Vasco è Papa Bonifacio VIII, ma non siamo nel 1300. Siamo nel 2026, nell’epoca degli streaming comprati, dei biglietti dei concerti svenduti pur di riempire stadi, dei numeri gonfiati.
“Il Giubileo di Vasco” è stato denominato. Perchè per festeggiare i cinquant’anni di carriera il cantante di Zocca ha deciso di fare le cose in grande: dieci date allo stadio Olimpico di Roma. Prima volta in Italia per un italiano. E possiamo già prevedere che le dieci date saranno tutte sold out, vista la richiesta che si viene a creare quando si parla dei suoi concerti.
Eppure queste dieci date in una stessa location ci ricordano qualcosa. Nel 2024 è tornato il gruppo rap più amato dei fan della scena urban: i Club Dogo. Dopo il disco avevano annunciato dieci date, sì ma al Forum di Assago.
Per molti sarà scontato, ma è giusto soffermarsi sulla capienza dei diversi spazi per avere un’idea chiara di quanto il Giubileo di Vasco sia un evento ineguagliabile.
Il Forum di Assago ospita 15.800 spettatori, lo stadio Olimpico di Roma 70.634. Si tratta dell’impianto sportivo più capiente d’Italia, secondo solo al Meazza di Milano. Location che gli stessi Club Dogo avevano toccato durante il famoso tour, ma solo con una data.
70.634 moltiplicato per 10 fa 706.340 e se la matematica non è un’opinione, possiamo dire che sì, il Giubileo di Vasco è destinato a diventare uno degli eventi musicali più imponenti mai organizzati in Italia da un singolo artista.
Il dato, però, racconta solo una parte della storia. Perché non si tratta semplicemente di dieci concerti consecutivi nella stessa città. Quella immaginata da Vasco Rossi assomiglia più a una residenza artistica in stile internazionale, un formato che in Italia è sempre stato associato alle grandi star straniere e che raramente un artista nazionale ha avuto la forza di sostenere. Dieci appuntamenti nello stesso stadio significano trasformare Roma in una meta di pellegrinaggio musicale, con decine di migliaia di persone che arriveranno da ogni angolo del Paese per partecipare alla celebrazione.
In un'epoca in cui il successo viene spesso misurato attraverso numeri virtuali, classifiche aggiornate ogni venerdì e record che durano meno di una settimana, Vasco sceglie di misurarsi con il dato più concreto possibile, ossia la presenza fisica del pubblico. Nessuna strategia social spinta da nessuna playlist editoriale può riempire per dieci volte uno stadio da oltre settantamila posti.
Per questo il termine “Giubileo” finisce per risultare il più appropriato. Come il grande evento religioso da cui prende il nome, anche quello di Vasco ruota attorno all'idea del viaggio che ha come scopo la partecipazione collettiva. Cambia il contesto e anche i linguaggi, perché Vasco è stato pioniere anche di quelli. E anche se qui non c’è in ballo una vera religione, in qualche modo i seguaci dell’artista hanno fatto di lui un santo, riempiendo ogni spazio in cui il Blasco mettesse piede. Resta la dimensione di una comunità che si ritrova attorno a una figura capace di attraversare le generazioni.
Longevo, perché non ci immaginiamo un artista contemporaneo che riesca ad arrivare così a cinquant’anni di carriera. Cinquant'anni dopo gli esordi, il cantante di Zocca continua infatti a rappresentare un caso quasi irripetibile nella musica italiana. Le sue canzoni sono riuscite a superare le mode e i cambiamenti di un'industria musicale sempre più identica a se stessa.
Ai concerti convivono ormai tre, a volte quattro generazioni diverse: chi c'era negli anni Settanta, chi è cresciuto con gli stadi degli anni Novanta e chi ha scoperto Vasco molto tempo dopo, magari attraverso i racconti dei genitori. O chi va pur conoscendo solo Albachiara, semplicemente perché il concerto di Vasco è diventato quasi un evento storico del nostro tempo. Uno di quegli eventi per cui fa figo dire: “io c’ero”.
Ecco perché ridurre queste dieci date a un semplice anniversario sarebbe limitante. Il Giubileo di Vasco non sarà soltanto una serie di concerti, ma il tentativo di fotografare mezzo secolo di musica italiana attraverso l'artista che più di ogni altro è riuscito a trasformare il rapporto con il proprio pubblico in qualcosa che va oltre lo spettacolo. Una festa, sì, ma anche la certificazione di un fenomeno culturale che, numeri alla mano, continua a non avere paragoni.
E pensare che nel 1983 la sua Vita spericolata a Sanremo arrivò penultima: 44 anni dopo ci ritroveremo tutti, non più al Roxy Bar (perché ormai non ci stiamo più), ma all’Olimpico, nella capitale, ad urlare che è Stupendo.