C’era una volta un modo di fare satira che oggi l’algoritmo ignorerebbe. Lento e pieno di deviazioni. Non puntava alla risata immediata, non cercava l’applauso a comando. Se ci arrivavi, bene. Se non ci arrivavi, pazienza.
David Riondino lavorava così.
Se ne va a 73 anni colui che non è mai stato davvero “popolare” nel senso contemporaneo del termine. Non era uno da tormentone, da clip condivisibile o da “meme”. Era uno che ti costringeva a stare lì qualche secondo in più, senza “skippare”.
Chi se lo ricorda al salotto del Maurizio Costanzo Show e chi lo associa al successo della canzone Maracaibo, ne ricorda solo una parte. Perché David è stato parte di quella stagione anarchica della TV anni ’80, dove la comicità non era ancora addomesticata e lui poteva muoversi esattamente come voleva.
E poi c’è un altro aspetto non trascurabile: quello musicale. La canzone del vino tra tutte, ne era un manifesto. Dal titolo apparentemente semplice, il brano celebrava una bevanda che è un simbolo: “Guardalo come ti aspetta senza avere fretta. Silenziosamente. Il vino. Guarda come se ne scende elegantemente nel bicchiere grande”. Nell’era della velocità, chi si prende più la briga della poesia?
Non si lasciava inseguire lui dalla velocità e di essere “virale” non gliene fregava niente.
Oggi non salutiamo solo David Riondino, ma anche un modo di fare comicità che non esiste più, o se esiste, sopravvive ancora a stento ed è riservata a una nicchia.
Il punto non è “cosa ha fatto Riondino”, ma cosa non ha fatto. La sua è stata la voce di un cantautore, attore, regista, scrittore, ma anche la voce di chi non cercava la battuta facile.
Riondino non spingeva. Non calcava. Non ti veniva addosso. Era quasi il contrario della comicità contemporanea, che spesso è iperesplicita e didascalica e ha bisogno di urlare. Lui invece abbassava, sottraeva e si muoveva con grazia infilando lame sottili nella mente degli spettatori.
In lui c’erano i trovatori e il teatro popolare, ma anche una lucidità contemporanea che pochi hanno saputo mantenere senza diventare cinici.
Non piacere sempre a tutti è il prezzo del genio e della libertà.
In Riondino c’era anche un’altra cosa che oggi si è un po’ persa: il gusto di giocare con la lingua senza trasformarlo in esercizio da élite. David Riondino riusciva a essere colto senza sembrare uno che ti sta facendo una lezione. Ti fregava mentre parlava, ancora prima di “fare la battuta”.
Non era innocuo, anche se poteva sembrarlo. Semplicemente non aveva bisogno di essere aggressivo per essere politico. La sua politica era priva di propaganda. Difficile da figurare oggi.
E per questo è l’ultimo. L'”ultimo dei giullari”. Un giullare, appunto, ma nel senso medievale: quello che poteva dire la verità perché la diceva ridendo. Un giullare, ma non in senso nostalgico, piuttosto come promemoria: che un altro modo di stare sulla scena esiste. E funzionava anche senza urlare.
In un clima sociale fortemente polarizzato, viene difficile trovare uno spazio per una satira che non sia rabbiosa, per un’ironia che non abbia bisogno di schiacciare qualcuno per funzionare.
Il punto è che una figura così oggi fatica a esistere. Non perché manchino persone intelligenti o ironiche, ma perché è cambiato il contesto: tutto deve essere immediato, riconoscibile e schierato. Ambiguità, lentezza e sfumature sono diventate un lusso, un lusso che David Riondino ci ha regalato senza rinfacciarcelo e che non lascia eredi.
Riondino sì, oggi rimane quello ignorato dall’algoritmo e i suoi poco più di mille follower ce ne danno conferma. E questo ci basta a comprenderne il valore inestimabile.
Se qualcun altro deciderà di percorrere “il metodo Riondino” - e oggi ci viene difficile immaginarlo - dovrebbe essere un rivoluzionario capace di muoversi in punta di piedi, com'è stato lui.