Eppure c'è stato un tempo in cui Carlo Conti a Sanremo si divertiva: il Carlo Conti con Virginia Raffaele ad esempio, oppure quello che se la rideva per l'antidolorifico di Arisa. O quello che invitava Al Bano e Romina, creando l'evento nell'evento: la reunion come espressione massima del nazionalpopolare, apparecchiata per soddisfare la fame di ricordi di molti e lo sghignazzo degli altri. Sicuro però che tutti sarebbero poi passati alla fase successiva: il karaoke da casa.
Il Carlo Conti di oggi invece, se avesse vicino un' Arisa che sfarfalla durante la presentazione della prossima canzone, probabilmente la correggerebbe stizzito: di certo, non le farebbe da spalla fino a regalare al pubblico quel momento divertente e naif che, dieci anni dopo, ancora ricordiamo. Perché il Carlo Conti di oggi è un direttore artistico in cerca d'autore che se l'autore lo trovasse, gli metterebbe comunque fretta.
In questa 76esima edizione del Festival di Sanremo, la scrittura televisiva si è adagiata lungo la linea di un elettrocardiogramma poco più che piatto: a Sanremo 2026 manca il cuore. Sanremo espleta le sue funzioni vitali, va avanti, ma senza potersi fregiare dell'entusiasmo di uno show televisivo che, almeno in teoria, dovrebbe catalizzare l'attenzione del Paese per una settimana.
Fuori dall'Ariston, i brani debuttano su Spotify con ascolti che non vedono quelli dell'anno scorso nemmeno col binocolo; dentro l'Ariston invece, le serate si arrendono alla noia di una scrittura col fiato corto. Per portare a casa il risultato, si fa leva sulle emozioni facili: il coro dell'Affas che canta Si può dare di più, il collegamento con Paolo Sarullo (diventato tetraplegico dopo un'aggressione) per la lezioncina sui disabili che sono come noi; un'altra sulla guerra che proprio non ci deve essere più con Laura Pausini che canta Heal The World insieme ai bambini del Coro dell'Antoniano e del Coro di Caivano. E ora, subito dopo la cantata pacifica, entri pure la supermodella Irina Shayk: quella che a proposito di pace, quando in sala stampa le è stato chiesto dell'Ucraina, a lei che è russa, ha subito risposto che lei proprio no, commenti sulla politica non ne fa. In compenso, con Irina Shayk, siamo tornati per una sera all'antica usanza della bellissima che non parla italiano e incassa il bonifico facendo la figura della torda.
Dopo la fila serrata di canzoni della prima serata, la seconda e la terza hanno lasciato più spazio all'intrattenimento: Laura Pausini si è sciolta, trovando un feeling col padrone di casa, mentre gli altri co-conduttori hanno dato il loro contributo. Achille Lauro omaggiando le vittime di Crans Montana, Lillo Petrolo con la sua comicità demenziale, Pilar Fogliati rispolverando le sue note imitazioni; Ubaldo Pantani portando sul palco Lapo, ormai personaggio a sé che si è staccato dalla persona imitata e gode di vita propria.
Seppur con qualche miglioramento rispetto alla prima serata, rimane però il problema centrale: al quinto Festival di Carlo Conti ìdifetta la voglia di essere un evento. Il Festival 2026 è un programma televisivo dove compare Alicia Keys e sembra qualcosa di incredibile, che si materializzi sul palco una presenza internazionale che non sia una gloria italiana.
Non può perciò che essere tutto incredibilmente didascalico, al Festival di Sanremo 2026: perché manca una narrazione coerente, e coesa, che vada oltre la sequenza delle canzoni da spezzare con qualcosa nel mezzo. Un messaggio a favore dell'inclusione di qua, un premio di là, un messaggio contro la guerra: Carlo Conti intanto, è così coinvolto da questi momenti, che a Eros Ramazzotti augura che finiscano tutte le guerra, così il suo ospite potrà andare a cantare ovunque.
Conti è al suo ultimo Sanremo e qualcosa sembra essersi rotto: più che condurre, smista il traffico di ospiti, colleghi e cantanti. Dritto verso la finale, cercando di scansare ogni intralcio: un po' come quegli studenti che puntano alla sufficienza perché non c'è alternativa per superare l'anno. Nel frattempo, nomina ogni sera Fabio Fazio sul palco: la regia di Pagnussat però, non ci fa mai il regalo di inquadrare le facce dei dirigenti Rai in platea, mostrandoci quello che vorremmo vedere. Circola inoltre l'ipotesi di un anno di stop per Tale e Quale Show: altro elemento che unito alla freddezza di questo Festival, lascia il dubbio sull'interesse reale di Conti nei confronti dell'evento televisivo, né all'eredità che questo lascerà a chi verrà dopo.
Del Sanremo 2025 ci è rimasto Lucio Corsi, la sua figura da folletto dei boschi che duetta con Topo Gigio: cosa rimarrà invece di quello in corso? Cosa ci ricorderemo? O anche: tra qualche anno, la Rai ce l'avrà uno spezzone di questo Festival meritevole di Techtecheté? Qualcosa che resista alla prova del tempo, finora non si è vista: pochissimo materiale nell'edizione 2025 di Conti, il rischio di nessuno in questa.
Alla terza serata gli ascolti migliorano in share (60,3%), a dimostrazione che avere più spettacolo aiuta. Tuttavia, il pubblico in valori assoluti è lo stesso della prima serata: sono tornati i 9milioni 306mila spettatori che lo avevano visto martedì sera. Un milione in meno anche solo rispetto alla terza serata dell'anno scorso, ma si sa: a sentire le dichiarazioni di vertici e conduttore in questi giorni, l'inverno demografico colpisce forte. Per non parlare delle temperature che sono aumentate: se il pubblico non sta a casa a guardare Sanremo, Carlo Conti lo capisce. E anche in questo, è cambiato il direttore artistico del Festival: il Carlo Conti del 2015 non avrebbe mai confuso febbraio con agosto.