Non sembrava un evento letterario nel senso classico del termine, né una performance o un vero e proprio reading. E forse neanche Alla galleria Voena di via della Spiga, a Milano, il 22 maggio è successo qualcosa di più essenziale e difficile da definire: Abel Ferrara e Solange Smith hanno dato voce a The Boxer, il ciclo poetico di Gabriele Tinti ispirato al celebre Pugile a riposo custodito a Palazzo Massimo, a Roma. Solo corpi e silenzio che si alterna alla voce, senza nessuna teatralità o effetto scenico. Un evento che funziona proprio perché c’è sottrazione.
Attorno, busti di gesso immobili come spettatori muti. Sul fondo, un dipinto sacro immerso nell’ombra e tre figure vestite di nero che evocano una tensione quasi rituale e trattenuta, che sembrava attraversare lo spazio ancora prima che iniziasse la lettura.
Il centro di tutto è il pugile ellenistico ritrovato nell’Ottocento sotto il suolo di Roma, uno dei rarissimi bronzi antichi sopravvissuti fino a oggi. Un atleta seduto, devastato dai colpi, con le mani fasciate e il volto gonfio, ma soprattutto con quel gesto enigmatico che continua a inquietare chiunque lo guardi. Il capo voltato verso qualcosa che resta invisibile ed è da lì che parte il lavoro di Tinti, da uno sguardo sospeso e una domanda senza risposta.
Da oltre quindici anni il poeta costruisce intorno a questa figura un progetto che mescola classicità con corpo e resistenza umana. The Boxer, pubblicato da Eris Press e distribuito da Columbia University Press, raccoglie testi scritti in tempi diversi, ma nati tutti dalla stessa ossessione: trasformare la boxe in una metafora dell’esistenza e della fatica di restare vivi, con una tensione continua verso qualcosa che sfugge.
Durante l’introduzione alla serata, Gabriele Tinti ha richiamato Sofocle e Heidegger, parlando di quella condizione umana sospesa tra meraviglia e inquietudine. Il pugile diventa così l’immagine perfetta dell’uomo contemporaneo. Un uomo ferito e instabile e mai davvero “a casa” nel mondo. È un corpo stanco che però continua a sollevare lo sguardo.
Solange Smith ha affrontato i testi con una presenza calibrata, da definire quasi ipnotica, priva di enfasi e di compiacimento. La sua voce seguiva il ritmo interno dei versi come un metronomo: era secca e precisa, capace di lasciare spazio al vuoto e alla tensione. Nei passaggi più duri - il sangue e il respiro corto che scandisce un tempo che scorre come un conto alla rovescia - non cercava mai l’effetto drammatico, ma restava dentro il testo, scegliendo di lasciarlo respirare.
Abel Ferrara, invece, ha portato nella lettura tutta la sua materia cinematografica, ossia e fisicità, l’essenza della strada e un attrito quasi necessario. La sua voce ruvida trasformava le parole in qualcosa di sporco e reale. Nei versi sulla sofferenza e sul corpo che supera il proprio limite sembrava di ritrovare l’universo dei suoi film, costellato da uomini feriti, incapaci di smettere di combattere anche quando tutto suggerirebbe il contrario.
Il punto più forte del lavoro di Gabriele Tinti è proprio la poesia che non cerca mai di elevarsi sopra la vita ma, al contrario, ci entra dentro, con il sangue e il dolore fisico annessi. Non c’è alcuna estetizzazione del pugilato, ma piuttosto il tentativo di raccontare ciò che il ring rappresenta da sempre simbolicamente: la resistenza dell’uomo davanti ai propri limiti.
Nella penombra della galleria Voena, tra gessi e silenzi, la galleria d’arte si è trasformata per una sera in un ring invisibile. E il Pugile a riposo, evocato soltanto attraverso le parole, sembrava presente fisicamente, non come simbolo eroico, ma come figura profondamente umana. Un uomo ferito e svuotato che continua, però, a voltarsi verso qualcosa che non riusciamo ancora a nominare. Da duemila anni quel gesto resta lì e continua a parlarci. E oggi quella resistenza sul ring, grazie a questo omaggio a Gabriele Tinti, è anche resistenza poetica in un mondo che ne sembra quasi privo.