E se la politica italiana moderna assomigliasse a un grande palinsesto televisivo della domenica pomeriggio? Sembrerebbe rimasta ferma al periodo d’oro dei varietà in prima serata degli anni ‘80 e ‘90. Ora togliete il condizionale. Partiamo dall’opposizione, per esempio. Prima hanno tentato di incoronare Ranucci come totem etico incontestabile (e lui stesso conferma che ancora gli arrivano proposte per scendere in campo), ma è bastata un'estate, una “bomba per amore” di Valterino Lavitola e quello che abbiamo scoperto anche su di lui per smontarne l'aurea di difensore indefesso della libertà contro ogni fascismo (a proposito, ci avete fatto caso che ultimamente se la prende più coi giornalisti che con i mandanti dell'attentato sotto casa sua?). Ora ci provano con Marisa Laurito. Non solo regista, attrice e cabarettista dall’esuberante verve partenopea, da qualche giorno la soubrette è stata improvvisamente proiettata nel ruolo di autorevole punto di riferimento giuridico del fronte progressista. E se vi state chiedendo quale sia il nesso tra la Laurito e il Campo Largo, ci pensiamo noi a illuminarvi: “la mossa”. Quella politica. Quella vincente, quella che accende il pubblico. “La mossa” è infatti un marchio di fabbrica per la Laurito: inventata da Ninì Tirabusciò è diventata parte del repertorio napoletano. Marisa Laurito l’ha spesso riproposta nei suoi show televisivi e teatrali. “La mossa” consiste in un movimento secco del bacino in seguito a un’oscillazione, accompagnata dal suono dei piatti d’orchestra o del tamburo; a fine strofa il movimento secco serve a sottolineare un doppio senso e accendere la reazione del pubblico. Forse il Campo Largo ha in mente proprio questo: oscillare con cautela per poi sferzare a sorpresa il colpo secco alla maggioranza. Quale migliore cavallo di Troia di Marisa Laurito?
L’occasione di questo inatteso sodalizio nasce dalla massiccia offensiva istituzionale orchestrata dal centrosinistra, che si è coordinato con una vasta rete di avvocati e attivisti per depositare ben trenta ricorsi nei Tribunali e in Cassazione destinati ad approdare alla Corte Costituzionale contro la riforma del sistema di voto approvata dalla maggioranza. Una mossa di stretta tattica parlamentare e di pressione legale che rientrerebbe nella normale dialettica democratica, se non fosse per il colorito parterre di personalità reclutate per fare da cassa di risonanza alla mobilitazione. Tra i circa cinquecento aderenti figurano infatti colonne storiche dell’Ulivo e della Prima e Seconda Repubblica come Romano Prodi e Massimo D’Alema, affiancati da magistrati, saggisti, politologi e persino nomi noti del mondo dello spettacolo come Monica Guerritore e Carla Signoris. Ma è proprio l’adesione entusiastica di Marisona nazionale a catturare l’attenzione dei commentatori, trasformandosi nel perfetto caso di studio su come la politica d’opposizione oggi intenda la comunicazione di massa. Nella storia professionale dell’attrice, il vertice di popolarità canora risale a Sanremo 1989 con la scanzonata ed esilarante esibizione in Il babà è un doce (scritta da Renzo Arbore), classificatasi alla dodicesima posizione in classifica.
Marisa Laurito è stata intervistata sui quotidiani per chiarire la natura delle sue perplessità legali contro il provvedimento: la neo-costituzionalista ad honorem ha offerto una bizzarra lezione di Diritto Pubblico, paragonando la nuova legge elettorale a una porzione di fegato alla veneta preparata senza la consueta retina protettiva per la cottura: un piatto che le risulta già poco gradito di suo e che, privato di quell’involucro fondamentale, le appare del tutto inaccettabile. Una metafora che ha fatto subito il giro dei social e delle trasmissioni d’approfondimento, diventando il manifesto ironico dei detrattori della riforma. C’è da dire che questa metafora culinaria è utile a spiegare la nuova riforma “papale papale” e renderla così con un linguaggio pop accessibile a tutti. A occhio e croce Marisa Laurito potrebbe sembrare più vicina all’ideologia del centrosinistra che il centrosinistra stesso: occhio.
Ma d’altronde la politica italiana è solita servirsi di volti comici schierati politicamente. Ricordiamo l’ospitata mancata di Andrea Pucci a Sanremo, meloniano dichiarato, e delle accuse di censura dopo la cancellazione del suo nome dalla lista degli ospiti. Giorgia Meloni e Ignazio La Russa si erano addirittura esposti pubblicamente per denunciare l’ingiustizia. Pure la storia recente insegna che la sovrapposizione tra palcoscenico e istituzioni non è più un’eccezione folk-popolana, ma una dinamica globale. L’esempio più eclatante resta quello di Volodymyr Zelensky, passato dal set di una serie TV comica - in cui interpretava per finzione proprio un amato professore diventato presidente dell'Ucraina - alle stanze reali del potere, fino a trovarsi alla guida di un Paese in guerra.
La vicenda del Campo Largo rivela un costume politico ben consolidato. Negli Stati Uniti (per citarne uno a caso) le correnti democratiche anti-Trump schierano tradizionalmente da decenni icone del cinema hollywoodiano del calibro di Susan Sarandon - la quale può comunque sfoggiare un curriculum fatto di ben cinque nomination agli Oscar e una prestigiosa Statuetta dorata per le sue interpretazioni drammatiche -; alle nostre latitudini il fronte progressista tende invece ad accontentarsi di un testimonial nostrano dalla verve popolare, la cui ultima memorabile esperienza in un format competitivo è stata l’uscita di scena anticipata al primo turno di ballo in una trasmissione di intrattenimento del sabato sera. Noi in Italia rimaniamo sempre umili, che non si dica il contrario.
Per dovere d’onestà, però, va riconosciuto che la diretta interessata ha dimostrato molta più lucidità ed equilibrio dei suoi stessi sponsor politici. Quando le è stato domandato senza troppi giri di parole se stesse valutando una candidatura o un futuro impegno diretto nelle istituzioni, la Laurito ha risposto senza esitazioni con un secco rifiuto, ricordando come la gestione della cosa pubblica sia una materia complessa che richiede anni di formazione universitaria e un lungo tirocinio nei territori, confermando di voler restare concentrata esclusivamente sul proprio lavoro in teatro e sull’imminente tournée. Un apprezzabile senso dei propri limits che non ha comunque impedito alla macchina della propaganda di coalizione di esibirla come volto copertina del ricorso collettivo contro la norma elettorale. L’episodio Laurito rappresenta tuttavia soltanto l’ultimo capitolo di una strategia comunicativa strutturata, che vede la sinistra delegare sistematicamente le battaglie ideologiche ai volti noti del piccolo schermo e della comicità televisiva. Quando all'interno della coalizione difettano figure capaci di esercitare una leadership carismatica e manca una visione programmatica di ampio respiro, la piazza mediatica finisce per essere invasa da figuranti presi in prestito dal mondo dell’avanspettacolo e del varietà. Non è di certo colpa loro, anzi: che ben venga che personaggi dello spettacolo si espongano. Il problema è che spesso lo fanno più loro che i politici del centrosinistra e che l’intervento di comici, attori o musicisti sembra quasi essere un goffo tentativo di colmare le voragini di idee e contenuti della politica.
Nel recente passato la cronaca politica ha offerto parecchi esempi di questa surreale dinamica. Nei momenti di massima tensione sul fronte mediorientale o durante le accese polemiche sulle scelte del governo, dal cilindro del Campo Largo è spuntato come voce critica il comico Enzo Iacchetti: un personaggio la cui notorietà televisiva è storicamente legata alle gag da bancone, ai siparietti con il Gabibbo, alle vallette e al mondo delle meteore dei reality show. Iacchetti si è trasformato in opinionista di riferimento anche su temi di portata mondiale: curioso che a fare interventi puntuali e opportuni sulla questione sia un ex conduttore di Striscia la Notizia e che, quasi quasi, risulti molto più chiaro ed efficace dei singoli leader del Campo Largo. Allo stesso modo, le redini della politica estera virtuale sono state a lungo affidate alle incursioni satiriche di Luciana Littizzetto. È ancora vivido il ricordo di domenica scorsa, quando a Che Tempo Che Fa, la comica si è sbilanciata in un appassionato appello al capo del governo spagnolo Pedro Sánchez, implorandolo di varcare i confini e venire in Italia a riorganizzare la sinistra smarrita. Un invito a cui lo stesso leader iberico ha pensato bene di rispondere con spiccata ironia sui social, declinando l'offerta per rimanere a cucinare paella in patria e citando persino la Carrà con un “Sempre tuo, Pedro Pedro Pedro”.
E allora l’impressione generale che traspare da questa continua ricerca di testimonial pop è quella di un’opposizione che fatica a costruire un consenso reale nelle piazze o ad affermare la propria linea nelle aule parlamentari, finendo così per rifugiarsi nell’effimera visibilità fornita dai personaggi dell’intrattenimento. Pare faccia persino fatica a rendersi identificabile rispetto ai suoi testimonial. La truppa di giuristi e firmatari vip attenderà con ansia il giudizio della Corte Costituzionale sui cavilli giuridici sollevati nei trenta ricorsi depositati. Nel frattempo, a noi non rimane che assistere a questo bizzarro spettacolo in cui il sistema istituzionale e la satira televisiva si sovrappongono. E se, come dice la Laurito, la legge elettorale è davvero equiparabile a una ricetta veneta venuta male e priva di protezione, resta da capire chi, nella cucina della politica italiana, stia continuando a bruciare le pietanze mentre gli ospiti in sala aspettano ancora di leggere un vero menu.