Dopo l’inaspettato trionfo di Barbarian, Zach Cregger torna alla regia con Weapons e lo fa con un passo sicuro, quasi da veterano, nonostante si tratti soltanto del suo secondo lungometraggio.
È sempre difficile, quasi rischioso, tornare sul grande schermo dopo un esordio che ha saputo catturare immediatamente l’attenzione di pubblico e critica, e Cregger lo sa bene. Con Barbarian aveva colto tutti di sorpresa, regalando un horror che giocava con le aspettative dello spettatore, capace di mutare pelle più volte, di passare dal thriller claustrofobico al body horror grottesco, fino alla commedia nera, senza mai perdere una sua riconoscibile coerenza. Il film aveva conquistato per questa audacia, per la sua imprevedibilità e per un approccio narrativo che sembrava quasi un manifesto di libertà, ma non erano mancate le critiche: in particolare l’ultimo atto, accusato di sfilacciarsi, di non riuscire a mantenere fino in fondo la tensione costruita nella prima parte, scegliendo la via dell’eccesso e del grottesco piuttosto che quella della precisione chirurgica. Weapons nasce in parte come risposta a quelle critiche, ma soprattutto come evoluzione naturale di un autore che non vuole restare fermo, che non vuole vivere di rendita sul successo del proprio esordio, bensì alzare l’asticella, rischiare ancora, spingersi oltre.
Il salto in avanti è evidente fin dai primi minuti. Laddove Barbarian costruiva il suo effetto sorpresa giocando con un racconto frammentato in tre blocchi distinti, Weapons osa con una struttura molto più corale, dilatata, che abbraccia sei capitoli, ognuno legato a un personaggio diverso, a un punto di vista differente, a un frammento di un puzzle che lo spettatore è chiamato a ricomporre. La narrazione non segue mai una linearità rassicurante: procede per salti, ellissi, rimbalzi temporali, eppure riesce a mantenere sempre un senso di tensione interna, una coerenza emotiva che tiene insieme i pezzi. È qui che si nota la crescita di Cregger: il montaggio non è soltanto un espediente stilistico, ma diventa il cuore stesso del film, lo strumento con cui si costruisce la tensione e con cui si scolpisce il significato. Ogni salto temporale, ogni cambiamento di prospettiva non è gratuito, ma contribuisce a disegnare un universo narrativo in cui i frammenti dialogano tra loro, creano echi, rimandi, risonanze. È difficile non pensare a Magnolia di Paul Thomas Anderson, dichiarata fonte di ispirazione, ma Cregger porta quella lezione in un territorio diverso, quello dell’horror, e lo fa con sorprendente naturalezza.
Il titolo stesso, Weapons, suggerisce un’interpretazione più ampia, una chiave di lettura che va ben oltre la vicenda raccontata. È quasi inevitabile collegarlo al grande trauma collettivo della società americana: l’abuso delle armi, la normalizzazione della violenza, l’impossibilità di separare la quotidianità da un costante rischio di tragedia. Impossibile, di fronte alle immagini dell’aula vuota, non pensare a Columbine, a Sandy Hook, a tutte le stragi scolastiche che hanno segnato l’immaginario americano e che rappresentano ferite ancora aperte. Cregger non affronta la questione con un approccio didascalico o apertamente politico: non ci sono proclami, non ci sono discorsi programmatici. Piuttosto, il film lavora attraverso l’allegoria, attraverso un’iconografia che rimanda a quei traumi senza mai citarli direttamente, lasciando che sia lo spettatore a colmare i vuoti, a riconoscere i fantasmi che abitano quelle immagini. La sparizione dei bambini diventa così una metafora potente, la cancellazione del futuro stesso di una comunità, un gesto simbolico che racconta la fragilità di un Paese che non riesce a proteggere ciò che ha di più prezioso.

Ma ridurre Weapons a un discorso politico sarebbe ingiusto e limitante. Cregger resta prima di tutto un narratore, un regista che conosce bene i meccanismi dell’horror e che sa usarli per costruire tensione, paura, inquietudine. Il film è costellato di momenti in cui il soprannaturale si insinua nel reale, trasformando luoghi quotidiani – un’aula scolastica, una casa di periferia, una strada notturna – in scenari sinistri, attraversati da un senso di minaccia invisibile. Non è solo ciò che vediamo a spaventare, ma soprattutto ciò che resta fuori campo, ciò che si intuisce e non si mostra. In questo senso, Weapons è un horror che lavora molto più sull’atmosfera e sulla costruzione lenta della paura che non sui colpi di scena facili. È un film che ti entra sotto pelle, che ti lascia addosso un senso di disagio persistente, e che riesce a disturbare anche nei momenti in cui sembra fermarsi, sospendersi, quasi rallentare.

Uno dei punti di forza maggiori è la scrittura dei personaggi. A differenza di molti horror contemporanei, che trattano i protagonisti come pedine sacrificabili, Weapons costruisce figure complesse, realistiche, sfaccettate. Ognuno dei capitoli offre un diverso volto di questo mosaico corale: uomini e donne spezzati, feriti, incapaci di reagire o pronti a esplodere, ma sempre resi con una verità che sorprende. Non ci sono caricature, non ci sono cliché. Cregger sembra avere una sensibilità particolare per la psicologia dei suoi personaggi, li segue nelle loro fragilità, li mette alla prova, li costringe a confrontarsi con paure interiori che risuonano con quelle esteriori. Il risultato è che lo spettatore non si limita a subire la tensione, ma finisce per provare un coinvolgimento emotivo autentico. È raro che un horror riesca a unire così bene l’angoscia della trama con la profondità dei suoi personaggi, e in questo Weapons rappresenta un traguardo significativo.
Il villain, poi, è probabilmente uno degli elementi più memorabili. Cregger mette in scena una figura che riesce a spaventare non per la sua forza fisica o per la sua crudeltà estrema, ma per l’ambiguità con cui è costruita. Non è soltanto il “mostro” del film, ma diventa quasi un simbolo incarnato, una personificazione del male che abita la comunità stessa. È proprio questa ambiguità a renderlo efficace: lo spettatore non sa mai se trovarsi di fronte a un’entità soprannaturale o a un riflesso grottesco delle paure sociali. In ogni caso, resta impresso nella memoria, confermando l’abilità di Cregger nel reinventare archetipi e trasformarli in figure nuove, disturbanti e incisive.
Tecnicamente, il film è sorretto da un lavoro impeccabile. Il montaggio è il vero protagonista nascosto: ogni salto temporale, ogni frammento spostato rispetto alla linearità, è pensato per creare senso e tensione. La fotografia gioca su contrasti netti, trasformando ambienti quotidiani in spazi alieni, caricati di inquietudine. Anche il sonoro ha un ruolo centrale: lunghi silenzi interrotti da rumori improvvisi, musiche che emergono come ferite, pause che diventano minacciose. Tutto concorre a creare un’atmosfera in cui il familiare diventa spaventoso, in cui la realtà stessa sembra incrinarsi.

Con Weapons, Cregger dimostra di essere uno degli autori più interessanti della nuova scena horror. Non è soltanto un regista di genere, ma un narratore che utilizza l’horror come lente per guardare dentro il cuore malato dell’America. Non a caso la critica ha accolto il film con entusiasmo, riconoscendone non solo la qualità tecnica, ma anche la capacità di parlare di un disagio collettivo senza rinunciare alla tensione e allo spettacolo. Il pubblico ha risposto con altrettanto entusiasmo, facendo del film un successo al botteghino, segno che l’horror, quando è fatto con intelligenza e ambizione, sa ancora intercettare l’immaginario contemporaneo.
Weapons è dunque molto più di un secondo film: è la consacrazione di un autore che ha ancora molto da dire, e che con questa opera ha già messo un segno profondo nel panorama cinematografico del 2025.
