Se avessi vent'anni probabilmente avrei una cotta per 22simba. Invece ne ho 44 e, ascoltando Miria, ho pensato un'altra cosa: se avessi un figlio così, ne sarei fiera. Mentre potrebbe limitarsi a godersi tutto quello che ha conquistato, si fa delle domande. E a vent'anni non è affatto scontato. Anzi, non lo è nemmeno a quaranta.
Dietro 22simba c'è anche Miria, sua nonna. Una donna che non aveva bisogno di fare grandi cose per dimostrare amore. Se scopriva che ti piaceva qualcosa, se lo ricordava. E allora quella cedrata Tassoni fatta trovare a suo nipote in un frigo finisce per valere più di molte delle cose che oggi lui può comprarsi. Quella cedrata parla di qualcuno che ti ha guardato abbastanza da sapere cosa ti rendeva felice. Di essere amato, certo, ma soprattutto di essere visto.
Questo disco parte dal paradosso di un ragazzo che oggi può permettersi molto più di quanto avesse allora, ma che per interrogarsi sulla felicità torna con la memoria a una donna che aveva molto meno. Perché puoi riempire il frigo quanto vuoi, ma non è detto che dentro ci sia ancora quella cedrata e che abbia lo stesso sapore. Diciotto tracce divise in tre atti per raccontare e far convivere tutte le parti di sé, anche quando sembrano contraddirsi.
Nel primo c'è la fame, il bisogno di arrivare, quella voce incazzata che dentro ti dice: voglio di più, posso avere di più, vi faccio vedere io. Nel secondo 22simba è arrivato abbastanza da scoprire che gli obiettivi raggiunti non fanno sparire le domande. Anzi, fanno più rumore. Nel terzo si gira indietro e prova a recuperare qualcosa della semplicità di sua nonna.
La contraddizione viene fuori benissimo proprio in Miria. Sua nonna aveva conosciuto freddo e fame, lui oggi porta al collo quelle collane che, dice, lei odierebbe anche se non sa odiare. Di accontentarsi non vuole proprio sentir parlare. Ha corso per cambiare la sua vita, ce l'ha fatta e non deve sentirsi in colpa per questo. Nello stesso pezzo, però, dice di voler “imparare a ridere realmente”. Ed è una frase che stona meravigliosamente con tutto quello che, visto da fuori, dovrebbe renderlo felice. Miria magari rideva veramente per la visita di una vicina di casa, una battuta dei nipoti, un centrotavola regalato per qualche festività e lei Non promettevi la luna alle tue figlie, però gli davi una stella.
In certi contesti non c'è spazio per le favole o per le illusioni. Da bambini si chiede la luna, da adulti impariamo a riconoscere il peso dei sacrifici quotidiani ma a pensarci bene una stella è persino più difficile da dare. È infinitamente più lontana della luna, brilla di luce propria ed è un punto fermo nel cielo. Miria non poteva promettere la luna alle sue figlie, ma in qualche modo riusciva a dare loro qualcosa di ancora più grande. Lo stesso succede quando 22simba promette una casa con le poltrone pieghevoli, Perché nonna la usava per far bene a chi ama. Le poltrone che si aprono quando arriva qualcuno, la casa di Miria serviva a quello. Ad accogliere perché non era questione di metri quadri e questione di dettagli e amore e io in quella casa è come se ci fossi stata, 22simba mi ha aperto quella porta.
Il successo, intanto, è arrivato. Nel ritornello di Miria il sole bacia lui e non chi gli sta accanto. E questa cosa, invece di farlo sentire soltanto fortunato, lo mette in imbarazzo. Dice di essersi fatto più solo per non creare disagio. Questo dice molto della sua anima, assieme a frasi come “Essere felice nel dubbio e non felice senza dubbi, essere pieno di domande senza aspettarsi che se le facciano tutti”, chiedersi chi abbia davvero vinto nella vita. E poco importa che le risposte non arrivino.
Dentro Miria convivono continuamente cose che dovrebbero escludersi. La rabbia e la gratitudine. I soldi e una cedrata Tassoni. Le collane e le poltrone pieghevoli. Il padre dei debiti e quello del presepe. La voglia di vincere e il dubbio su cosa significhi davvero aver vinto.
22simba dice anche di non volersi alienare dalle emozioni e dalle sfumature, mi piace che non provi a raccontarsi migliore di quello che è. Trema, si incazza, vuole di più, cambia idea, torna indietro. E mentre corre sa già che qualcosa lo sta lasciando per strada.
A vent'anni avrei probabilmente ascoltato soprattutto la rabbia. A 44 mi interessano la cedrata, le poltrone pieghevoli, quel presepe fatto con suo padre e tutte quelle domande a cui non ha ancora trovato risposta. E continuo a pensare la stessa cosa che ho pensato quando ho finito il disco: se avessi un figlio così, ne sarei fiera.