La cronologia dell’acqua è l’esordio alla regia di Kristen Stewart ed è subito chiarissimo che non ha alcuna intenzione di fare un film accomodante. Anzi. La domanda che accompagna davvero la visione è: sott’acqua gli occhi li tenete aperti oppure chiusi? Perché Stewart sembra voler costringere lo spettatore proprio lì, in apnea, immerso dentro immagini che non lasciano via d’uscita, dentro un cinema che vuole essere sentito fisicamente prima ancora che capito.
Tratto dall’autobiografia di Lidia Yuknavitch, La cronologia dell’acqua è un film fatto di fluidi, di carne, di materia organica. Sudore, sangue, saliva, secrezioni, desiderio, rabbia, paura, dipendenza. Tutto passa attraverso il corpo. Anche quando i personaggi parlano, sembra che il film stia comunque ragionando sulla pelle, sugli odori, sulla fatica di abitare un corpo ferito. Stewart gira ogni scena come se volesse sporcare lo spettatore, lasciargli addosso qualcosa di umido, di appiccicoso, di vivo. La scelta della pellicola è fondamentale. La grana è spessa, sporca, quasi abrasiva. Non c’è niente di pulito o levigato nelle immagini di Kristen Stewart. Ogni fotogramma sembra consumato, respirato, toccato da troppe mani. È un’estetica profondamente materica che trasforma il film in qualcosa di tattile. Ci sono momenti in cui sembra quasi di sentire il sudore dei personaggi uscire fuori dallo schermo.
E al centro di tutto c’è Imogen Poots, gigantesca. Stewart la filma da vicinissimo, ossessivamente, le entra letteralmente dentro, la osserva mentre si spezza, si perde, desidera, sprofonda. È una regia ossessiva, continuamente incollata al volto, ai dettagli del corpo, agli occhi, ai tremori, alle ferite. Poots regge praticamente tutto il peso emotivo del film e lo fa con una fisicità impressionante, trasformando il personaggio in qualcosa che non viene semplicemente raccontato ma quasi attraversato.
L’acqua nel film non è mai soltanto acqua. È rifugio, anestesia, memoria, cancellazione. È il posto in cui il dolore si attutisce e contemporaneamente si amplifica. Ogni immersione sembra il tentativo disperato di smettere di sentire qualcosa o forse di sentirlo ancora più forte. Stewart usa l’acqua come uno stato mentale, come un posto ambiguo dove autodistruzione e sopravvivenza convivono continuamente. E infatti La cronologia dell’acqua è un film che vive tutto sugli estremi. Non cerca mai equilibrio, non cerca mai compostezza. Vuole stare nel caos emotivo della protagonista, nella dipendenza, nella vergogna, nella sessualità, nella violenza. A volte sembra quasi che il film voglia collassare su sé stesso, come se Stewart avesse paura del silenzio o della semplicità. Ci sono flash improvvisi, immagini che arrivano addosso come colpi nervosi, flash forward che anticipano momenti fondamentali del finale. Alcuni funzionano benissimo, altri risultano un po’ troppo telefonati e rischiano di indebolire l’impatto emotivo di certe svolte narrative.
Però il punto è che Kristen Stewart vuole firmare ogni singolo frame. Vuole che si senta la sua presenza dietro ogni scelta, ogni taglio, ogni eccesso. E magari sì, qualche volta esagera. Però dentro quell’eccesso c’è anche qualcosa di sincerissimo. Stewart gira come qualcuno che ha bisogno fisico di buttare fuori immagini, corpi, memoria, umori. Non cerca mai la perfezione. Cerca la ferita. Ed è proprio questa la cosa più interessante del film: il coraggio. Perché oggi quasi tutti gli esordi registici sembrano costruiti per dimostrare controllo, precisione, eleganza. Kristen Stewart invece accetta il rischio di risultare irregolare, disordinata, persino respingente. La cronologia dell’acqua è pieno di momenti in cui rischia di deragliare, ma è proprio lì che il film resta vivo.
Non tutti i capitoli funzionano allo stesso modo. Il penultimo perde un po’ il mordente accumulato fino a quel momento e sembra lasciare evaporare parte della tensione emotiva costruita nelle scene precedenti. Però poi arriva il finale, e Stewart ritrova improvvisamente lucidità e furia. Le ultime sequenze esplodono in una libertà visiva potentissima, quasi liberatoria, come se il film avesse finalmente smesso di trattenere il fiato.
E poi c’è Jim Belushi, sorprendente nel ruolo del professore di scrittura creativa. Appena entra in scena cambia l’energia del film. Si mangia letteralmente il capitolo in cui compare, portando una presenza umana, stanca, ironica, che per qualche minuto alleggerisce un racconto altrimenti durissimo.
La cronologia dell’acqua magari non è perfetto. Ha degli squilibri, delle ingenuità, dei momenti in cui Kristen Stewart sembra voler dimostrare troppo quanto sia una regista. Però dentro il film c’è una vitalità rara, quasi selvaggia. E soprattutto c’è una cosa che oggi si vede sempre meno: la volontà di fare un cinema che non abbia paura del corpo, della sporcizia, dell’eccesso emotivo.
Kristen Stewart non gira un film da guardare. Gira un film da attraversare. Anzi da tuffarcisi dentro, a proprio rischio e pericolo. E quando riemergi, dopo tutta quell’apnea, qualcosa addosso ti resta davvero. Forse una ferita, forse una cicatrice, magari un ricordo doloroso ma certamente qualcosa rimane.