Un fumetto funziona quando, ancora prima di terminarlo, sai che alcune immagini ti perseguiteranno, in senso bonario, per molto tempo. Può essere uno scambio di battute, magari una splash page che unisce due pagine in un’unica illustrazione, oppure una singola vignetta, anche minuscola nell’economia generale. Di Una ossessione, il meraviglioso fumetto di Nine Antico pubblicato da Coconino e presentato al Comicon di Napoli, dove è stato protagonista di un bellissimo panel con l’autrice insieme a Rita Petruccioli, autrice di Medea per Bao Publishing, e a Fumettibrutti, l’immagine che mi porterò dietro è quella di un paio di mani che si muovono nell’aria, toccando un desiderio invisibile eppure presente, mani scorporate dal sé che danno scariche elettriche al corpo, energia in movimento chiamata sesso e vita, che finiscono per coincidere.
Ossessione parla soprattutto di questo, di una vita nel desiderio e di un desiderio che insegue la vita, attraverso una storia autobiografica costruita ad arte in cui l’autrice, in modo schietto e coraggioso, decide di mettersi a nudo e di raccontare non soltanto la separazione dal suo ex marito, con cui ha avuto un figlio, ma anche, e soprattutto, la propria autobiografia sessuale, il diario intimo della sua vita erotica. Il tratto spesso e rotondo dei disegni di Antico si unisce a una narrazione morbida e sensuale, condotta attraverso i sensi: il bianco e nero è netto, le linee sono spesse, pulsanti, e i corpi prendono forma attraverso dettagli che restano addosso, labbra carnose, occhi caldi, sguardi che trattengono e promettono, come se il desiderio scorresse direttamente sulla pagina. Nine Antico è bambina, poi ragazza e infine donna, una figura che comprende il mondo attraverso i sensi ma soprattutto attraverso lo sguardo, ed è proprio nello sguardo che si forma il primo desiderio.
La narrazione non segue un ordine cronologico, si parte da un’assolata estate pugliese, terra d’origine del padre, per poi passare al trasferimento a Parigi, momento in cui Antico diventa donna, ma da lì in avanti è tutto un movimento nel tempo guidato da un’unica mappa, il desiderio, che si insegue, sfugge, a volte manca. A Parigi questo movimento si fa più consapevole, perché il desiderio smette di essere intuizione e diventa esperienza, uno spazio da abitare in cui il piacere appare come promessa possibile ma mai garantita.
Il piacere, qui, non è un approdo ma qualcosa che si costruisce e si perde, che attraversa il corpo e la memoria, e proprio per questo si lega all’idea di peccato, non come colpa ma come traccia, come segno che resta dopo aver attraversato un limite. Peccati come errori, inciampi, deviazioni che non portano dove si pensava ma che disegnano comunque una traiettoria, una geografia personale del desiderio.
Non a caso il racconto è costruito come se fosse messo in scena, più che ambienti ci sono quinte, e il viaggio a Venezia, inizialmente pensato in due e poi affrontato da sola dopo la separazione, trasforma la città lagunare in una protagonista silenziosa, la città del sesso, degli amori e dei desideri, talmente centrale che ogni personaggio evocato, compresa la protagonista, indossa una maschera, perché tutti recitiamo una parte, nella vita come nel desiderio.
Nine Antico è particolarmente brava a raccontare lo sguardo femminile sui corpi e sulle menti maschili, uno sguardo curioso e attratto, e così amanti, relazioni e incontri contribuiscono a costruire un diario emotivo in cui il desiderio muove ogni cosa nel tentativo di raggiungere un piacere che non è mai garantito. Ed è proprio questa mancanza di automatismo la chiave del racconto, perché quella di Antico è un’esperienza sbilenca, fatta anche di abusi e violenze che, per inesperienza o per istinto di sopravvivenza, l’autrice ha scelto di rimuovere o nascondere.
Ossessione non è un libro manicheo, non è un libro porno e non è nemmeno una storia d’amore, è un libro sul desiderio, sul piacere e sui peccati, elementi che compongono la chimica delle nostre vite. Solo a Venezia, città di maschere e illusioni, si può davvero fare i conti con sé stessi, perché solo nascondendosi si riesce a guardarsi allo specchio: siamo attrici e attori delle nostre vite, sceneggiatori dei nostri amori, registi del nostro piacere, e prima o poi tutti troveremo la nostra Venezia, anche quando si presenta sotto forma di un’immagine destinata a restare.