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19 giugno 2026

Kid Yugi a 64 bars è l’incidente in autostrada che ti fa rallentare per controllare quanto sangue c’è sull’asfalto

  • di Sara Murgia

19 giugno 2026

Negli anni, 64 Bars è diventato qualcosa di più di un format. Una specie di esame di maturità permanente per chi fa rap. E Kid Yugi? È il Dexter della scena. Lo ha dimostrato con il suo freestyle. Un poeta moderno, un berserk, un einherjar. Se il suo primo 64 bars era stato accolto dalla critica con il naso storto questa volta è il male necessario

foto di Ansa

Kid Yugi a 64 bars è l’incidente in autostrada che ti fa rallentare per controllare quanto sangue c’è sull’asfalto

All’una di notte il mio amico Rico mi ha scritto un messaggio. Non per chiedermi come stavo, non per raccontarmi qualcosa di urgente. Mi ha scritto perché aveva appena visto l’ultima puntata di Red Bull 64 Bars con protagonista Kid Yugi e sentiva l’urgenza di parlarne con qualcuno.
Credo che sia uno dei complimenti più grandi che si possano fare a un format musicale e a un artista.
A quel punto ho fatto quello che faccio sempre quando una cosa mi incuriosisce: sono finita in un tunnel.
Non mi sono fermata a quella puntata. Ho iniziato a recuperare anche le altre. Una dopo l'altra. Capo Plaza, Massimo Pericolo, Kid Yugi, Noyz, Fabri Fibra, Guè e tanti altri. Ore di barre, rivendicazioni, confessioni, ego, rabbia e autocelebrazione.
Perché in teoria Red Bull 64 Bars è una cosa semplicissima: un artista, una base e sessantaquattro barre consecutive ed è diventato uno dei pochi luoghi in cui il rap italiano si racconta ancora senza filtri e riesce a creare discussione.
Proprio per questo, negli anni, 64 Bars è diventato qualcosa di più di un format. Una specie di esame di maturità permanente per chi fa rap.
Basta guardare alcune delle puntate più riuscite per capire perché.
C'è chi usa 64 Bars come una dichiarazione di guerra. Chi come una seduta dallo psicologo. Chi come una sfilata di ego. E chi, semplicemente, come l'occasione per ricordare a tutti perché fa rap.
Massimo Pericolo ci ha portato dentro le sue ossessioni e le sue contraddizioni. Noyz Narcos ha fatto quello che fa da vent'anni: trasformare il disagio in linguaggio. Fabri Fibra ha dimostrato ancora una volta che, quando decide di scrivere, sembra giocare uno sport diverso rispetto a gran parte della scena. Guè è riuscito a mantenere la fame anche dopo aver conquistato tutto quello che un rapper può desiderare. E Capo Plaza, dietro numeri e certificazioni, ha mostrato una fragilità che nelle classifiche spesso passa inosservata.
Tra tutte le puntate che ho recuperato negli ultimi giorni, ce n'è una che mi ha riportato esattamente al messaggio ricevuto all'una di notte.
Quella di Kid Yugi, uscita il 17 giugno, l'ultima della serie. Un flusso di immagini, riferimenti, rabbia, disagio e lucidità che, nel giro di poche ore, aveva già spinto il mio amico Rico a scrivermi.

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Non mi è mai piaciuto prendermi meriti che non sono miei. Anzi, una delle cose che mi interessa di più di questo lavoro è riconoscere quando qualcuno è riuscito a dire meglio di me una cosa che avevo pensato.
Quello che leggerete tra poco è esattamente questo: Una recensione, una riflessione, chiamatela come volete. Non mia ma del mio amico Rico, che ama la musica forse più di me.
“Più che un 64 bars è lo spaccato di una carneficina in stile Tarantino; Kid non ha una penna ma un machete che taglia barre e lascia profonde ferite nelle orecchie dell’ascoltatore, Yugi ci tiene a ricordarci che se vuole, in pochi hanno la sua metrica, il suo stile e la sua fame. Il beat di depha ci riporta indietro al primo Noyz: duro grezzo tagliato male, un crescendo verso il fondo del baratro dove Yugi si sente sempre più a suo agio, dalle crack house di Massafra al grande pubblico delle ville patinate senza mai perdere il suo modus operandi, una sorta di Dexter in chiave rap. Se ne fotte degli haters che neanche sanno scrivere in italiano, se ne fotte della fama che gli fa schifo al cazzo ma non sbaglia una rima, una metafora o una similitudine. Sa di essere forte, “tu sei bravino, io sono Eschilo” non è arroganza, la sua è l’esigenza di sputare barre nel modo più crudo possibile, fartele arrivare al cuore come se fosse un colpo di fucile sparato in pieno petto. Kid è questo: un poeta moderno, un berserk, un einherjar. Se il suo primo 64 bars era stato accolto dalla critica con il naso storto questa volta è il male necessario, l’incidente in autostrada che ti fa rallentare per controllare quanto sangue ci sia sull’asfalto, tre minuti di guerra e sangue dal quale è impossibile non essere attratti, tre minuti di follia lucida”.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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