Che poi questa faccenda di Massimo Ceccherini salvato da Matteo Garrone grazie a un regalo di 300.000 euro sembra la trama di "Io Capitano": un amico che ne salva un altro dal terzomondo della ludopatia, dell'alcolismo dalle sostanze, e dopo un'odissea tra le Tempeste (i demoni, li chiama Ceccherini) della mente, lo conduce al porto di un mondo civile. Ancora meglio, Garrone non urla, come accade nel film, tra i candidati agli Oscar per i film stranieri, del quale Ceccherini è stato cosceneggiatore, "Io Capitano", anzi nega "qualcuno avrà capito male", dice. Che lezione di grande cinema però, di cinema che torna, per una volta, a essere quello che sempre avrebbe dovuto essere, una forma d'arte capace di tracimare dallo schermo sugli spettatori, cambiandogli il cervello. Ma come si fa, se i primi a essere gentaglia sono proprio gli artisti? Un ambientino che non vi dico, dal cinema, al teatro, alla scrittura; si accoltellano alle spalle anche i poeti della domenica, anzi forse quelli più di tutti. Sì fa come ha fatto Matteo Garrone, cioè essendo il primo a credere in quello che racconta, credendo nelle storie edificanti, raccontandole, prendendo come cosceneggiatore Ceccherini, che fresco di Odissea interiore è stato capace di non fare cadere nel puro melodramma il magnifico film di Garrone, e infine mettendo in pratica in prima persona gli insegnamenti del proprio film: l'altro si salva. In Italia, invece, come è stranoto - e come disse Ennio Flaiano citando Bruno Barilli - "corrono tutti in soccorso del vincitore".
C'è anche un altro motivo per cui questa storia mi sembra importante. Tutti si sono fermati sulla cifra: trecentomila euro. Ma trecentomila euro, da soli, raccontano poco. Raccontano molto di più la fiducia. Qualcuno, se davvero fosse andata così, ha pensato che quell'uomo valesse ancora la pena. È un investimento che oggi quasi nessuno fa più. Si investe nei marchi, nelle piattaforme, nei follower, nelle case, perfino nelle criptovalute. In un essere umano molto meno. Eppure il capitale più raro continua a essere proprio quello: le persone.
Ed è anche questo il senso più profondo di Io Capitano. Un viaggio finisce quando qualcuno ti accoglie. Il mare, il deserto, i trafficanti, la paura, servono a raccontare una cosa semplicissima: una persona arriva davvero soltanto quando trova un'altra persona. Il resto è geopolitica.
Ceccherini ha raccontato i suoi demoni con una sincerità quasi imbarazzante, come succede ai toscani quando decidono di smettere di fare i toscani. Ludopatia, alcol, cocaina. Parole che fanno notizia, ma che, una volta spente le telecamere, lasciano qualcuno da solo dentro una stanza. Da quella stanza si esce con i medici, con chi ti vuole bene, con una compagna che resiste, con un cane che aspetta davanti alla porta. I cani fanno questo mestiere da migliaia di anni. Restano. Non hanno mai preteso riconoscimenti per questo.
Il cinema italiano ha raccontato migliaia di redenzioni immaginarie. Ogni tanto ne produce una vera. E quando succede, il film esce dallo schermo e continua nella vita delle persone. A quel punto il botteghino, gli Oscar, gli incassi, le recensioni, assumono una dimensione umana che travalica lo showbiz. Diventa una "storia". Una storia che ricorda agli spettatori una cosa elementare: una persona può ancora tirarne fuori un'altra dal buio.
Alla fine resta una domanda. Se questa storia fosse davvero quella di Garrone e Ceccherini, perché emoziona più di tante sceneggiature? Forse perché il pubblico continua ad avere fame della stessa identica cosa: qualcuno che, invece di vincere contro gli altri, decida semplicemente di non lasciarne indietro uno. E questo, nel cinema come nella vita, continua a essere il più raro degli effetti speciali.
In ogni caso, fosse davvero Matteo Garrone il protagonista, insieme a Massimo Ceccherini, di questa storia a lieto fine, ecco io direi che gli esercenti tutti dovrebbero dire un grazie a Garrone, e rimettere nelle sale, per un paio di giorni, "Io Capitano". Che adesso avrebbe una chiave di lettura ancora più efficace. Per gli spettatori. Non per Garrone, che forse è uno dei pochi, in Italia, che capisce i propri film.