Trent’anni cum laude: di resistenza, talenti scoperti e battaglie per la libertà artistica. Il MEI - Meeting delle Etichette Indipendenti soffia sulla sua trentesima candelina e festeggia con un’edizione speciale dal titolo emblematico: “30 e lode!” La storica rassegna torna ad animare il centro di Faenza dall’1 al 4 ottobre 2026, trasformando la città romagnola nel cuore pulsante della scena alternativa italiana con quattro giorni tra concerti e incontri alternati a contest. In questa intervista, Giordano Sangiorgi - ideatore, patron e anima del MEI - traccia un bilancio lucido e senza peli sulla lingua sullo strapotere dei monopoli digitali e sul ruolo delle major. Pone anche l’accento sulla forza travolgente del nuovo cantautorato femminile e della Generazione Z. Un viaggio schietto dietro le quinte della musica che non si piega all'omologazione.
Partiamo dallo slogan di quest’anno: il MEI festeggia con “30 e lode”. Ma in Italia ha ancora senso parlare di “musica indipendente” o l'indie è diventato solo il reparto sottocosto delle major per riempire i palazzetti?
Oggi noi abbiamo due mercati musicali: uno che è quello a totale appannaggio dei monopolisti digitali della musica che emarginano tutte le diversità artistiche e quindi preferiscono il mainstream commerciale copia e incolla che si assomiglia nell'area dei vari team major, magari anche con brani spesso fatti con l'intelligenza artificiale, ahimè; mentre dall'altro c'è un mercato di giovani musicisti che suonano, vanno in studio, vanno in sala prove, fanno i contest, elaborano brani e progetti complessi e rinnovano il cantautorato d'autore, il pop-rock, il folk, l'ethno-music, il world, il jazz, che sono tutti generi, insieme alla classica e alla contemporanea ed altri, totalmente emarginati dalle piattaforme digitali e dai grandi concerti dei palazzetti e degli stadi dei big che prosciugano tutte le risorse anche per il live. Mettendo in difficoltà quindi le piccole realtà musicali, che non incassano più nulla dal digitale, incassano sempre meno dai live e quindi, a cascata, hanno meno visibilità nei media e incassano meno diritti. Quindi oggi c'è una necessità maggiore a sostenere l'altro mercato, che direi è la filiera artigianale della musica creativa legata all'arte, e che non a caso le 1.250 richieste che sono arrivate per suonare al MEI significano che ci sono meno spazi oggi di esibizione di un tempo. Perché ci sono molti più artisti che suonano e fanno musica alternativa al mainstream che hanno molte meno possibilità di emergere, paradossalmente, rispetto a 30-40 anni fa.
Oggi gli emergenti spopolano anche sui social, su TikTok, magari anche per 15 secondi, e poi spariscono, mentre i big vanno avanti. La filiera indipendente sta salvando la musica vera o sta solo raccogliendo le briciole delle piattaforme streaming?
Secondo me non raccoglie neanche le briciole perché oramai molti artisti esordienti ed emergenti indipendenti che rilasciano le loro produzioni sull'unica piattaforma monopolista digitale europea non incassano sostanzialmente un euro. E quindi diciamo che è una risorsa che si sta inaridendo sempre di più ed è quindi forte il rischio che calino a vista d'occhio nel nostro Paese gli autori di nuovi brani e nuove musiche se non legati strettamente alle major. Perché nel mercato indipendente alternativo le opportunità sono praticamente azzerate di ottenere delle risorse. Facciamo un semplice paragone: 30 anni fa uno usciva con una sua autoproduzione e vendeva 10.000 copie dei suoi prodotti fra cassette, CD e vinili, incassava qualcosa come 100.000 euro. Oggi se fai 10.000 visualizzazioni non vai neanche a mangiare una pizza, ecco.
Nonostante oggi fare musica sia alla portata di tutti, da lì a renderlo un mestiere ci sono ancora diverse difficoltà?
Certo, perché c'e stata, come avviene sempre nelle innovazioni tecnologiche, all'inizio - come è successo con la radio, con la TV, con gli altri media - la nascita di mille fiori democratici, dispersi, fatti da tutti. A un certo punto arriva qualcuno che raccoglie tutte queste esperienze e crea un monopolio. Fino a un po' di anni fa avevamo dei monopoli nei media che erano nazionali, oggi abbiamo dei monopoli europei o mondiali. TikTok non ha concorrenti e quindi o tu spacchi in quei 15 secondi da lui oppure non hai nessun'altra opportunità alternativa per renderti visibile.
Al MEI premiate grandi nomi come Tullio De Piscopo e Cisco, ma sul palco portate anche la scena urban-rap emergente romagnola con nomi come Fiore e la Generazione Z. Questo è un sintomo sicuramente di inclusività e apertura a una pluralità di generi e anche di livelli in termini di carriera. Lei è quindi dell'idea che tutta la musica meriti o qualche artista o genere oggi è sopravvalutato?
Diciamo che la sopravvalutazione si nota soprattutto quando assistiamo a dei festival radio-televisivi che sono quelli dei big in cui i brani sostanzialmente si assomigliano tutti. Ecco che lì siamo di fronte, ovviamente, a una sopravvalutazione di alcuni artisti che copiano bellamente i generi che altri fanno. Pensiamo ai tormentoni estivi: sono quasi assolutamente indistinguibili perché hanno quasi tutti un unico marchio di fabbrica, oppure pensiamo al recente ultimo Sanremo dove per metà dei brani c'erano gli stessi autori, che quindi mantengono lo stesso marchio di fabbrica. Ecco, io credo che quello sia da non valorizzare, mentre vadano valorizzate le diversità. Cosa che noi facciamo al MEI dove andiamo dal liscio al rap, dal pop al rock, alla canzone d'autore al femminile, quella indipendente che sta rivoluzionando il settore indie coi suoi circuiti alternativi con nomi come La Mantide, Bers che saranno premiate al MEI, ma altre che abbiamo avuto come Anna Castiglia, Daniela Pes, Giulia Mei ed altre.
Infatti premierete anche Lorenzo Kruger per un brano liscio. Si tratta di una mossa di recupero folkloristico o è anche una provocazione al mondo mainstream della serie “ci siamo anche noi, c'è anche questo genere”?
Noi siamo sempre stati attenti al mondo folk in generale, quindi penso alla Taranta in Puglia, le espressioni napoletane e tante altre espressioni, la Sicilia che ci porta musiche e artisti straordinari da Carmen Consoli in poi. E quindi abbiamo sempre detto che in chiave anti-mainstream e soprattutto per tenere viva la memoria delle grandi musiche del nostro Paese è indispensabile tenere viva anche la memoria delle tradizioni popolari. Noi siamo in Romagna e una delle nostre tradizioni popolari ovviamente più note è il liscio, e quindi nel DNA di molti artisti indie della Romagna c'è il liscio, tant'è che noi abbiamo fatto un progetto della Generazione Z del liscio, Santa Balera, tutti fra i 12 e i 20 anni, che abbiamo portato a Sanremo ad omaggiare Romagna mia per i 70 anni con un'operazione, devo dire, veramente alternativa e coraggiosa. Questo lo facciamo perché le musiche regionali sono musiche che hanno una potenzialità enorme, ma che le multinazionali non promuovono e vorrebbero cancellare perché le ritengono musiche di nicchia non adatte a fare un business globale.
Voi avete lanciato o premiato con largo anticipo gente che poi è arrivata a grandi traguardi, come Lucio Corsi prima che approdasse ai palchi di Sanremo. Qual è quest'anno l’artista su cui puntereste?
Difficile dirlo perché non sono il Mago Otelma (ride). Quello che posso prevedere è che il cantautorato indie femminile è quello che sta rivoluzionando la musica indipendente in Italia ed è quello che sta acquisendo più autorevolezza, più recensioni critiche positive, più attenzione e più pubblico. Quindi credo che questa sia un'onda sicuramente fra le più interessanti nel panorama attuale che, tra l'altro, ci conferma la contemporaneità di questa musica che invece di arretrare conferma la parità di genere in maniera molto forte.
Come MEI avete dimostrato sempre una grande resilienza: dal post-alluvione al fatto di stare in piazza gratuitamente. Ma dalle istituzioni e dalla politica arrivano i soldi veri per la cultura o solo pacche sulle spalle e le classiche passerelle pre-elettorali?
Noi abbiamo dal Comune e dalla Regione Emilia-Romagna un sostegno da sempre presente che ha permesso di sostenere la manifestazione. A fasi alterne abbiamo avuto quello del Ministero della Cultura o enti nazionali che raccolgono i diritti come la SIAE o Nuovo IMAIE. Diciamo che sicuramente questa scena in generale, non solo noi, avrebbe meritato, merita e meriterebbe un sostegno pubblico ancora maggiore se si vuole tutelare soprattutto il Made in Italy musicale.
Prima si parlava anche di Onda Rosa Indipendente, delle artiste donne e quindi di inclusione e gender gap. Oggi l'ambiente discografico italiano è ancora un ambiente maschilista gestito da cinquantenni o sta cambiando sul serio qualcosa?
Sicuramente quell'ondata che dicevo prima sta a significare qualcosa. Credo che nell'ambito dirigenziale invece siamo ancora fermi agli anni '70, ma questo è frutto di un Paese, l'Italia, che era già arretrato e quindi fatica ad andare al passo coi tempi perché ha un'arretratezza storica da colmare. Si pensi che negli anni '90, quando noi abbiamo creato il Meeting delle Etichette Indipendenti, quando parlavamo con grandi discografici o grandi rappresentanti a Milano, grandi rappresentanti dei media a Roma, io venivo ritenuto - e parlo della metà degli anni '90 - una sorta di piazzista di sfigati e di musica di serie B. Questa era la concezione che c'era in Italia con 20-30 anni di ritardo rispetto ovviamente alla scena indipendente anglo-americana. E quindi di questo oggi ancora ne paghiamo le conseguenze, ecco, a livello soprattutto dirigenziale.
Se potesse cancellare con un click qualcosa che non va, cosa sarebbe? Gli autotune abusati, i direttori artistici di Sanremo o l'algoritmo di Spotify, per esempio?
Diciamo che da cancellare ci sono molte storture. Certamente una di quelle più dannose in questa fase è l'omologazione dei festival radio-TV musicali che sono tutti uguali e dall'altro l'algoritmo di Spotify. Sull’autotune non ho molto in contrario, anzi. Credo che sia uno degli elementi di innovazione tecnologica che appare sempre nel mercato musicale come ci sono stati. C'è stato il Moog negli anni '70 oppure altre apparecchiature elettroniche; è l'abuso di quello strumento che non va bene, mentre l'uso invece credo che sia contemporaneo.
I talent show e il mainstream trasformano spesso i giovani in prodotti usa e getta da streaming. Cosa pensa lei quando un vostro indipendente, come nel caso di Lucio Corsi ma anche di altri, finisce su contesti importanti come l'Ariston?
Io ne penso molto bene quando uno entra in quel mondo in modo coerente col suo percorso, ovviamente, e modellandolo sulla base del contesto in cui si trova, mantenendo una sua linea e una sua coerenza. Anzi, non solo è positivo, ma è assolutamente positivo per tutta quell'area indipendente che fa riferimento all'innovazione della musica indipendente che un artista come Lucio Corsi ha portato. O come i Måneskin, rivalorizzando le rock band che sono presenti in massa nella base della musica, ma che vengono fermate perché per le multinazionali sono troppo costose e quindi preferiscono non valorizzarle.
Le band sui grandi palchi mediatici come quelli sanremesi sono sempre in minoranza (lo abbiamo visto quest’anno con la partecipazione isolata de Le Bambole di Pezza). Come mai sta succedendo questo?
Il motivo è semplice. Tra l’altro Le Bambole di Pezza, prima della loro reunion, l'hanno fatta al MEI nel 2023 - mi piace segnalare queste cose - e i Måneskin hanno esordito al MEI. Quando sono arrivati a Sanremo e hanno vinto, la discografia si è spaventata. Hanno bloccato e fermato le band perché hanno visto che è tornata la voglia dei giovani che sono per la metà legati al mondo del pop-rock in forma band, lo dico perché vado nei contest e uno su due degli iscritti sono band. L'hanno fermata perché hanno avuto paura di dover gestire delle band che ovviamente costano cinque volte di più rispetto a un artista singolo. E quindi non hanno più chiamato a Sanremo, dopo il grande successo dei Måneskin, paradossalmente nessun'altra band giovane perché temevano quel tipo di mercato. Le band non arrivano più in alto perché c'è un tappo che le ferma: si è deciso che è meglio promuovere degli artisti singoli rispetto agli artisti band perché il costo ovviamente è minore e quindi c'è una massimizzazione del profitto.
Cosa dobbiamo aspettarci dall'edizione di quest'anno?
Intanto credo che la novità stia nel fatto che una manifestazione come questa sia arrivata alla trentesima edizione con lode. Abbiamo messo la lode perché l'abbiamo voluta dare a tutti quelli che ci hanno sostenuto in questi 30 anni e che quindi hanno scelto questo percorso invece di percorsi più facili. E soprattutto, come è accaduto nelle ultime edizioni, una grande ondata di nuovi suoni e di suoni della nuova Generazione Z ed Alpha che aderisce in massa al MEI sia come artisti che come pubblico, tenendo conto del fatto che siamo di fronte a una generazione di musicisti che non era nata quando abbiamo fatto la prima edizione con i Bluvertigo e scoprendo sorprendentemente tutti, Bluvertigo compresi, che c'era una massa enorme di pubblico che voleva questo tipo di musica, tant'è che la prima edizione dovevamo lasciar fuori dal palazzetto almeno il doppio o il triplo delle persone che questo luogo conteneva per poi doverci spostare in Fiera. Quindi credo che sia stato importante per chi segue questo settore venire ad ascoltare tutti questi giovani artisti che arrivano da tutta Italia, che hanno vinto tutti dei contest che sono la base, il primo passo oggi per un artista e una band per potersi far conoscere, perché lì non viene richiesto di portare pubblico, non viene richiesto se fai degli incassi o se fai bere la gente, insomma. Sono dei meccanismi gratuiti che si fanno e dove conta l'arte che tu promuovi e proponi.