image/svg+xml
  • Attualità
    • Politica
    • Esteri
    • Economia
    • Cronaca Nera
  • Lifestyle
    • Car
    • Motorcycle
    • Girls
    • Orologi
    • Turismo
    • Social
    • Food
  • Sport
    • MotoGp
    • Tennis
    • Formula 1
    • Calcio
  • Culture
    • Libri
    • Cinema
    • Documentari
    • Fotografia
    • Musica
    • Netflix
    • Serie tv
    • Televisione
  • Cover Story
  • Attualità
    • Attualità
    • Politica
    • Esteri
    • Economia
    • Cronaca Nera
  • Lifestyle
    • Lifestyle
    • Car
    • Motorcycle
    • girls
    • Orologi
    • Turismo
    • social
    • Food
  • Sport
    • Sport
    • motogp
    • tennis
    • Formula 1
    • calcio
  • Culture
    • Culture
    • Libri
    • Cinema
    • Documentari
    • Fotografia
    • Musica
    • Netflix
    • Serie tv
    • Televisione
  • Cover Story
  • Topic
Moto.it
Automoto.it
  • Chi siamo
  • Privacy

©2026 CRM S.r.l. P.Iva 11921100159

  1. Home
  2. Culture

13 maggio 2026

Viva i registi punk come Guillermo del Toro a Cannes: “Dicono che l'arte si può fare con una fo*tuta app? Non cediamo”. Contro tutto e tutti, nell’epoca dei tecnofascisti: “Facciamogli vedere in cosa crediamo”

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

13 maggio 2026

Vent’anni dopo Il labirinto del fauno torna a Cannes insieme a Guillermo del Toro. E riguardando i suoi film viene da pensare una cosa semplice: mentre mezzo cinema contemporaneo sogna di diventare algoritmo, lui continua ostinatamente a difendere i mostri, l’infanzia, la carne, l’errore, l’umano

Foto di: Ansa

Viva i registi punk come Guillermo del Toro a Cannes: “Dicono che l'arte si può fare con una fo*tuta app? Non cediamo”. Contro tutto e tutti, nell’epoca dei tecnofascisti: “Facciamogli vedere in cosa crediamo”

Ventidue minuti di applausi. Record assoluto di Cannes. E sì, certe volte questi numeri sembrano soltanto folklore festivaliero da cinefili sudati sulla Croisette che applaudono pure il vento se passa nel modo giusto. Però poi riguardi Il labirinto del fauno vent’anni dopo e capisci che no, forse quella reazione lì aveva senso davvero. Anzi, son persino pochi quei minuti di applausi scroscianti. Perché il film di Guillermo del Toro non è invecchiato. Semmai è diventato ancora più attuale col tempo. O peggio: è il presente che gli è andato incontro. Il ritorno del “Fauno” a Cannes Classics con Del Toro lì accanto ha qualcosa di stranamente commovente. Non nostalgia, tutt’altro. Non è la classica operazione “ricordate quando il cinema era bello e qui una volta era tutta campagna?”. No. È il ritorno di una creatura sopravvissuta. Una fiaba nera ancora viva, ancora sporca di sangue, ancora capace di mordere. E soprattutto ancora politica. Perché Del Toro questa cosa non l’ha mai nascosta: i suoi mostri stanno quasi sempre dalla parte giusta della storia. I fascisti no. Gli uomini ossessionati dall’ordine no. I militari, i burocrati, quelli che amano le geometrie del potere, le uniformi stirate, la disciplina, il controllo: nei suoi film diventano mostri molto peggiori dei vampiri e dei fantasmi. E di solito questi “mostri veri” siamo noi, noi esseri umani, con le nostre belle facce normali e rispettabili.

Il labirinto del fauno
Il labirinto del fauno

Il capitano Vidal del Labirinto del fauno fa paura ancora oggi proprio per questo. Non urla quasi mai, non ha bisogno di diventare caricatura. È il fascismo trasformato in meccanica quotidiana. Orologi, regole, punizioni, obbedienza. Una specie di burocrate della crudeltà. E dall’altra parte invece c’è Ofelia, che si salva soltanto disobbedendo, scegliendo l’immaginazione invece della realtà imposta dagli adulti. Che poi è il cuore di tutto il cinema di Del Toro. Lui fa film di mostri ma in realtà parla sempre dei fragili. Degli esclusi. Dei bambini lasciati soli. Dei deformi. Dei corpi sbagliati. Della gente che il mondo vorrebbe correggere, normalizzare, eliminare. E forse questa cosa nasce proprio da lì, dall’infanzia. Del Toro ha raccontato più volte che da bambino nei mostri trovava rifugio, amicizia, quasi una famiglia. Molto più che negli esseri umani “normali”. “Sono stato fedele ai mostri fin dall’infanzia”, disse una volta. E guardando il suo cinema gli credi subito, perché i mostri nei suoi film non sono mai soltanto mostri. Sono creature sole. Respinte. Malate d’amore. Ferite. Gente che cerca un posto nel mondo e non lo trova mai davvero. È per questo che oggi Del Toro sembra quasi un regista fuori tempo massimo, un sopravvissuto a un cinema contemporaneo che sta lentamente smettendo di credere nell’umano. A Cannes Del Toro l’ha detto chiaramente parlando dell’intelligenza artificiale e dell’arte generata automaticamente. Quando “vi dicono che una fottuta app può fare arte”, il problema non è la tecnologia in sé. Il problema è che si vuole “sminuire tutto ciò che ci rende umani”. E detta da lui questa cosa pesa il doppio, perché Del Toro da trent’anni costruisce film fatti contro la perfezione sterile delle macchine. Ama gli animatronics, il lattice, il trucco prostetico, la stop-motion, le creature costruite a mano. Ama vedere la cucitura del mostro, quasi. Ama la materia. La carne viva. I cuori. Persino il difetto. E infatti i suoi film sembrano pieni di cose che puoi toccare, sporche, appiccicose, imperfette. Oggi che mezzo blockbuster hollywoodiano pare renderizzato da un frigorifero depresso o da una presentazione PowerPoint da 300 milioni di dollari, Del Toro continua a fare cinema come un artigiano gotico impazzito. E dentro ci mette tutto. Lovecraft, i fumetti horror, il cattivo gusto, il melodramma messicano, gli insetti, il gotico italiano, i kaiju, Disney, Buñuel, la guerra civile spagnola, Frankenstein. Che poi è sempre stato il suo testo sacro. Non il mostro come creatura malvagia, ma il mostro come essere abbandonato dal mondo. “Frankenstein non parla della morte, parla della solitudine”, ripete da anni. E infatti era inevitabile che prima o poi ci arrivasse davvero. Tutto il suo cinema sembra nascere lì, da quella creatura enorme, goffa e disperata che vuole soltanto essere amata.

Guillermo del Toro
Guillermo del Toro Ansa

Per questo Hellboy, soprattutto Hellboy II: The Golden Army, nelle sue mani diventa un racconto tristissimo sulla solitudine invece che un cinecomic rumoroso da catena di montaggio Marvel. Per questo La forma dell’acqua riesce a essere insieme storia d’amore, monster movie fetish, favola politica e melodramma sincerissimo senza vergognarsi mai del proprio eccesso. O forse ci sguazza proprio nell’eccesso. Del Toro non ha mai avuto paura del ridicolo. Ed è anche per questo che funziona. Tutto insieme, tutto unito, tutto mostruoso eppur umano, dannatamente umano. Persino Pacific Rim, che sulla carta dovrebbe essere soltanto robottoni che prendono a pugni mostri giganti, e già questo per molti di noi sarebbe poesia pura, nelle sue mani diventa qualcosa di tenero e infantile nel senso più bello. Un film costosissimo dove però senti continuamente il bambino che giocava coi kaiju sul tappeto di casa facendo esplodere palazzi immaginari con la bocca. E infatti Pacific Rim è uno degli ultimi blockbuster hollywoodiani che sembrano davvero fatti da un essere umano innamorato delle proprie ossessioni, non da un comitato aziendale terrorizzato dagli algoritmi, dai report trimestrali e dalle analisi di mercato.
Non è un caso che Hideo Kojima lo abbia voluto dentro Death Stranding. Del Toro lì compare come figura digitale, mezzo fantasma e mezzo scienziato apocalittico, perfetto abitante di quel mondo devastato e malinconico. Un non-morto, anche lui. Un mostro, un freak, un escluso dalla vita. In fondo Kojima e Del Toro parlano la stessa lingua: quella dei bambini cresciuti troppo con i mostri e che da adulti hanno continuato a difenderli contro il cinismo del presente.

Pinocchio di Benicio Del Toro
Pinocchio di Guillermo Del Toro Netflix

Oggi quasi tutti i registi sembrano terrorizzati dall’eccesso. Lui invece continua a credere nel troppo. Troppo sangue. Troppa emozione. Troppo melodramma. Troppi mostri. E quando sbaglia almeno sbaglia da essere umano. Non da software. Persino il suo Pinocchio lo dimostra. “L’animazione non è un genere per bambini, è cinema. Punto”, ha ripetuto ovunque. E infatti il suo Pinocchio ambientato nell’Italia fascista è forse uno dei film più politici degli ultimi anni. Anche lì torna sempre la stessa idea: l’obbedienza come malattia morale. Il fascismo come culto della normalità. E allora riguardando oggi Il labirinto del fauno viene quasi da pensare che Del Toro sia una specie di Galimberti del monster movie. Non perché faccia filosofia colta travestita da cinema, anzi. Del Toro resta uno che ama il sangue finto, gli insetti, i fantasmi con la faccia spaccata e i mostri con gli occhi nelle mani. Però l’ossessione di fondo è simile: la paura che la tecnica finisca per divorare l’umano. Galimberti da anni ripete che viviamo dentro una civiltà dove l’efficienza è diventata l’unico valore, dove tutto deve funzionare, produrre, ottimizzare, performare. E Del Toro quella stessa angoscia la racconta coi mostri. I suoi cattivi, infatti, non sono quasi mai “caotici”: sono uomini dell’ordine, della disciplina, del controllo. Vidal nel Labirinto del fauno è un ingranaggio militare prima ancora che un essere umano. I laboratori di La forma dell’acqua sembrano fabbriche senz’anima dove persino l’amore diventa materiale da sezionare. Persino il fascismo di Pinocchio nasce dall’ossessione per l’obbedienza e la normalizzazione. Dall’altra parte invece Del Toro mette sempre creature imperfette, deformi, emotive, infantili, persino ridicole. Mostri che sbagliano, soffrono, amano troppo. Carne contro meccanismo. Immaginazione contro procedura. Ed è forse per questo che oggi il suo cinema sembra così necessario: perché mentre mezzo mondo sogna un’arte automatica, liscia, generata da software, lui continua ostinatamente a difendere il difetto, la manualità, il cuore umano nascosto dentro il mostro. E infatti nei suoi film i mostri non servono a scappare dalla realtà. Servono a guardarla meglio. A ricordarci che spesso la creatura deformata, l’orfano, il vampiro, il fantasma, il pesce anfibio sono più vivi degli esseri umani “normali”. Perché dai diamanti non nasce niente. Dai mostri, invece, continuano a nascere i fior.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

More

Abbiamo visto La trama fenicia al cinema, il nuovo film di Wes Anderson, ma com’è? Sempre uguale, ma più politico, più spietato, più spirituale...

di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

merita

Abbiamo visto La trama fenicia al cinema, il nuovo film di Wes Anderson, ma com’è? Sempre uguale, ma più politico, più spietato, più spirituale...

“Finanziamenti negati al film su Regeni? Atto di prepotenza”. L’intervista all’avvocato Lo Foco: “Le commissioni cinema di Giuli? Dubbi sugli esperti”. E ci parla dei casi Cucinelli e Guadagnino

di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

Esperto

“Finanziamenti negati al film su Regeni? Atto di prepotenza”. L’intervista all’avvocato Lo Foco: “Le commissioni cinema di Giuli? Dubbi sugli esperti”. E ci parla dei casi Cucinelli e Guadagnino


A Tu Lado, un rosario di cazzotti: che Dio benedica Cuba e i Sud di tutto il mondo. Dio benedica i deboli, gli insicuri e gli indifesi

di Lorenzo Monfredi Lorenzo Monfredi

Ai deboli, agli insicuri, agli indifesi


A Tu Lado, un rosario di cazzotti: che Dio benedica Cuba e i Sud di tutto il mondo. Dio benedica i deboli, gli insicuri e gli indifesi

Tag

  • Cinema
  • Festival di Cannes
  • Benicio del Toro

Top Stories

  • Pierpaolo Capovilla asfalta il concerto del Primo Maggio: “Si vergognino, i sindacati, di invitare questi analfabeti funzionali al Concertone. Andatevene tutti in discarica”

    di Marika Costarelli

    Pierpaolo Capovilla asfalta il concerto del Primo Maggio: “Si vergognino, i sindacati, di invitare questi analfabeti funzionali al Concertone. Andatevene tutti in discarica”
  • Ma vi siete accorti che su Rai 2 c'è Mare Fuori? Nemmeno noi. Per favore, sopprimetelo: altro che stagione 7 e 8

    di Irene Natali

    Ma vi siete accorti che su Rai 2 c'è Mare Fuori? Nemmeno noi.  Per favore, sopprimetelo: altro che stagione 7 e 8
  • Sal Da Vinci unisce ancora l’Italia e stavolta nel pentimento. Dopo aver visto le prove all’Eurovision ci chiediamo tutti: perché lo abbiamo mandato lì? [VIDEO]

    di Marika Costarelli

    Sal Da Vinci unisce ancora l’Italia e stavolta nel pentimento. Dopo aver visto le prove all’Eurovision ci chiediamo tutti: perché lo abbiamo mandato lì? [VIDEO]
  • Cara Arisa, ma che ti sei calata? Altro che Primo Maggio come Woodstock e "leggerezza”: ma non lo sai che domani è la Festa dei Lavoratori?

    di Irene Natali

    Cara Arisa, ma che ti sei calata? Altro che Primo Maggio come Woodstock e "leggerezza”: ma non lo sai che domani è la Festa dei Lavoratori?
  • Arisa non è una 'dea', è dimagrita tanto e troppo in fretta. Body positivity un cazz0! Diventano tutte scheletri e non si può dire niente?!

    di Grazia Sambruna

    Arisa non è una 'dea', è dimagrita tanto e troppo in fretta. Body positivity un cazz0! Diventano tutte scheletri e non si può dire niente?!
  • Smettiamola di imporre Manzoni agli studenti del secondo anno. Obblighiamoli a leggere “I promessi sposi” in prima!

    di Riccardo Canaletti

    Smettiamola di imporre Manzoni agli studenti del secondo anno. Obblighiamoli a leggere “I promessi sposi” in prima!

di Mattia Nesto Mattia Nesto

Foto di:

Ansa

Se sei arrivato fin qui
seguici su

  • Facebook
  • Twitter
  • Instagram
  • Newsletter
  • Instagram
  • Se hai critiche suggerimenti lamentele da fare scrivi al direttore [email protected]

Next

Ma avete notato che Gabriele Corsi non ha commentato l'esibizione di Israele all'Eurovision? Su Rai 2 la prima semifinale, tra le proteste e la cronaca di Elettra Lamborghini

di Irene Natali

Ma avete notato che Gabriele Corsi non ha commentato l'esibizione di Israele all'Eurovision? Su Rai 2 la prima semifinale, tra le proteste e la cronaca di Elettra Lamborghini
Next Next

Ma avete notato che Gabriele Corsi non ha commentato l'esibizione...

  • Attualità
  • Lifestyle
  • Formula 1
  • MotoGP
  • Sport
  • Culture
  • Tech
  • Fashion

©2026 CRM S.r.l. P.Iva 11921100159 - Reg. Trib. di Milano n.89 in data 20/04/2021

  • Chi siamo
  • Privacy