Dici Epstein files e la mente corre anche alla Notte degli Oscar che si terrà al Dolby Theatre di Los Angeles fra domenica 15 e lunedì 16 marzo. Dopo tutto questi files un merito potrebbero averlo: instillare un bonus di curiosità in un convegno di lobbisti che, nella secolare storia del premio, hanno spesso ignorato film poi divenuti classici. “Gente comune” preferito a “Toro scatenato” (1980), “Shakespeare in love” a “Salvate soldato Ryan” (1998). E così via. Ma la lista è lunga e la vita troppo breve per inabissarci in elenchi monstre.
Quest’anno, però, l’establishment atteso sul red carpet potrebbe mostrarsi con un velo d’imbarazzo in più. Già ai Golden Globes dello scorso gennaio, la comica Nikki Glaser aveva colpito con ironia chirurgica: “Non riesco a credere alla quantità di celebrità che abbiamo in questa sala stasera. È pazzesco. Ci sono così tante star di primissimo livello. E per “star di primissimo livello” intendo persone che sono su una lista di serie A che è stata pesantemente secretata. E quest’anno il Golden Globe per il miglior editing va… al Dipartimento di Giustizia. Congratulazioni”. La parola chiave era “redacted”: secretato, censurato. Perché erano (e sono tuttora) secretati tantissimi file provenienti da quella fogna a cielo aperto che va sotto il nome di Epstein files. Glaser, sul finale, aveva poi stemperato tutto celebrando il grande talento dei presenti, ma intanto la battuta l’aveva fatta. Ben diverso il tono usato da Ricky Gervais cinque anni prima. Ironizzando su “After life”, la sua serie tv, disse: “Attenzione spoiler: la seconda stagione è in arrivo, quindi alla fine ovviamente (il protagonista, nda) non si è ucciso, proprio come Jeffrey Epstein. Zitti, lo so che è vostro amico, ma non mi importa”. E ancora: “Vi definite woke, ma le aziende per cui lavorate… voglio dire, incredibile: Apple, Amazon, Disney. Se l’Isis aprisse un servizio di streaming, chiamereste il vostro agente, non è vero? Se stasera vincete un premio, non usatelo come piattaforma per fare un discorso politico, d’accordo? Non siete nella posizione di fare la morale al pubblico su niente. Non sapete nulla del mondo reale: la maggior parte di voi ha passato meno tempo a scuola di Greta Thunberg”.
Battute da Globes, certo, ma in prima fila al Dolby Theatre ci sarà la stessa crema. La crème de la crème. Un’élite abituata al consenso e all’idolatria. Che stavolta, va enfatizzato, si riunirà all’ombra degli Epstein files.
VIENI GIU’ DALLA PIANTA!
No, non lo scopriamo oggi che Hollywood non è esattamente ciò che sembra. Nel 1959 Kenneth Anger uscì con “Hollywood babilonia”, dirompente saggio che ebbe addirittura un sequel nel 1984. Con quei due tomi l’autore aprì un vaso di Pandora dalle tinte grandguignolesche. Era il 1921 (non eravamo quindi su un set frequentato da John Holmes o Ron Jeremy, bensì a una generica “festicciola” da hotel) quando Roscoe “Fatty” Arbuckle fu accusato dell’omicidio a sfondo sessuale di Virginia Rappe. La sveglia suonò fin da subito, lo sappiamo.
Anger con quegli scritti squarciò veli, ravvivò la memoria atrofizzata dello star-system. Poi tanti altri scandali, almeno fino al caso Harvey Weinstein (2017), più individuali che sistemici. Con Weinstein i riflettori sono puntati sull’individuo e contemporaneamente sul sistema entro cui egli agisce. Hollywood riconosce nelle news pubblicate il suo profilo marcio. Così all’improvviso – ma il manuale delle comunità che ambiscono a preservarsi imponeva questo – tutti col naso all’insù: pochi avevano davvero conosciuto Weinstein. Anche se Weinstein produceva i film di (quasi) tutti. E le vittime? Denunciare violenze/molestie con un ritardo di anni, dopo che si era faustianamente assecondata la voracità del predatore per edificare la propria carriera, si prestò a odiose ma lecite seconde letture. Tutto, in quegli anni, divenne #metoo e agli attori-filosofi di Hollywood non parve vero di trovare in quella campagna per il diritto a non essere abusati sessualmente sul set o sul luogo di lavoro una sponda utile per riemergere, ancora una volta, ingenui e scintillanti. Nel 2019, tuttavia, esplode definitivamente l’affare Epstein. Senza, ahimè, un #metoo parte seconda annesso; perché stavolta il concetto non sarebbe stato “è toccato anche a me” (l’abuso), bensì “anche io sapevo” (di quell’uomo, di quell’isola, di quel perverso deep state in cerca di carne giovane). Epstein era un nome che girava da anni. Un finanziere/faccendiere (spia?) che andava di patteggiamento in patteggiamento finché il 10 agosto 2019 si suicidò nella sua cella del Metropolitan Correctional Center di New York mentre era in attesa di un processo per traffico sessuale di minori. Legami fra Weinstein ed Epstein? Flebili. Il vero punto in comune resta il potere – autoreferenziale e al di sopra di tutto – di élite più che mai trasversali (politici, finanzieri, figure dello star-system, imprenditori, mediatori in senso lato). A tutt’oggi, sul piatto, ci sono 3 milioni di pagine tra documenti giudiziari, chat e email; 1.800 fra immagini e filmati. Un’enorme mole di indizi e due arresti: quello del principe Andrea (qui la devastante battuta di Stewart Lee di tre anni fa, oggi frequentemente ri-postata dopo la notizia del fermo del fratello di re Carlo III) e quello di Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti.
E ORA INTRODUCIAMO GLI OSCAR 2026…
Sì, introduciamoli questi Oscar. Introduciamoli dopo che Pam Bondi, procuratrice generale degli Stati Uniti d'America nella seconda amministrazione Trump e fedelissima del presidente, ha fatto una figura pessima davanti alla commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti. Interrogata sui legami fra il suo presidente ed Epstein preferiva parlare d’altro. Divagava, Pam (al secolo Pamela Jo; nome molto trumpiano, va ammesso).
Introduciamoli, quindi, questi Oscar, dopo che quei file zeppi di minori (offerti e scambiati) fanno tremare i governi. Sappiamo bene quanto le denunce sociali-politìche provenienti dai palcoscenici hollywoodiani siano spesso generiche reprimende rivolte ai potenti del mondo – non inquinate, non fate la guerra, non abusate delle donne, siate bravi/educati/rispettosi, certe cose fatele “non nel mio nome”. O siano destinate al cattivone di turno (Donald Trump, ovvio).
Sappiamo bene quanto le denunce sociali-politìche provenienti dai palcoscenici hollywoodiani siano spesso generiche reprimende rivolte ai potenti del mondo – non inquinate, non fate la guerra, non abusate delle donne, siate bravi/educati/rispettosi, certe cose fatele “non nel mio nome”. O siano destinate al cattivone di turno (Donald Trump, ovvio).
Sappiamo bene quanto le denunce sociali-politìche provenienti dai palcoscenici hollywoodiani siano spesso generiche reprimende rivolte ai potenti del mondo – non inquinate, non fate la guerra, non abusate delle donne, siate bravi/educati/rispettosi, certe cose fatele “non nel mio nome”.
O siano destinate al cattivone di turno (Donald Trump, ovvio).
Sappiamo altrettanto bene che nelle agende politiche mainstream (e anche in quella hollywoodiana), chissà come mai, la pe*ofilia e la tratta dei minori siano ospiti sgraditi. Temi poco coinvolgenti o, probabilmente, troppo vicini ai circuiti di potere. Ora che anche Donald Trump – dopo che per due anni ha invocato la pubblicazione degli Epstein files – sembra voler insabbiare tutto insieme al Dipartimento di Giustizia, Hollywood prenderà posizione? O la questione si complica perché Epstein, considerato da molti un parvenu, aveva legami trasversali e bipartisan con la crème di cui sopra? Questi file stanno favorendo letture apocalittiche, turbo-complottiste o quantomeno sfocate, ma esistono. Sono fuori. Tuttavia, soprattutto negli States, pare chiara la volontà di non approfondirli.
Ci sono le email che Epstein e la sua compagna Ghislaine Maxwell – nel 2022 condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati connessi – hanno scambiato con Elon Musk. Ci sono, tra i tanti, i nomi di Mick Jagger, Richard Branson, Bill Clinton, Naomi Campbell, Chris Tucker, Sergey Brin (Google? Presente!), Steve Bannon, Bill Gates. Anche quello di Weinstein. O di figure politiche come Ehud Barak (ex primo ministro israeliano) e Howard Lutnick (segretario al commercio, amministrazione Trump). Sì, aver frequentato quell’isola non è di per sé un reato. Sapere e non parlare, però, sì: quello è un reato. Non indagare oltre può essere un reato. Ed è stato disdicevole, da parte di Hollywood, emarginare in tempi non sospetti quelle poche voci (Mel Gibson) che avevano provato a sollevare l’orrido velo. O ridicolizzare un film come “Sound of freedom-Il canto della libertà” di Alejandro Monteverde, che tre anni fa raccontava una storia che pochi hanno gradito (il protagonista, interpretato da Jim Caviezel, è un agente speciale per le indagini sulla sicurezza interna alla caccia di predatori che trafficano materiale pedopornografico). Oggi sugli Epstein files ci si fiondano in molti, nonostante l’imbarazzo di una parte della grande informazione. E anche su La7, l’unica rete davvero in prima linea, quando se ne parla non mancano risatine degne di “Verissimo”. Sul web si affollano giudici improvvisati in cerca di follower, complottisti di ritorno rinfrancati da tanta diffusa opacità, comunicatori seri che però si muovono in un labirinto dalle pareti roventi e i vetri “redacted”, oscurati. Così tutto finisce per mescolarsi, e sullo schermo si stagliano figure amorfe invece di linee chiare. Peccato. Peccato che Hollywood, il prossimo 15 marzo, presumiamo non abbia intenzione di aiutarci a capire qualcosa di più sul potere, ossia da quella rara dimensione che separa in modo spietato l’uomo qualunque da chi fa incetta di statuette. Quelli del Dolby Theatre invece sanno a quali logiche risponde il potere, quali pulsioni cavalca, quali confini ignora (nei files emerge la parola “tortura”), su quali relazioni si regge. A noi terrestri non rimane che osservare, quotidianamente, esibizioni di potere che lasciano esterrefatti per il volto sereno con cui spesso ci vengono somministrate: le charity che odorano di scambio, la finta filantropia, i nastri tagliati per inaugurare stron*ate di cui ci si dimentica un attimo dopo, questo fastidioso “orgoglio di essere qui oggi insieme a voi”, l’ancor più fastidioso invito alla resilienza rivolto a chi non ha più nessuna arma per difendersi (ma toh!), gli affitti calmierati perché già sei un privilegiato e quindi è giusto che risparmi, no?, gli appalti confezionati su misura per i propri amichetti. Scenari comuni, senza scomodare pe*opor*ografia et similia. Scenari che tanto cinema coraggioso e visionario ha mirabilmente descritto, rappresentato, preconizzato. Ebbene, il 15 marzo, Hollywood si ricordi sia della propria gloriosa storia – i capolavori della settima arte sono ancora quasi tutti qui; fra noi, per tutti, incluso “Eyes wide shut” di Stanley Kubrick – sia della tirata di Ricky Gervais. Abbiano pietà di noi, insomma. Se proprio qualcuno dovrà affermare qualcosa, perché non raccontarci – magari con un volto un po’ alla Robert Duval: credibile – qualcosa di vero che ancora non sappiamo? Una verità che nasce da una conoscenza profonda. La conoscenza del potere. Se invece vorrà volare più basso, ci dica almeno che cosa ne sarà del “cinema ai tempi di Netflix e Prime”.