vero re della comicità dell’arte: Giorgio Bracardi, attore, musicista, mattatore, nel senso di matto e geniale. Figlio d’arte, cresciuto in una famiglia di lirici, con un fratello celebre: il maestro Franco, storico pianista del Maurizio Costanzo Show.
Performer vero, viscerale e imprevedibile, capace di fare del proprio corpo e della propria voce uno strumento d'avanguardia. Bracardi usava il microfono come un pittore nell'action painting: plasmandolo, sfigurandolo, deformando il timbro fino a renderlo irriconoscibile, inventando dal nulla una galleria di caratteri grotteschi, alieni e indimenticabili.
Pensare a Bracardi significa tornare inevitabilmente ad Alto Gradimento, la leggendaria creatura radiofonica di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. Lì, Bracardi fu il pioniere, colui che inventò l’idea del tormentone, che nel suo caso non nasceva da una geometria autoriale a tavolino, ma dal teatro del talento, dall'improvvisazione pura e immediata, dal contrappunto jazzistico con i conduttori. Non erano slogan, giochetti derivati dal marketing per catturare, ma mantra demenziali che entravano di prepotenza nel linguaggio quotidiano di un Paese intero.
Evviva il Camerata Catenacci, irriverente parodia del nostalgico di regime, che irrompeva celebrando il Duce che "c'aveva due maroni così!", martellando gli ascoltatori con l'indimenticabile "Chettefregaaaa?!" urlato fino allo sfinimento; o Max Vinella, il giornalista cialtrone e petulante, emblema della chiacchiera radiotelevisiva senza sostanza; fino al surreale e terrorizzante Scarpantibus, l'uccellaccio preistorico dai versi striduli e inarticolati che spezzava ogni serietà in studio. E ancora: il borioso Professor Aurelio Marcellini, il Maestro Benito Cerbottana con le sue sgangherate teorie musicali, o la disperata e improvvisa evocazione del compagno mitologico con quel "Patroclooo! Patroclooo!" lanciato nel vuoto del microfono.
Come ha dichiarato in queste ore un affranto Renzo Arbore, ricordando l'amico e compagno d'avventure, quella forma di comicità voleva essere una sorta di dolcificante negli anni di piombo. C'era un bisogno disperato di ridere e Bracardi ci riusciva con le sue maschere e caratteri che mai cercavano di sembrare intelligenti e elevati agli occhi del pubblico. Lui rifiutava qualsiasi posa snob o didascalica. Era l’espressione di un popolo che aveva vissuto la guerra, le macerie e la povertà, o che si ritrovava nuovamente immerso nel clima pesante della violenza politica degli anni '70. In lui risiedeva l’anarchia del creatore, come reazione all'assurdità della vita e al tanto dolore che ci accomuna.
Il suo talento eclettico travalicò la radio, contaminando il grande e piccolo schermo, da FF.SS. di Arbore alle partecipazioni televisive cult, fino al cinema di genere dove piazzava sketch fulminanti rimasti nella storia del nonsense. Celebre è la sequenza del dialogo a un botteghino di Roma:
«Dove vai?»
«Al cinema...»
«A vede che?»
«Quo Vadis!»
«E che vor di?»
«Dove vai...»
«Al cinema!»
«A vede che?»
«Quo Vadis!»
«E che vor di?»
Raptus infinito nel bel mezzo di un film, che andava a smontare qualsiasi pretesa di buon senso comune.
Con Giorgio Bracardi se ne va l’invenzione e un’idea di comicità. Come detto prima, quel testimone è stato assorbito dalla retta stand-up comedy, forma d'intrattenimento importata che ha sostituito l’anarchia delle viscere con il calcolo dell’intelletto.
Se lui usava il nonsense e la maschera grottesca per abbattere ogni distanza e unire il pubblico in una risata priva di sovrastrutture, la stand-up contemporanea vive di un’attitudine conformista. È la risata del riposizionamento sociale: non si ride più per perdere il controllo, ma per riaffermare una presunta superiorità culturale.
La performance dal vivo si trasforma così in una pedana da cui dispensare sarcasmo misurato, dosato a tavolino per incontrare il favore di una specifica bolla. Si ride contro qualcuno, per giudicare, per additare il brutto, lo sporco o l'ignorante che sta sotto, in una sorta di socio-bullismo da palcoscenico: un’attestazione d’appartenenza. Si applaude per dimostrare di essere colti, illuminati, schierati dalla parte giusta della barricata.
Là dove Bracardi non aveva alcuna paura di sembrare ridicolo o stupido pur di toccare la pancia della gente, il comico contemporaneo ha invece il terrore di non sembrare abbastanza intelligente. È l'estinzione della follia genuina in favore dell'omelia morale travestita da battuta.
Ode a Giorgio Bracardi: alla sua arte, figlia del Novecento. Nessun filtro, nessuna posa da maître à penser, solo la pazzia genuina come risposta alla cosiddetta normalità. Perché ancora oggi, contro il grigiore quotidiano e il fanatismo ideologico, l'unica vera salvezza può essere una risata sgangherata, disperata e magnificamente libera.