In mezzo al rumore assordante dei festini bilaterali denunciati da Elettra Lamborghini, tra le luci abbaglianti dell’Ariston e i chiacchiericci del backstage, c’è un artista che si muove in punta di piedi e proprio per questo appare alieno, si tratti di Nayt. A definirlo rapper si rischia che venga associato a quella marmaglia che da anni si è insinuata nel genere senza nessun requisito meritevole; Nayt è molto di più. È un sofisticato liricista che narra con delicatezza i turbamenti di una generazione ferita. E a Sanremo 2026 Nayt si presenta con un brano che lo rappresenta pienamente: “Prima che”. La sua non è una canzone che si può ascoltare distrattamente mentre si scrollano i social. La sua canzone richiede presenza e ascolto. Nayt non urla il dolore, lo scandisce con una metrica fitta e serrata, senza paura di rallentare. La sua non è una performance, è una lama sottile che si insinua sottopelle e rimane addosso. Il suo carisma non è visibile a tutti: Nayt richiede sensibilità. La sua apparenza fa sembrare quasi che sia scocciato di far parte della rosa dei concorrenti del Festival; appare smarrito ma con le idee chiare di chi sa il fatto suo. L’artista comunica, anche con lo sguardo spento di chi vuole dirci: “Guardateci, la mia generazione sta male”.
È proprio di questo che la sua canzone si fa manifesto, è una ricerca di autenticità in un mondo che fa tanto rumore per nulla. È una ricerca di connessioni profonde, è stanchezza della “vita liquida”. Chi si nasconde sotto le maschere sociali? Siamo ancora capaci di distinguere chi siamo veramente da cosa vogliamo apparire? Cosa siamo “Prima che” inizi lo show quotidiano che ci impegniamo a portare avanti con una performatività forzata? La sua è la riflessione più intimista e contemporanea del Festival, forse l’unica che presenti qualche traccia di introspezione profonda. D’altronde Nayt non è di certo nuovo a questo tipo di musica. La sua discografia è un viaggio che inizia nel 2012 con “Nayt One”, il suo primo album e sta per estendersi al nuovo progetto “Io individuo”, che uscirà il 20 marzo. Muove i primi passi con un rap molto classico underground, dimostrando già una tecnica degna di nota e, attraverso una serie di successive sperimentazioni, Nayt trova la sua unicità, fino ad arricchire il suo percorso di un’introspezione rara. Nayt non è un rapper aggressivo, nonostante molte delle sue barre esprimano svariate emozioni negative, rabbia compresa. La sua forza sta nel saper dosare l’energia: i suoi versi pungono, la sua voce accarezza. Il suo percorso lo ha visto crescere parecchio negli ultimi anni, anche in termini di streaming e concerti; ma con la partecipazione al Festival di Sanremo 2026, Nayt si prepara alla scalata vincente, anche se i testi delle sue canzoni possono ancora essere definiti “di nicchia”.
Ma ciò che rende Nayt davvero unico è la coerenza tra vita e musica, tra pensiero e parola. Ogni verso è costruito come una riflessione, e ogni canzone diventa un piccolo viaggio dentro la psiche di chi ascolta. In “Prima che” si percepisce un artista che non racconta soltanto se stesso, ma prova a dare forma ai dubbi, alle paure e alle tensioni di un’intera generazione. È una musica che invita alla riflessione, che non offre soluzioni facili né rime consolatorie: invita invece a guardarsi dentro, a interrogarsi, a sentire la fragilità come parte della propria forza. L’album stesso si prospetta un manifesto di ricerca. Lo si poteva intuire già ad ottobre 2025, quando l’artista ha rilasciato il primo singolo, “Un uomo”, che parla delle contraddizioni dell’individuo, anticipando il concept dell’album. Nayt naviga tra le differenze dell’essere, tra il desiderio di connessione e la consapevolezza della solitudine, tra rabbia e necessità di fermarsi, tra la velocità della vita contemporanea e il bisogno di pause interiori. In questo senso, Nayt costruisce un ponte tra il rap più tecnico e la poesia contemporanea, dimostrando che un artista può parlare di sé senza chiudersi nel proprio ego, ma aprirsi agli altri con onestà e delicatezza, donandosi al pubblico e oltrepassando i limiti della propria introversione. Lo spazio che il liricista si sta guadagnando, passo dopo passo, è la prova del fatto che la gente ha ancora bisogno di “musica pensata” e che oltre i selfie e i lustrini c’è una sostanza umana che vuole essere scoperta, che pretende di essere captata. In un Festival spesso dominato dal rumore e dalla teatralità, Nayt è la voce silenziosa che brilla costante e chi sa ascoltare trova in lui uno specchio sincero della propria generazione. L’anno scorso è stato Lucio Corsi a sorprendere ogni previsione, classificandosi secondo; quest’anno potrebbe essere Nayt quella voce fuori dal coro che ci zittisce e ci lascia soli con noi stessi per 3:18 minuti. E che questo gli garantisca il podio o meno, è poco importante. La verità di Nayt ha già vinto.