Frankenstein è una storia di arroganza, quella di uno scienziato che giocava a essere Dio, e che per questo si è trasformato in un mostro. Quello presentato alla Mostra del cinema di Venezia è il “film della vita” di Guillermo del Toro, come lui stesso ha dichiarato. Il “ritratto della solitudine” incarnato dalla creatura e dalle “domande che mi bruciano dentro l’anima: domande esistenziali, tenere, selvagge, senza scampo”. Le domande di un bambino di sette anni – quando Del Toro ha scoperto l’opera di Mary Shelley. L’inizio è lontano dalle abitudini del genere: nei ghiacci, più simile allo scenario evocato da Dan Simmons ne La scomparsa dell’Erebus. Non si parte, quindi, dal solito castello del barone Victor Frankenstein (qui interpretato da Oscar Isaac), ma dalla fine, anni dopo la nascita della creatura. Poi, di nuovo a ritroso, a una lezione dello scienziato, preso mentre illustra ai colleghi che ridare la vita “si può fare”. L’ossessione per la morte origina dalla scomparsa della madre e dall’odio verso il padre, dalla consapevolezza dei limiti della medicina, incapace di correggere l’errore di Dio, la morte appunto. Ad ascoltarlo c’è anche Herr Harlander, interpretato da Christoph Waltz, signore della guerra e disposto a investire cifre infinite nel progetto di Victor per un motivo “trascendente”, che poi si rivela tutt’altro che disinteressato. La nipote del magnate, Elizabeth (Mia Goth) è promessa sposa del fratello del creatore, William, ma il legame con Victor è forte. Condividono l’amore dei corpi, l’interesse per il “meraviglioso”, che non necessariamente è anche bello. L’impresa di Frankenstein e Harlander si compie, ed è proprio Elizabeth che vede l’umanità nel mostro interpretato da Jacob Elordi. La seconda parte è il racconto di quest’ultimo. Infine il terzo atto che chiude il cerchio.
Il “film della vita” di Del Toro doveva essere altro dalla riproposizione di altri film già fatti. Il punto di vista “inedito” è proprio quello della creatura. “Solo i mostri detengono la risposta a tutti i misteri”, ha detto il regista. Dunque, bene che sia “la cosa” a parlare. Del Toro riprende in mano un motivo già presente ne La forma dell’acqua e Il labirinto del Fauno, e cioè di come mondo umano e mostruoso si toccano (anche negli altri due film grazie a una donna). Stavolta, però, la bilancia pende verso questa seconda dimensione, fin dentro l’intimità del mostro/Elordi. La sua era la prova più attesa. Per tutta la prima parte, cioè quando l’unica parola pronunciata è “Victor”, si sforza di rendere tridimensionale il personaggio, di far intravedere quelle domande fondamentali per il regista. Il ruolo, dunque, era complicato e se in altre prove recenti (Oh, Canada e Priscilla) era stato convincente, in Frankenstein lo è un po’ meno. Sicuramente eccessivo per chi non ama il genere, tra i più mastodontici (con navi scosse dalla creatura, torri che esplodono e lotte con lupi di cartone digitale): Frankenstein rimarrà più a lungo nel cuore del regista che nel nostro.

