È morto Tinto Brass e controintuitivamente non parlerò del culo, ma del cinema di Tinto preso come un blocco unico, il quale sembra (sembra) diviso in due come le chiappe ma che invece è rotondo e lineare come, appunto, un culo senza chiappe, o monochiappa.
Cosa era e cosa sarebbe diventato, Tinto Brass lo stabilisce fin da subito, con il suo primo film che possiamo considerare il suo manifesto. Ammirato da Visconti, da Comencini, da Bolognini, si mette dietro la macchina da presa per la prima volta e gira il capolavoro (molto nouvelle vague) di – lo definisce lui così – «anarchismo umoristico», inizialmente intitolato «In capo al mondo», storia di un ventisettenne che se ne va in giro per Venezia perché non gli va di lavorare.
Alla censura non piacque (e non si vedeva neanche il culo del protagonista) e chiese tagli alla pellicola. Tinto Brass annuì, non fece nessun taglio, ma cambiò il titolo in «Chi lavora è perduto» e passò la censura andando nei cinema in versione integrale. (Adesso ditemi come si può non volere bene al Maestro).
Il resto della sua opera e della sua vita questo fu: un ventisettenne che se ne andava in giro perché non gli andava di lavorare, nascondendo sempre però, nel suo apparente cazzeggio (fosse stato bocciato una seconda volta dalla censura sono certo che il terzo titolo sarebbe stato proprio questo: Il Cazzeggio), messaggi che gli stavano a cuore, a iniziare dal rapporto tra sesso e potere in Salon Kitty. All’epoca i francesi intellettuali la menavano assai col rapporto tra sessualità e potere, poi sono arrivate le influencer che con un culo e due minnette fanno centinaia di migliaia di follower: come non vedere che Tinto è stato il profeta del culo delle influencer che rendono manifesto il potere del culo senza scomodare Foucault?
Dopodiché il culo a tutto schermo di Stefania Sandrelli inaugura maestosamente il filone erotico-culoso, ma senza le premesse di cui sopra non si può capire quanto quel culone si leghi al messaggio politico dell’anarchismo umoristico: ossia quello del disagio giovanile (e Tinto non invecchierà mai nello spirito) e del mondo del lavoro; anche in questo profetico, sarebbe un film da proiettare nelle piazze di scontri e immaginare quanto sarebbe bello vedere migliaia e migliaia di giovani che se ne vanno a cazzeggiare in giro per le città al posto di spaccare vetrine, dico anche quelli con i posti di lavoro, dico anche quelli schiavi della catena di montaggio in cui viviamo, dove, in fondo, gliela si mette, appunto, nel culo, ai giovani, ai giovani fuori e ai giovani dentro. Il quarto titolo del film potrebbe essere «Non è un paese per giovani».
Tinto Brass, insomma, è come il catalogo Adelphi (fondata da un grandissimo cazzeggiatore, Bobi Bazlen, eccellente scrittore che non volle mai scrivere) nelle parole del compianto Roberto Calasso: una biblioteca unica, una serie di titoli che hanno una continuità, un’analogia, una vicinanza, anche se non si vede. L’opera di Tinto Brass è questo: una immensa opera monochiappa che solo i poveri di spirito vedono come due chiappe. In fondo, Tinto Brass è stato l’unico cineasta veramente «politico» dopo la grande storia dei Bolognini, Flaiano, Zavattini e via dicendo.