L’esibizione di Sal Da Vinci all’Eurovision Song Contest è stata costruita con una cura quasi teatrale. Si vedeva chiaramente che dietro quei tre minuti c’era un lavoro enorme, studiato al millimetro, già preparatissimo a Sanremo e qui ulteriormente ampliato con una vera narrazione scenica: la preparazione dello sposo, l’arrivo della sposa, il matrimonio, la bandiera italiana. Un linguaggio volutamente ricco, pieno, popolare nel senso più mediterraneo del termine. E in un contesto come Eurovision questa scelta può funzionare moltissimo, perché parla una lingua immediata, emotiva, riconoscibile.
Al di là dell’impianto scenico, quello che secondo me va detto è che Sal Da Vinci appartiene a una tradizione musicale italiana molto più antica di quanto si pensi. Ridurre tutto alla parola “neomelodico” è superficiale. Quelle armonie, quei movimenti di accordi, quel procedere per quarte hanno radici profondissime nella musica italiana, soprattutto veneziana e barocca. In certi passaggi si sente quasi l’eco di Antonio Vivaldi, naturalmente trasportata dentro la canzone popolare contemporanea. È una scrittura che punta alla melodia ampia, alla tensione armonica continua, al canto che deve “salire” emotivamente. E non è un caso se questo tipo di armonie, nel mondo, venga immediatamente percepito come qualcosa di tipicamente italiano. L’Italia, musicalmente, ha esportato soprattutto questo: il melodramma, la melodia emotiva, la teatralità armonica.
Poi c’è lui. E lì si capisce la differenza tra chi arriva da una gavetta vera e chi invece nasce già dentro un meccanismo televisivo. Sal Da Vinci è un professionista enorme, uno che il palco lo conosce davvero. Secondo me, in gioventù, è stato anche un po’ eclissato rispetto a quanto meritasse artisticamente. Oggi invece ha raggiunto una maturità perfetta per un palco internazionale come Eurovision.
Personalmente credo che avrebbe retto la scena anche completamente da solo, senza ballerini, senza effetti, senza costruzioni visive. Perché canta veramente. E oggi sembra quasi una qualità rivoluzionaria.
Nella primissima parte l’ho sentito leggermente trattenuto, con quella piccola tensione naturale che ogni tanto irrigidisce l’attacco di un cantante emotivamente coinvolto. Ma è stata proprio quella fragilità iniziale a renderlo umano. Poi si è sciolto completamente e l’esibizione ha preso quota in modo molto potente.
E questa, per me, è la cosa più interessante: dopo infinite prove, dopo anni di carriera, davanti a milioni di persone conserva ancora un margine di emozione reale. Significa che siamo davanti a un artista, non a un atleta perfettamente programmato. Oggi molti interpreti sono impeccabili ma sembrano macchine da prestazione. Sal invece conserva quella componente di rischio emotivo che rende viva la musica.
A mio avviso è stata un’ottima prova e sono convinto che farà una bellissima finale.
Maestro Enrico Melozzi.