Era un sabato sera come tanti. Avevo organizzato, insieme alla mia associazione, un aperitivo artistico in un locale in provincia di Caserta. Uno di quei posti che, pur essendo frequentati da molti giovani, difficilmente immagini come teatro di incontri fuori dall’ordinario. E invece, a volte, è proprio in questi posti che succede qualcosa che non ti aspetti. La serata stava ormai finendo: i partecipanti avevano concluso i loro dipinti, le mie collaboratrici erano andate via da poco e io mi ero fermata un attimo fuori, a fumare una sigaretta, tirando un sospiro di fine evento. Stavo per andarmene anche io, quando una voce mi chiama: “Vieni, c’è Tony Tammaro”. Io, 26 anni, con la testa già a casa. Lui, 65 anni, appena entrato. La curiosità ha avuto la meglio su tutto il resto: mi sono precipitata verso il bancone, dove era seduto accanto alla sua fidanzata, con in mano un bicchiere di whisky - o forse un liquore. “Tony, ma che ci fai qui?” gli ho detto, con quella naturalezza che ti viene solo quando non hai il tempo di pensarci troppo. E la cosa sorprendente è che è sembrato subito tutto normale. Come se stessi parlando con uno zio simpaticone che non vedevi da un po’. Spontaneo, diretto, esattamente come nelle sue canzoni. Senza filtri, senza distanza, senza quell’atteggiamento che a volte ci si aspetta da chi è abituato al pubblico. A quel punto mi è sembrato quasi inevitabile: quale occasione migliore per chiedergli un’intervista? La risposta è stata, forse, il momento più bello della serata: “Io amo la vostra generazione. Più della mia. Spesso dico di no ai giornalisti, ma a te dico di sì, perché sei giovane”. E così è nata un’intervista che è andata in tante direzioni diverse: dalla vittoria di Sal Da Vinci e il suo percorso verso l’Eurovision Song Contest, fino alla sua carriera, passando per il modo in cui oggi si celebra il Primo Maggio e, più in generale, per quello che sta succedendo alla musica e a chi la fa.
C’è chi dice che la sua comicità musicale venga spesso sottovalutata perché fa ridere: le dà fastidio che venga presa meno “sul serio” rispetto ad altri cantautori?
Certo che mi dà fastidio. Oltretutto, rispetto a un qualsiasi cantautore, il mio lavoro è più difficile. Parliamo dei testi: Io devo districarmi tra rime, metrica e battute che facciano ridere. Gli altri devono solo badare a rime e metrica.
Il neomelodico negli ultimi anni sembra uscire dai confini locali e diventare quasi “cool” anche fuori dal Sud: è una rivincita culturale o una moda destinata a passare?
È una rivincita culturale. Noi siamo presenti ovunque. In qualsiasi posto del mondo c’è un napoletano o un meridionale che comprende la nostra lingua. Parlando in termini di mercato è un bacino enorme. Oltretutto “‘O sole mio”, la canzone che insieme a “Volare” ci rappresenta nel mondo, è scritta in napoletano.
Ha conosciuto Sal Da Vinci: vederlo proiettato verso un palcoscenico internazionale come l’Eurovision cosa le suscita: orgoglio, sorpresa o anche qualche dubbio su come verrà recepito quel tipo di musica?
Mi suscita emozione, è un collega che ha fatto tanti sacrifici. Sal è figlio d’arte come lo sono io. I nostri genitori erano amici. Penso che ne vedremo delle belle all’Eurovision. Da noi italiani il mondo si aspetta il cantante di voce e Sal di voce ne ha da vendere, e poi da noi vogliono la melodia, la canzone all’italiana, non rock o altro.
Ci andrebbe mai a un evento del genere, o non è proprio il suo mondo?
Dopo aver cantato per 36 anni nelle piazze, anche quelle più becere, partecipare a Sanremo o all’Eurovision dove tutto funziona alla perfezione sarebbe un gioco da ragazzi.
La sua attività live è rimasta legata a contesti popolari e diretti: è una scelta artistica consapevole o il risultato di come il sistema ha classificato il suo lavoro?
È stata una mia scelta personale. Se la gente mi ferma per strada per un selfie è perché ho fatto il “porta a porta” cantando in tutti i 550 comuni della Campania. Per avere il successo televisivo nazionalpopolare bisogna passare attraverso personaggi che ti dicono pure come devi vestirti sul palco. Io credo di essere stato il primo cantautore “indie” della scena italiana producendomi da solo i dischi e non passando attraverso esperti di marketing, manager e multinazionali. Se fossi un giocatore di calcio sarei proprietario del mio cartellino.
Napoli oggi è raccontata ovunque, serie TV, musica, social: le sembra che sia più vera o più costruita rispetto a quando ha iniziato lei?
Napoli in questo momento ha una sovraesposizione mediatica che non sempre corrisponde alla realtà dei fatti. È sempre stato così: nel teatro, nel cinema, nella musica. A volte veniamo rappresentati o ci autorappresentiamo in maniera esagerata.
Se una canzone fatta da un algoritmo riesce a far ridere o emozionare il pubblico, per lei sarebbe comunque musica “vera” o cambierebbe proprio la definizione di cosa stiamo ascoltando?
Cambia totalmente. L’anima di chi ascolta sa riconoscere ciò che è autentico da ciò che è sintetizzato. Una voce vera vibra in maniera totalmente diversa da una voce sintetizzata da un algoritmo.
Negli ultimi anni si parla molto del costo dei biglietti dei concerti, spesso in aumento: secondo lei la musica live sta diventando un’esperienza sempre più “elitaria”?
Mi sa di sì. Da giovane facevo parte del movimento degli autoriduttori. Spesso ci scontravamo con le forze dell’ordine perché protestavamo davanti ai palasport e ai teatri per il costo eccessivo dei biglietti. A quei tempi si parlava di 3000 lire. Oggi chiunque può chiedere cifre spropositate e lo stesso fa sold out.
Guardando eventi come il Concertone del Primo Maggio, le sembra che si parli ancora davvero di lavoro o è diventato più un grande rito dell’industria musicale?
Nel nostro settore i “furbetti” ci sono sempre stati. Travestirsi da paladino dei diritti dei lavoratori per salire su quel palco è diventata un’abitudine. I comunisti con il Rolex sono dappertutto.
Si parla tanto di successo, streaming, numeri… ma molto meno di chi lavora davvero nella musica, spesso in condizioni precarie: secondo lei oggi il sistema musicale italiano è più una grande opportunità o una bella vetrina che però nasconde parecchia fatica dietro le quinte? E, visto che lei è sempre rimasto vicino alla gente, le sembra che questo mondo racconti ancora la realtà o più che altro se la racconti da solo?
Per gli “operai della musica” intesi come musicisti, turnisti, coristi eccetera è un’impresa eroica riuscire a portare a casa l’equivalente di uno stipendio medio. Per gli autori, i frontman e per tutti quelli che riescono a piazzare dei successi, è un mestiere ancora molto redditizio. Anche nel nostro mestiere, come in qualsiasi attività lavorativa, ci sono due classi sociali. In ogni modo, per dirla alla Morandi: “Uno su mille ce la fa”.